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Sporco – Capitolo 5

Un ragazzo si aggira solitario in un mondo ricoperto di immondizia dall’odore nauseabondo, vive tra la sua tenda logora e un’improvvisata stazione radio in cerca di segnali da altre persone. I cumuli di sacchi sembrano creare percorsi e muoversi senza apparente ragione, aggirandosi tra la sporcizia troverà il senso di quel mondo ostile e vuoto.

Capitolo 5

Continuo a camminare e tra l’intermittenza del ronzio marino, se di mare si tratta, scivolano alle mie orecchie fruscii nitidi, come se qualcosa mi stesse seguendo. Vento non può essere, ora non ne tira affatto. Mi guardo alle spalle, poi di nuovo davanti ma sono, come è ovvio che sia, solo. Faccio caso che se chiudessi gli occhi e iniziassi a girare su me stesso, farei fatica a riconoscere quale sia l’avanti o l’indietro tanto è statico e ripetitivo il sentiero.
Eccolo di nuovo. Il fruscio nitido di uno strisciare silenzioso. Mi guardo intorno, tendo le orecchie abituate al silenzio, di nuovo. È impossibile mi sbagli. Giro lo sguardo a destra, sinistra in alto tra i
barili di scarti nucleari e sacchi neri lucenti. E lo intravedo ancora. La sagoma di un uomo, il profilo è nitido un naso aquilino la fronte corrucciata e un camice. Sbatto le palpebre. Respiro, metto a fuoco e accade ciò che era accaduto ore prima. La sagoma si rivela di nuovo una perfetta composizione di sacchi dell’immondizia. Stringo i pugni fino a lasciare dei piccoli solchi a mezza
luna sui palmi per via delle unghie.
Strappo la maschera, tiro pugni all’aria, pugni che mi affaticano le spalle, mi lancio contro la muraglia di sacchi neri alla mia sinistra, poi di nuovo alla mia destra, pugni ovunque che mi sanguinano le nocche quando colpiscono il terreno, prendo la maschera la schiaccio con entrambi i piedi e scivolo a terra. Mi contorco come in preda a convulsioni molto forti, sento gli occhi caldi di rabbia. Poi il ronzio del mare seguito da un lungo silenzio.
Di nuovo in quella stanza. Tremo per via di forti convulsioni, intorno a me lo stesso uomo della visione precedente, naso pronunciato e camice, si affretta a pungermi il braccio con la grossa siringa che gli avevo visto maneggiare. Ha un ago tanto lungo da sembrare un’antenna. L’uomo è trafelato ma le mani sono ferme. Mi inietta un liquido freddo nel braccio, ho gli occhi
pesanti e la bocca impastata per reagire. Sento il liquido scorrermi dentro, i muscoli da tesi che erano si rilassano in dolci spasmi fino a farmi perdere conoscenza.
Apro gli occhi. A terra, madido di sudore e senza mascherina, mi sento meglio. Una goccia di sudore mi scivola sulle labbra, ha un sapore acre. Mi alzo. L’immondizia ai lati non si è mossa, porto la mano al naso e alla bocca per l’odore insostenibile. Mi guardo intorno intontito. Dietro di me decine di sacchi neri hanno chiuso il sentiero. Non posso tornare indietro. La velocità con cui
appaiono i sacchi a occludere il tessuto del luogo in cui mi trovo sembra sia sempre più vigorosa. Decisa.

È chiaro che aumentino i sacchi, lo vedo, come è chiaro non sia immaginazione, ma come è possibile? Ora, penso, o vado avanti o niente. Eppure io vengo dalla mia tenda, dalla zona con la radio, le alture, la puzza. Tutto sparito dietro muri di immondizia. Il rumore del mare, lo sento, di nuovo.
Il sentiero compie ora una curva a gomito. Sono sudato e l’idea del mare mi elettrizza. Fa caldo. Giro un grosso enorme cumulo di sacchi e quanto mi trovo davanti mi blocca il respiro, strizzo gli occhi increduli per avere certezza della vastità del paesaggio che mi si presenta.
Il mare. Un mare. Un mare che mai avrei immaginato di vedere. Violaceo e nero con macchie di rosso dense. L’immenso liquido si espande giù verso l’orizzonte infinito. Non è acqua con riverberi particolari, è piuttosto una melma viscosa. Avanzo, c’è una sabbia sottile e nera sotto i miei piedi, avanzo veloce e alle mie spalle, con la coda dell’occhio, vedo che accade di nuovo. Per
la prima volta li vedo in azione. I sacchi di immondizia aumentano a scatti, appaiono dal nulla su in verticale in alto fino al cielo, occludono il sentiero alle mie spalle e la distesa di sabbia ai miei lati. Procedo, cammino e il cielo ha una luce bianca candida mentre il ronzio del mare diventa un rombo.
Non ho molte alternative. I sacchi tutti intorno a me sembra si fermino, orrende metastasi di immondizia occludono ogni via; l’unica che mi è possibile percorrere è in avanti attraverso quel mare melmoso cui mi accingo a entrare.

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