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“Storie di vite diverse” di Bette Howland (SEM)

La riscoperta di Bette Howland ha del favolistico: dopo aver pubblicato 3 libri, aver vinto la prestigiosa borsa di studio Mac Arthur nel 1984, essere stata allieva e amante di Saul Bellow, si è rinchiusa nell’oblio della mancanza di autostima e non ha più scritto nulla. Poi la direttrice della rivista letteraria “A public space” ha trovato su una bancarella dell’usato tutti i suoi libri e ha deciso di ripubblicarla.

La bellezza del mondo onirico e immaginato di Bette Howland, la sua prosa ricca di immagini vivide, prive della ricercatezza e di barocchismi, ne fanno un’autrice che non si dimentica.

La fragilità umana, i complicati legami familiari di una famiglia ebrea che vive nella periferia di Chicago negli anni 50 e 60, i rituali religiosi dei matrimoni, bar e bat mitzvah (la maggiorità religiosa dei ragazzini ebrei che coincide con l’ingresso nell’adolescenza), i divorzi, le recriminazioni, hanno lo sguardo lucido della narratrice, che, non perde di vista il suo legame con gli eventi, eppure lo trasforma, lo reinterpreta, nel bisogno di trovare tregua all’ombra oscura della solitudine e della morte che avanza. Accanto alla descrizione di umanità dolente e reietta, alle prese con le lungaggini estenuanti di un processo penale, tutto un sedersi sulle panche, e porte sbattute, e ciglia colanti mascara, e neonati piangenti in braccio alle madri, c’è il tentativo di quella stessa umanità di concedersi una tregua suburbana, con gite sul lago Michigan, e litigi che scavano nelle mancanze infantili e nel negarsi comprensione reciproca. Quasi tutti i racconti sono materiale umano biografico, personale, tranne “Lezioni di tedesco”, dove c’è la storia di una ragazza che segue il marito professore in una base Nato in Germania. Al senso di distanza fisico tra loro, si accompagna una distanza emotiva insanabile, una comunicazione cercata da lei e negata da lui, che neanche ne avverte l’urgenza, e che alla fine svela tutta l’ipocrisia del matrimonio.

L’ultimo racconto è un’immersione e al contempo una descrizione accurata, quasi un tentativo teso ad alleviare il dolore, di una donna che accompagna il compagno alle sedute di chemioterapia e poi nella fase difficile del distacco. Nel tempo che occorre a recidere i legami brutali e teneri con i vivi, viene ripercorso il cammino doloroso e solitario di lui, le dispute sul suo non essere tecnicamente ebreo e quindi il suo dover sottostare all’impossibilità di avere un funerale officiato da un rabbino.

Quando le chiedevano, così racconta la sua amica, autrice della postfazione, quanto ci fosse di inventato e quanto di biografico nei suoi racconti, la scrittrice rispondeva “chiedetemi invece quanto c’è di immaginato”. Perché la scrittura è immaginazione, sovrapposizione di immagini reali e rielaborazione personale di quelle stesse immagini, fino a formare, da una catena dispersa di eventi casuali, una storia. E poi, quando leggi Bette Howland hai una sensazione di tensione emotiva continua, una specie di corrente elettrica che ti fa compagnia.

La luce che irrompe, granulosa, magnetica, dentro i pensieri oscuri, e tiene tutto in equilibrio.

Guidavo lungo un’autostrada che attraversava una grande città. Svincoli, rampe di entrata e di uscita, ponti, sottopassaggi. Il traffico scintillava, i lavori stradali si estendevano davanti a me all’infinito. Continuavo ad andare nella direzione sbagliata. Lo sai anche tu com’è: la corsia sbagliata, la svolta sbagliata, e ti ritrovi in trappola. Non puoi fare altro che continuare fino all’uscita successiva.

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