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Gusto Letterario: La Madeleine di Proust

Insieme alla Scuola di scrittura Genius abbiamo deciso di inserire nella produzione Fassi, ogni mese, un gusto letterario ispirato da un romanzo e rielaborato in chiave di gelato.

Questo primo mese non può che essere il mese della Madeleine francese, che diventa un gelato di crema alla ricotta con scorze di arancia e limone.

Il gelato di Madeleine è inspirato alla famosa descrizione che Proust fa di questo dolce nel suo libro “Alla ricerca del tempo perduto” nel volume “Dalla parte di Swann”.

La madeleine è per Proust un oggetto che evoca ricordi e sensazioni attraverso il profumo, è un po’ come il mio gelato per i romani. Quindi non vi resta che leggere e assaggiare!

Un giorno d’inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere, contrariamente alla mia abitudine, una tazza di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, cambiai idea. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati Petites Madeleines, che sembrano modellati nella valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E subito, meccanicamente, oppresso dalla giornata uggiosa e dalla prospettiva di un triste domani, mi portai alle labbra un cucchiaino di tè dove avevo lasciato ammorbidire un pezzetto di madeleine. Ma, nello stesso istante in cui quel sorso frammisto alle briciole del dolce toccò il mio palato, trasalii, attento a qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Un piacere delizioso mi aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. Di colpo, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, allo stesso modo in cui agisce l’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio, questa essenza non era in me, era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Donde mi era potuta venire questa gioia potente? Sentivo che era legata al sapore del tè e del dolce, ma lo sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla? Bevo un secondo sorso, in cui non trovo nulla di più che nel primo, un terzo che mi dà un po’ meno del secondo. È tempo che mi fermi, la virtù della bevanda sembra diminuire. È chiaro, la verità che cerco non è in essa, ma in me. Il tè l’ha risvegliata, ma non la conosce, e non può che ripetere indefinitamente, con sempre minor forza, quella stessa testimonianza che io non riesco a interpretare e che vorrei almeno potergli chiedere di nuovo e ritrovare intatta, a mia disposizione, fra poco, per una spiegazione decisiva. Depongo la tazza e mi rivolgo al mio spirito. È compito suo trovare la verità. Ma come? Grave incertezza, ogni volta che lo spirito si sente sorpassato da sé medesimo; quando lui, il ricercatore, è al tempo stesso anche il paese oscuro dove deve cercare e dove tutto il suo bagaglio non gli servirà a nulla. Cercare? non soltanto: creare. È di fronte a qualcosa che non esiste ancora e che solo lui può rendere reale, e poi far entrare nel raggio della sua luce.

E ricomincio a domandarmi quale potesse essere questa condizione ignota, che non portava alcuna prova logica, ma soltanto l’evidenza della sua felicità, della sua realtà dinanzi alla quale le altre svanivano. Voglio tentare di farla riapparire. Vado indietro col pensiero al momento in cui ho preso il primo cucchiaino di tè. Ritrovo lo stesso stato, senza una nuova luce. Chiedo al mio spirito uno sforzo ulteriore, di richiamare ancora una volta la sensazione che sfugge. E, perché niente spezzi l’impeto con il quale cercherà di riafferrarla, allontano ogni ostacolo, ogni idea estranea, metto al riparo le mie orecchie e la mia attenzione dai rumori della stanza accanto. Ma, sentendo il mio spirito che si affatica senza successo, lo costringo invece a prendersi quella distrazione che gli negavo, a pensare ad altro, a ritemprarsi, prima di un tentativo supremo. Poi, una seconda volta, gli faccio il vuoto attorno, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quel primo sorso, e sento dentro di me trasalire qualcosa che si sposta, che vorrebbe emergere, qualcosa che si direbbe disancorata, a una grande profondità; non so cosa sia, ma sale lentamente; avverto la resistenza, e sento il rumore delle distanze traversate.

Certo, ciò che palpita così, nel profondo di me stesso, deve essere l’immagine, il ricordo visivo, che, legato a quel sapore, si sforza di seguirlo fino a me. Ma si dibatte troppo lontano, troppo confusamente; a malapena percepisco il riflesso neutro in cui si confonde l’inafferrabile turbinio dei colori rimescolati; ma non riesco a distinguere la forma, a chiederle, come al solo interprete possibile, di tradurmi la testimonianza del suo contemporaneo, del suo inseparabile compagno, il sapore, a chiederle di rivelarmi di quale circostanza particolare, di quale epoca del passato si tratti. Giungerà mai alla superficie della mia chiara coscienza quel ricordo, l’istante remoto che l’attrazione di un identico istante è venuta da così lontano a sollecitare, a scuotere, a sollevare nel più profondo di me stesso? Non so. Adesso non sento più nulla, si è fermato, forse è ridisceso; chi sa se risalirà mai dalla sua notte? Dieci volte ho dovuto ricominciare, sporgermi verso di lui. E sempre la viltà che ci distoglie da ogni compito difficile, da ogni impresa importante, mi ha consigliato di lasciar stare, di bere il mio tè pensando semplicemente ai miei fastidi di oggi, ai miei desideri di domani che si lasciano rimuginare senza fatica.

E, all’improvviso, il ricordo mi è apparso. Quel sapore era lo stesso del pezzetto di madeleine che, la domenica mattina, a Combray (perché quel giorno non uscivo prima dell’ora della messa), quando andavo a darle il buongiorno nella sua camera, la zia Léonie mi offriva, dopo averlo immerso nel suo infuso di tè o di tiglio. L’aspetto della piccola madeleine non mi aveva ricordato nulla, prima che ne sentissi il sapore; forse perché, avendone spesso viste in seguito, senza mangiarne, sui ripiani dei pasticcieri, la loro immagine aveva lasciato quei giorni di Combray per legarsi ad altri più recenti; forse perché, di quei ricordi per così lungo tempo abbandonati fuori della memoria, niente sopravviveva, tutto s’era disgregato; le forme – e anche quella della piccola conchiglia di pasticceria, così grassamente sensuale, sotto la sua pieghettatura severa e devota – si erano dileguate, oppure, assopite, avevano perduto la forza d’espansione che avrebbe loro permesso di raggiungere la coscienza. Ma, quando di un passato lontano non resta più nulla, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più fragili ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore rimangono ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto il resto, a sorreggere senza piegare, sulla loro stilla quasi impalpabile, l’immenso edificio del ricordo.

E appena ebbi riconosciuto il sapore del pezzetto di madeleine, inzuppato nel tiglio, che mi dava la zia (benché non sapessi ancora, e dovessi rimandare a molto più tardi la scoperta del motivo per cui quel ricordo mi rendesse tanto felice), subito la vecchia casa grigia sulla strada, dove era la sua camera, si adattò, come uno scenario di teatro, al piccolo padiglione che dava sul giardino, costruito sul retro per i miei genitori (quel lato tronco che solo avevo rivisto fin allora); e con la casa, la città, da mattina a sera, e con qualsiasi tempo, la piazza dove mi mandavano prima di pranzo, le vie dove andavo a far delle compere, i sentieri in cui ci si inoltrava se il tempo era bello.

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