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“Anime” di Christine Schutt (Playground)

Quanto c’è di vero nella frase “io non sono il mio corpo”? Questo libro ci rimanda immagini distorte di corpi perfetti, quelli ma non solo dell’estrema giovinezza, e quelli che provano a ricreare lo stato fisico degli adolescenti.

Il mondo segreto e inaccessibile di una esclusiva scuola superiore privata, a New York alla fine degli anni 90 del XX secolo, viene violato dalla malattia della diciassettenne Astra Dell, il prototipo della dolce e sensibile ragazzina americana. La bellezza di Astra cede all’aggressione della chemioterapia, i suoi lucenti capelli rossi si polverizzano come briciole aspirate dopo un pasto, e la promessa del suo futuro viene infranta dalla possibile conseguenza del suo cancro estremamente distruttivo. Nessuno pronuncia la parola proibita, e il mondo intorno a lei, quel microcosmo complicato e crudele fatto di bellezza e ricercatezza e competizione sfrenata per entrare nei migliori college, continua ad avanzare, immerso nella bugia di una normalità devastata.

Non ci sono davvero amiche a tenere la mano di Astra, l’unica che si presenta da lei all’ospedale con una certa regolarità è la tozza Marlene, outsider della scuola perché non appartenente all’oligarchia ricca della maggioranza scolastica, mentre la sua migliore amica Carlotta, detta Car, è presa dal suo dramma esistenziale di far fronte a un padre corrotto che la rimprovera se mette su peso e la usa per adescare giovani uomini.

A Carlotta e a tutte le altre ragazze la malattia di Astra causa imbarazzo e fascinazione al tempo stesso, in quella mescolanza ambigua di distaccato orrore che ci provoca la consapevolezza che, seppure giovani, non siamo immortali, come il mondo che ci ha cresciuto ci ha indotti a credere.

Lisa, un’altra amica di Astra, seduce una professoressa e poi la rifiuta, contenta di esercitare il suo potere, quando nella sua famiglia non riesce ad attirare l’attenzione del padre, troppo impegnato a fare soldi, o della madre, alcolizzata e romantica, che rovescia sul padre di Astra le preoccupazioni filiali che la sua vera famiglia non accoglie.

In un caleidoscopio di rituali adolescenziali, di cotte non ricambiate, di crudeltà tipiche di ragazzine impegnate a prendere in giro chi non ha successo né personale né scolastico, trascorre l’inverno.

In quello stesso periodo, da ottobre a maggio, si consumano le nevrosi di tutto questo mondo infantile e separato dalla vita vera. L’adolescenza è una maschera che anche gli adulti esibiscono, incapaci, come le loro turbate e bellissime figlie, senza avere la giustificazione della giovinezza. I disturbi alimentari sono accettati, quando non apertamente incoraggiati dalle stesse madri, ossessionate dall’essere anche loro trasparenti e filiformi, e la ricerca della perfezione è un obiettivo al quale nessuna ragazza si sottrae.

Gli adulti sono vanesi e indifesi esattamente come i ragazzini che dovrebbero proteggere: il professor Weeks passa il suo tempo a compiacersi, neanche troppo nascostamente, della sua bellezza, specchiandosi nei vetri lucenti delle finestre, quando è convinto di non essere guardato. Non si accorge della cotta colossale che la collega Anna si è presa per lui, le labbra di lei sono punture di spillo che non verranno mai baciate. Tra loro ci sarà un indolente flirt, e sarà imbarazzate per entrambi, seduti per una dovuta visita di cortesia ad Astra, trovarsi a corto di parole. La malattia è un luogo dal quale fuggire. Lo sguardo si ritrae dal corpo esposto e devastato della ragazzina. Nessun professore andrà più a trovare la giovane promessa malata, e accanto ad Astra siede solo il padre, vedovo, che per passare il tempo cerca parole di altri, e le legge i romanzi di Jane Austen.

La magica primavera newyorkese, nel maggio precedente la cerimonia dei diplomi, ci restituisce Astra sopravvissuta, contrariamente alle statistiche e alle paure. Il mondo in cui la ragazzina si immerge non è molto diverso da quello che ha lasciato, ma è lei ad essere leggermente diversa.

Quanto c’è di vero nella bugia che l’estrema giovinezza ci racconta, quali sono le gloriose promesse destinate a realizzarsi in un giorno di foglie luminose accese dal sole? E che parte ha esattamente la morte e la perdita della bellezza in questo mondo sfavillante di luci artificiali?

L’autrice mette a fuoco il suo sguardo di osservatrice attenta attorno a queste vite e sembra pronta a spalancare il sipario, senza farlo davvero, facendoci intravedere solo i corpi denudati dopo che la recita è finita, i costumi abbandonati, la pelle sciupata, le tracce di lacrime e muco, e l’espressione sgomenta di chi sembra chiedersi dove sia il posto assegnato, e quando e perché esattamente, ci è stato sottratto.

Da una lettera di Car ad Astra: “Sei fortunata perché saprai cosa si prova a morire, mentre la maggior parte di noi passerà il resto dei suoi giorni a chiederselo. L’assenza è il modo più efficace per incidere sulla vita degli altri.”

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