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Ungaretti e la Circolare rossa

Lo stridio del tram sulle rotaie e lo scossone lo svegliarono dal dormiveglia. La Circolare rossa era arrivata al capolinea, ma Ungaretti rimase seduto, a guardare fuori dal finestrino il gruppetto di tranvieri che parlavano e fumavano, poi chiuse gli occhi, in attesa di ripartire per un nuovo giro. Gli piaceva quel tram con i sedili di legno che attraversava Roma: da ponte Risorgimento saliva verso l’Aventino, scendeva, percorreva Viale Trastevere, passava per Porta Angelica per tornare al punto di partenza. 

Il tranviere di turno salì, e la vettura ripartì con il rumore delle ruote di metallo sui binari. 

Ungaretti si raddrizzò sul sedile, gli occhi brillavano come due fessure celesti. Era arrivato a Roma nell’inverno del 1922 e nel giro di cinque anni aveva cambiato otto volte indirizzo: via in Selci 84, via Cappellini 3, via Carlo Alberto 8, piazza Poli 23, via Conte Rosso 10, via Amedeo Ottavo 11, via Piave 15, via Malta 16, un unico, lunghissimo trasloco alla ricerca di un luogo che non lo facesse sentire troppo straniero.

Da Viale delle Belle Arti il tram scendeva dolcemente verso il Giardino Zoologico. Gli piaceva quel pezzo di Africa romana, con le palme altissime e le costruzioni vagamente esotiche dove dimoravano gli animali, gli tornava in mente Alessandria d’Egitto, dov’era nato, e provava una fitta di nostalgia ripensando alla casa nella periferia della città, e all’odore di pane che veniva dal forno di sua madre.

Il tragitto per Viale Regina Margherita era lungo e monotono, così l’anziano Poeta si appisolava di nuovo per svegliarsi quando la Circolare prendeva velocità lungo la breve discesa verso il Verano. Riconobbe qualcuno dei suoi studenti alla fermata davanti alla Sapienza. Quando dopo le lezioni andava a prendere il tram era seguito da un gruppo di allievi che voleva continuare a parlare con lui, e poi, preso dal discorso su Dante o Leopardi o dal piacere della compagnia saltava la sua fermata e finiva per farsi un altro giro. 

San Lorenzo con le facciate dei palazzi ancora ferite dalle bombe lo riportava al tempo della guerra, la Prima, che lo aveva visto volontario, sprofondato nelle trincee del Carso, ma ecco già Porta Maggiore e le sue mura, un primo assaggio della Roma antica. La visione del Colosseo, però, lo sgomentava sempre, gli sembrava “un enorme tamburo con orbite senz’occhi”, e gli dava quasi un senso di vuoto. 

Era arrivato il momento di scendere, era arrivato a casa. 

La villetta di piazza Remuria, presa in affitto dalla figlia di Tolstoj, era stata per molto tempo il ritrovo di amici e studenti, ma ora, dopo la morte della moglie Jeanne, non se la sentiva più di stare solo e presto si sarebbe trasferito all’Eur, dalla figlia Ninon. Un altro trasloco, l’ultimo, in un quartiere dove non passavano i tram. 

Bibliografia:

Giuseppe Ungaretti, Sentimento del Tempo, Firenze, Vallecchi
Giuseppe Ungaretti, Il taccuino del vecchio, Milano, Mondadori

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