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Casa Govoni 

Corrado Govoni posò la penna vicino al calamaio di cristallo, ora doveva solo aspettare che si asciugasse l’inchiostro dell’ultima pagina.

La sera era scesa senza fare rumore e la stanza si era fatta quasi buia, ma il poeta non si mosse dal tavolino ingombro di carte e libri impilati.

Dalle parti di Tàmara, il paesino del ferrarese dov’era nato, ancora in aprile l’aria aveva un sentore d’inverno: fosse stato nella vecchia casa avrebbe acceso un gran fuoco, si sarebbe seduto nel vano del camino, magari con un bicchiere di quello buono, a mitigare il gelo che dal mese di marzo gli era entrato nelle ossa e non l’aveva più abbandonato.

La casa di famiglia non c’era più, inghiottita dal bisogno insieme alle belle e buone terre di suo padre. Nel 1919 si era trasferito a Roma, dove aveva ottenuto in impiego al Minculpop. Mosso da un senso di gratitudine aveva scritto un’ode in onore di Mussolini. Che ingenuità!

Troppe cose erano accadute da allora, e una su tutte aveva cambiato la sua vita: il 24 marzo del 1944 suo figlio Aladino, giovane capitano dei granatieri, era stato trucidato alle Fosse Ardeatine, insieme ai suoi compagni dell’organizzazione partigiana “Bandiera rossa”. Aladino, il ragazzo che ascoltava alla radio “O sole mio” con gli occhi chiusi, come fosse baciato dal sole era stato tradito, imprigionato e torturato a via Tasso per poi finire trucidato, insieme a tanti altri sventurati, nelle cave abbandonate sulla via Ardeatina.

Dopo un senso di incredulità in Govoni era subentrata una rabbia sorda sfociata in un poemetto, intitolato La fossa carnaia ardeatina che si apriva con la dedica: “Al mio amato figlio Aladino, Capitano dei Granatieri di Sardegna e Partigiano d’Italia, barbaramente trucidato a Roma il 24.3.1944 dai nazifascisti, per ordine delle iene tedesche Maeltzer e Kesselring, complice necessario il mostruoso carnefice del popolo italiano Mussolini, con commosso orgoglio di poeta, con implacabile strazio di padre”.

Adesso che lo aveva terminato si sentiva come svuotato.

Vorrei pregare, pensò, ma pregare è chiedere.
Io non posso più chiedere nulla a Dio né agli uomini, perché mi hanno tolto tutto.

La luce fredda della luna filtrò dai vetri della finestra chiusa.

Bibliografia:

Corrado Govoni, Aladino. Lamento su mio figlio morto, Mondadori;

Corrado Govoni, Il quaderno dei sogni e delle stelle, Mondadori.

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