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Subito pranzo

– Dai, andiamo, che facciamo tardi! – dice il papà.

Il bimbo indugia per le scale e si volta a salutare la mamma, che è in piedi sull’uscio dell’appartamento.

– Ciaao, ciaao! – dice ripetutamente con tono alle volte giocoso, come se recitasse una filastrocca, alle volte incrinato dalla commozione. Sta andando a scuola come ogni giorno, accompagnato dal papà. Poco prima a casa, mentre la mamma gli caricava lo zainetto sulle spalle, aveva chiesto:

– Vieni subito pranzo?

– Sì, subito dopo pranzo, – gli aveva risposto il papà, sapendo che se gli avesse detto la verità, e cioè che sarebbe andato a prenderlo non prima delle tre, il bambino si sarebbe agitato.

– No dopo! – aveva puntualizzato il piccolo. – Subito pranzo!

– Va bene, amore, va bene.

Volta il suo corpicino, tentennando un po’, e comincia a fare gli scalini all’incontrario. Vuole vedere la mamma mentre scende. Il papà allarga le braccia, pronto ad afferrarlo, ma lui se la cava bene. Ha quasi quattro anni e gli piace mettersi alla prova. Poggia la manina sul corrimano e di tanto in tanto gira la testolina per guardare dove mettere i piedi. Finita la prima rampa si volta di nuovo in avanti. La mamma è sparita dalla vista, ma è sempre lì, sull’uscio, pronta a rispondere ai suoi “Ciaao”, che lui ripete sempre più sonori ad ogni scalino.

Quando arrivano al pianterreno, nel grande atrio con le pareti di marmo e il pavimento di moquette rossa, il piccolo è costretto ad urlare per farsi sentire. Ha un tono perentorio, ostinato, venato d’angoscia:

– Ciaao! Ciaaao! Ciaaaao! – La voce della mamma, che già faticava a raggiungerlo quand’erano sull’ultima rampa di scale, si percepisce ancora, lontana, flebile, come un’eco tra le pareti dell’atrio.

Il portone si chiude rumorosamente alle loro spalle. Fuori l’aria è fresca, frizzante, attraversata dall’odore pungente e greve delle foglie d’ippocastano. Sul marciapiede, ricoperto di foglie ingiallite, castagne matte, pigne, gusci di noce e lunghi baccelli ricurvi dell’albero di Giuda, si sente lo scalpiccio dei loro passi, interrotto ogni tanto dall’abbaiare di un cane o dal passaggio di qualche macchina. Giunti in fondo a quel primo tratto di strada, che scende serpeggiando tra gli alberi, il bimbo comincia a cantare. La tristezza del distacco è già passata. “Ci son due coccodrilli ed un orango tango…”. Il papà lo aiuta a trovare l’intonazione giusta e a ricordare le parole, che però anche lui non ricorda bene e che ogni tanto sostituisce, salta o inverte.

– Papà, hai sbaiato… – dice il figlioletto quando se ne accorge. Gli errori e le distrazioni del papà lo divertono moltissimo.

Dopo un incrocio la strada si restringe e non c’è più il marciapiede.

– Corriamo, – dice il papà, tenendo per mano il bimbo, che si mette a correre più veloce di lui, quasi trascinandolo. Devono superare una fila di macchine parcheggiate, pronti a rifugiarsi tra l’una e l’altra non appena sentono il rombo di un motore alle loro spalle. In quel tratto di solito non c’è molto traffico, eccetto che al mattino presto quando i residenti del quartiere vanno al lavoro e portano i bambini a scuola. In quei momenti le macchine e gli scooter sopraggiungono d’improvviso da dietro una curva, alle volte due o tre di seguito, preannunciati da un rumore che il bimbo ha imparato a riconoscere.

– Attento, arriva una macchina! – dice il papà, trascinando il piccolo tra due auto parcheggiate.

– No, è uno scooter, – risponde il figlioletto, – hai sbaiato di nuovo… – Sorride soddisfatto.

Più avanti sulla destra c’è un parcheggio condominiale. Fino a pochi mesi prima il bimbo, indicando i paletti semi-arrugginiti che affioravano dalla pavimentazione di cemento, chiedeva cosa fossero e il padre gli spiegava che si trattava di tubi tagliati. – Tubi taiati – ripeteva il figlio. Questo ogni giorno per diverse settimane. Ora non lo chiede più. È passata la fase dei “tubi taiati”, così com’è passata quella degli autobus, che il bimbo si divertiva a scorgere prima del papà quando in macchina attraversavano il centro per andare all’asilo nido. Ora c’è quella della raccolta di doni da portare alla mamma: bacche arancioni di Solanum, pigne di cipresso, foglie d’alloro o castagne matte.

– Chiudi gli occhi! – dice appena tornato a casa, – ti ho fatto una sopesa! – Affonda le manine nelle tasche e poi le spalanca davanti a lei:

– Ora guada. – Lei riapre gli occhi, trattenendo il fiato dalla meraviglia.

– Ma che bella sorpresa, amore! – Lui sorride soddisfatto e si getta tra le sue braccia.

