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“Euforia” di Elin Cullhed (Mondadori)

L’eterno sgomento tra essere scrittrici, poetesse, donne che hanno bisogno di un Amore, del riconoscimento affettuoso e benevolo di un compagno, è una domanda che accompagna ogni donna che abbia anche il dono di narrare storie.

È un’arte antica quella di narrare, ha con sé qualcosa di elegante, fascinoso ma anche sciamanico, protettivo.

Quando poi la scrittrice è Sylvia Plath, morta suicida a causa dell’abbandono del marito che si innamora di un’altra, allora mi chiedo quanto sia facile che un trauma possa aprire la crepa della nostra anima, le nostre fragilità faticosamente tenute a freno che esplodono quando non ci sono più le barriere sociali che disegnano i nostri confini di donne. Questo romanzo narra dell’ultimo anno di vita di Sylvia Plath, quello vissuto nella campagna umida del Devon dove tutto è smorto per un numero notevole di mesi tra Autunno e inizio Primavera.

Il disgregarsi della psiche di Sylvia è accelerato (o causato) dalla paura di non essere una brava madre, di essere troppo poco per l’ego ipertrofico del marito. Se deve occuparsi dei bambini non riesce a scrivere, se scrive si sente in colpa, o comunque non abbastanza all’altezza delle aspettative del mondo che è pronto a giudicarla, a farla simbolicamente a pezzi. Sentire la colpa di avere un corpo che richiede attenzioni è una pretesa imperdonabile, anche ai suoi stessi occhi. E quando sei così sensibile al punto da accorgerti che tuo marito, attraverso il tuo corpo, cerca un’altra donna, una che è un territorio inesplorato, mentre tu, ormai, sei preda di deliri e desideri insoddisfatti, non ti resta altro che guardare i demoni in faccia, e, se accade, di lasciarti divorare.

Siamo alle prese con l’esperienza tattile della seconda gravidanza di Sylvia, il suo ventre che si ingrossa come un melone maturo, il parto e la mastite e l’esperienza folgorante dell’allattamento, il seno che si svuota di latte, mentre il bambino, avido, chiede di essere nutrito dalla carne stessa della madre. Siamo alle prese con la paura e la rabbia e le recriminazioni di Sylvia, il telefono scollato dal muro in un impeto di rabbia, e una fuga innocente con un cavallo. Siamo alle prese con il suo tentativo di incollarsi addosso, come vestiti, i pezzi disfatti delle sue illusioni di giovane moglie.

Tutti sappiamo già come va a finire. Sylvia annusa il collo dei suoi figli, il loro odore di latte e biscotti, le pieghe morbide dei loro colli rosei e grassocci, apparecchia la loro tavola per la colazione e poi mette la testa nel forno.

Eppure, non tutto è perduto. Ci sono moltissime emozioni che Sylvia, forse, avrebbe voluto tradurre in carta, lasciar parlare il suo dolore attraverso il suo bisogno di sentirsi radicata nel mondo con un matrimonio e dei figli. La sua delusione e il senso di mancanza di speranza, solido quanto uno spigolo acuminato di un cassetto.

Le sue braccia sono vuote. Ma non così la sua anima logorata, che ci lascia il suo tormento, il suo voler cercare una normalità all’interno dell’eccezionalità dell’essere una scrittrice e poetessa. Qual è davvero il posto di una donna? Un posto caldo che non ferisca, o il gelo artico incandescente che ti rende unica, ma anche sola, prigioniera compiaciuta della tua orgogliosa solitudine?

Tutto questo libro è un tentativo, riuscito benissimo, di restituire bellezza e straniante umanità a una ragazza che non ha vissuto abbastanza da capire di essere geniale.

Gli abitanti del paese mi tenevano sul palmo della mano come una bambolina, e allora ho capito di dover ballare. Dovevo ballare e cucire e fare la maglia davanti a loro. Ted era un uomo; poteva sparire nella piccola mansarda e scrivere quanto voleva. Io ero di tutti, ero materiale. Io ero una donna. Era me che volevano catturare.

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