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Umberto e Lina

Appena aveva potuto, si era cambiato il cognome. Al posto di Poli, il cognome del padre che se ne era andato prima che lui nascesse, ora si chiamava Saba, che in ebraico significa “pane”. Lo aveva fatto anche per sua madre, Felicita Rachele Cohen, che l’aveva tirato su da sola.

Umberto era sempre stato un po’ inquieto, sua madre diceva che era ammalato di nervi ma questo non gli aveva impedito di lasciare Trieste, la città dov’era nato, per partire come soldato di leva, soldato del Re.

Era stato proprio quand’era militare che aveva sentito parlare per la prima volta della Lina, da un suo commilitone, innamorato della sorella più giovane della ragazza.

Umberto, all’epoca, non pensava affatto al matrimonio ma il pensiero di Lina, vista solo attraverso il racconto di un altro, gli aveva fatto compagnia per lungo tempo. Appena ottenuta la licenza, era tornato a Trieste, e si era messo subito in cerca della ragazza.

Era andato in via Domenico Rossetti, sapeva che la famiglia della giovane viveva lì, ma ignorava il numero civico, o forse se l’era dimenticato.

Aveva preso a camminare lungo la strada un po’ alla cieca quando, alzando gli occhi, aveva visto una ragazza dai capelli nerissimi e lunghi intenta ad innaffiare dei vasi di gerani esposti sul davanzale di una finestra.

Lina! Lo aveva capito subito, l’aveva riconosciuta, era sicuro che fosse lei, come era sicuro che l’avrebbe sposata, lei e nessun’altra.

La ragazza, chiamata dallo sguardo insistente, aveva scorto quel giovanotto né bello né brutto, con la divisa da soldato, che le stava chiedendo: «Mi scusi, signorina, è lei Lina?» e le sorrideva come se la conoscesse da sempre.

Bibliografia

Umberto Saba, Il Canzoniere, Einaudi

Umberto Saba, Trieste e una donna, Mondadori

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