Mentre scendono gli scalini un po’ dissestati tra gli alti muri di pietra che nascondono i giardini di belle ville d’epoca e di qualche bassa palazzina moderna, il bimbo continua a cantare, adattando i passettini al ritmo della canzone. Il papà lo mette in guardia da qualche cacca di cane e il piccolo, ripetendo i commenti sentiti più volte da lui, dice con convinzione:

– Maleducati, spocaccioni. – Lo dice anche quando vede qualche mozzicone di sigaretta.

C’è poi uno slargo, lastricato di pietre, e un tombino, coperto da una grata di ferro, dove il bimbo fino a un anno prima si divertiva a frugare con un lungo ramoscello, mentre il padre lo guardava, seduto su una panchina di pietra. Anche quella fase è finita. Ora i ramoscelli, raccolti da terra, servono a creare forbici immaginarie per tagliare le erbacce. Ma passerà anche questa, come passerà lo stupore per ogni cosa. Per ora è tutto novità, incanto, eccitante scoperta, perfino il tombino, il tubo tagliato, il mozzicone di sigaretta. Fare gerarchie, discriminare gli oggetti in base al loro valore, scartarne alcuni perché ritenuti indegni o superflui sono cose da adulti. Il padre storce il naso quando vede il figlio chinarsi a raccogliere noci marcite, foglie riarse, bacche raggrinzite. Al padre piacciono le piante sempreverdi: i lecci, i pini, i cipressi, il pitosforo ed in particolare l’alloro. Gli piacciono le sue foglie ovate e profumate e la massa verde-scura dei suoi cespugli. L’alloro gli fa pensare alle corone dei poeti e dei condottieri antichi. Ogni giorno ne strappa una foglia e la porge al figlio per fargliela riconoscere.

–Allolo, – dice il piccolo, contento di ricordarlo, come poco prima ricordava “Tubi taiati”.

– Bravo! – esclama il papà, che d’un tratto si immagina di essere lui il bambino e di vedere il mondo con i suoi occhi. Viene colto da un inatteso turbamento. Sente in sé stesso la gioia del figlio e, in essa, più che la soddisfazione di aver ricordato il nome della pianta, quella di aver fatto contento il papà, quel papà grande e forte che, quando sono a casa, lo afferra dolcemente e lo solleva in aria per farlo volare e che poi lo riafferra, lo ribalta a testa in giù e lo fa girare in tondo fino a fargli venire le vertigini. Ora è il papà ad avere le vertigini e a fare un ruzzolone indietro negli anni, addirittura cinquanta. Rivede suo padre, grande e forte, un gigante buono che lo guida e lo protegge. Ha occhi azzurri e capelli folti e neri pettinati all’indietro, luccicanti di brillantina. Niente a che vedere con l’omino smunto, rattrappito, coi capelli grigi e le labbra screpolate, che ha visto per l’ultima volta su di un letto d’ospedale. Quanto si divertiva con suo padre. E quante cose imparava. Un giorno sarebbe diventato come lui. – Prenderò un bel Mercedes, – diceva, – e ce ne andremo in giro, papà e mamma seduti dietro e mia sorella vicino a me! – Così si immaginava il futuro. I genitori belli e giovani come allora e lui che li raggiungeva. Non lo hanno aspettato, però. Non hanno potuto. Ancor meno lui potrà aspettare suo figlio, che lo guarda fiducioso, come se fosse eterno, e che lo ricorderà non più giovane, vigoroso, con le guance lisce e i capelli non ancora stinti com’è il nonno nel ricordo del padre, ma già calvo, segnato da rughe e col pizzetto ingrigito.

– Hai il viso tondo, papà, – gli dice il bimbo, – come il sole… come una padella… come una pigna.

– Lui ride.

Padre-figlio, figlio-padre, i ruoli si sovrappongono. Nel padre c’è il figlio e nel figlio fa capolino il padre. Affiora un ricordo. Lui è a letto con la febbre e suo padre esce per comprare delle mattonelle Lego che lui desiderava tanto. Quelle che gli porta però non sono le mattonelle giuste e lui, per non mortificare il papà tace, fa finta di niente. Immagina il proprio strazio nel deludere chi gli vuol bene, lo stesso strazio che cinquant’anni dopo gli impedirà di rispondere – Non posso – al figlio che speranzoso gli chiede:

– Subito pranzo?

Si salutano all’ingresso di scuola e il bimbo si sforza di sembrare sereno, ma le labbra si piegano all’ingiù e gli occhi si inumidiscono. Anche lui non vuol dispiacere al padre, che a sua volta si finge allegro.

– Vengo presto, – gli dice, – subito pranzo – .

Mentre si allontana il figlioletto ripete come prima sulle scale di casa – Ciao, ciaao, ciaaao – con tono sempre più forte e incrinato dalla commozione. Poi, ritto sulla soglia, lo zainetto in spalla, gli occhi lucidi e labbra contratte, agita per l’ultima volta la manina ed entra. Il papà, allontanandosi, si consola pensando che di lì a poco il figlio sarà assorbito dai giochi e correrà, salterà, si accapiglierà, si contenderà i giocattoli in quell’eterno presente senza nostalgie e senza aspettative che è il tempo dei bambini. Quando andrà a prenderlo, non proprio subito pranzo, lui sarà totalmente immerso nelle proprie attività. Non appena lo avrà visto però, abbandonerà all’istante ogni cosa e gli correrà incontro.