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DORMIRE CON UNA DONNA

Dormire con una donna è una delle cose che preferisco. Dormire mi piace, ma abbracciato è meglio. La donna con cui dormo è la mia fidanzata. Quando chiudiamo gli occhi mi stringe, mi carezza, io la lecco finché la lingua non diventa pesante. Oggi è cominciata storta. Io le leccavo i piedi, lei rideva, ma dovevamo uscire. Quando si è portata il caffé a letto le ho infilato la lingua in una narice, lei l’ha bevuto e ci siamo rintanati sotto al piumone. A mezzogiorno ha attivato la lavatrice, io sono rimasto a dormire. Mi stiracchiavo pensando ora a lei ora ai croccantini. Ancora cinque minuti.

All’una si è messa a stendere. Mi sono alzato, possibile che fossimo ancora a casa? Il secondo terrazzino non lo apre mai, solo per mettere ad asciugare i panni. È striminzito e non ci batte il sole. L’operazione è lunga. Fa su e giù dal bagno. Io voglio uscire. Mi lancia la pallina. Corro a prenderla e gliela mostro. Dio cane, voglio scendere. Lei sorride, il telefono squilla, mollo la palla.

È a quel punto che ho scelto il secondo terrazzino. Mi pareva il male minore. Due pezzi di cacca si stagliavano sotto le gocce delle sue mutande stese. Ho fatto in fretta e poi mi sono nascosto. I suoi piedi nudi si muovevano intorno al perimetro del letto. La testa è spuntata tra pavimento e materasso. “Non ho parole, Scooby”. Io ho abbassato le orecchie. Sono rimasto di sasso anche dopo che se n’è andata. Il silenzio ha riempito la nostra camera da letto. Il gatto del vicino ha miagolato, i grilli hanno cantano. Un raggio di sole è arrivato alla mia mattonella. Non mi voleva più bene.

“Io esco, tu che fai Scooby?”. Ho chinato la testa e lei mi ha infilato la pettorina. Senza un sorriso.

La mia ciotola quando siamo usciti era ancora piena. La tensione si tagliava col guinzaglio. Mi sono messo a dormire sul sedile del passeggero. Ho chiuso gli occhi e quando li ho riaperti eravamo al Parco di Colle Oppio, al Colosseo. C’era una partita di pallone tra sudamericani. L’odore di carne di maiale era ovunque. Avrei voluto correre incontro alle donne che cucinavano. Sono riuscito ad afferrare una rosetta tra i piedi di un peruviano, ma lei ha mi ha fatto aprire la bocca.

“Tuo cane vuole panino”

“Gli ci manca, a questo cacone… ”

“Tuo cane salsiccia”

Il peruviano ha lanciato il panino lontano. Io sono scattato ma dal collare è arrivato lo stop.

“Così cane salsiccia non mangia salsiccia. Ah, ah, ah”

Per fortuna ci siamo allontanati. Quando mi ha tolto il guinzaglio ho smesso di ringhiare. Di fronte a me c’era una cagna che aveva un buon sapore. Mi ha dato una zampata, poi un’altra zampata. Allora le ho afferrato il collo e l’ho mordicchiata. Ma quella mi ha buttato a terra. A quel punto ero deciso a salirle in groppa.

“Scooby, ma che fai? È un alano.”

Quando siamo ritornati in macchina mi era passata la fame. Avevo freddo, nonostante il maglione azzurro. Quel coso si infila dalla testa e mi finisce sulla coda, me la lascia alzata. Mi muovo da scemo e al parco non riesco a ingroppare nessuno. Quella mi ha quasi morso. Io non credo alle differenze di razza. Vorrei una vita semplice.

“Scooby, che hai?”

Mi ha preso in braccio e ha aperto lo sportello. Un cane ha poche armi per riconquistare una donna. Deve usarle bene.

“Scooby, andiamo?”

Mi ha messo a terra ma io non mi sono mosso. Mi tirava. Fermo. Siamo passati vicino a uno, due, tre, dieci lampioni e non ho alzato mai la gamba.

Quando siamo arrivati sul divano sono rimasto immobile. Non ho scondinzolato. In fondo, la schiena un po’ mi faceva male.

Siamo usciti di nuovo. Vomito sul sedile. Mi succede sempre quando mangio poco. Arrivo al pronto soccorso avvolto nella coperta maculata. Entriamo in una stanza accompagnati da uno stronzo. Lei è agitata. Lo stronzo puzza. Infilo la testa nel suo maglione, all’altezza del seno. Mentre lo stronzo mi tocca. I suoi vestiti ormai sono pieni dei miei peli. Attento, stronzetto. Mi giro e provo a morderlo. La prossima volta gli stacco un dito.

“Signora, è normale che il suo cane morda?”

“No.”

“Lo immaginavo.”

“È buonissimo.”

“Lo sospettavo.”

“Cioè?”

“L’ho toccato sulla colonna.”

“Ah.”

“Ha tentato di mordermi.”

“Mi dispiace, dottore?”

“Potremmo essere di fronte a un’ernia del disco.”

“Ah.”

“Una malattia a cui i bassotti sono molto soggetti.”

“Che significa?”

“Io non posso dirglielo con certezza. Preferirei che consultasse anche il nostro neurologo.”

Lo stronzo ci lascia soli. Ma prima di andarsene le dà un opuscolo. Ci sono molti disegni di bassotti. Ce n’è anche uno che al posto delle zampe ha le rotelle. Io guaisco e lei finalmente mi carezza con passione.

“Allora signora, mi diceva il mio collega che questo bassotto ha smesso di muoversi d’improvviso, oggi pomeriggio?”

“Sì, dopo che siamo stati al parco.”

“E ha tentato di mordere il mio collega quando gli ha palpato la colonna.”

“Già”

“Deve essere forte, signora, i bassotti sono cani fragili”.

Siamo a casa e della cacca che ho fatto stamattina nel secondo terrazzino non si parla più. Mi dà tanti bacini sulla testa. Siamo sotto al piumone. Mi vuole ancora bene. Però a questo punto potrebbe smettere di piangere.

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