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Racconti paranormali – Gianna

Claudia Colaneri conduce laboratori di scrittura collettiva per disabili adulti con ritardo mentale. La sfida consiste nel trattare temi “alti”.

“È incredibile pensare a quale conoscenza delle cose umane possano avere. E l’amore? Mi dica, possono mai conoscere l’amore, considerata la loro poca esperienza?”

“Di esperienza ne hanno tanta, soprattutto di amori non corrisposti e di una sessualità non accettata.”

“Beh, certo, la sessualità in questi casi è un problema.”

“Per chi?”

“Come per chi? Per loro, come farebbero?”

“Come noi.”

“Beh, non esageriamo.”

“Siamo noi che esageriamo. Il problema è nostro, non loro; eppure, alla fine, succede che a causa nostra, diventi proprio la loro sofferenza più grande.”

Gianna ha le lentiggini, i capelli grassi, le spalle piccole, il sedere grande… e lo sa. Come sa che non è colpa sua: “È colpa di mia madre: quando sono nata aveva troppi anni; ecco perché io adesso sono così.”

“Quanti anni ha ora, tua madre?” Le chiedo.

“Ehhh, tantissimi; figurati, è più vecchia di me!”

Gianna non sopporta che le presentino qualcuno che non sia sposato o fidanzato; va addirittura in ansia.

“C’è l’hai il marito?” Mi chiese, con aria preoccupata, quando mi conobbe.

“Sì.”

“Ahhh, che bello!” Esclamò con sollievo. Poi proseguì: “E tuo marito com’è? È bello? È bello il marito tuo? È un bel ragazzo?”

“A me piace molto.”

“Ce l’hai la foto? Me lo fai vedere, tuo marito?”

“Ma no, fidati che è bello.” Risposi io.

“E dai. Fai vedere la foto. Fai vedere il bel ragazzo.”

Alla fine cedetti e, dal telefono, le mostrai una foto recente di mio marito.

“Mmm!” Commentò, alzando un sopracciglio. “Vabbè… ma è ricco? “

“Ricco, no di certo! Quindi mio marito non ti piace.”

“Mmm, sì… insomma. Puoi fartene un altro più alto, e dai, fattene un altro.”

“Ma no, voglio questo che ho.

“O mammamia perché?”

“Beh, hai mai sentito parlare dell’amore?”

“Ah, sì, bello l’amore. Eccolo!” Dice mostrando con orgoglio il suo dito indice.

“Quello è il tuo amore?”

“Sì, certo.” Risponde con grande soddisfazione e suggella quel sentimento con un bacio sulla punta dell’unghia.

Gianna vorrebbe portare le calze a rete o anche solo quelle normali, ma qualcuno l’ha convinta che le farebbero male; un’altra cosa vietata, poi, sono i tacchi di qualsiasi altezza, perché la farebbero certamente cadere. Così come le è stato detto anche che avere un fidanzato non è cosa per lei, perché ha i fibromi e potrebbe essere pericoloso. Così guarda e invidia, ma non ha il coraggio di chiedere. Una volta, a carnevale, le portai una coppia di calzini a rete e un mio paio di scarpe con il tacco a spillo. Li indossò già davanti allo specchio, per paura di non riuscire a camminare fino a lì, ma non riuscì a dargli più di un’occhiata furtiva, che iniziò a gridare di gioia e imbarazzo; subito dopo disse che era troppo, scese dalle scarpe e dopo cinque minuti andò al bagno a dare di stomaco.

Eppure Gianna un fidanzato ce l’ha avuto. Si chiamava Alfiero e avrebbe voluto fare con lui molte cose, ma non sapeva come si facessero, né dove, né quando. Ne aveva sentito parlare ai tempi della scuola, aveva visto qualcosa nei bagni, tra le sue compagne e qualche maschietto.

Una volta, durante una gita in un bel giardino, lei e gli altri erano seduti su alcune panchine ad aspettare la consegna della merenda. Una delle educatrici si voltò e vide Gianna con il viso appoggiato sulla cerniera dei pantaloni di Alfiero.

“Gianna!” esclamò: “Ma che fai? E poi così, davanti a tutti?”

Lei sollevò il viso arrossito e si giustificò:

“Hai ragione!” Poi puntò l’indice verso i compagni, seduti a mangiare il loro panino, mentre assistevano alla scena con trascurabile interesse, e sentenziò: “Guardoni!”

Di fronte a tale accusa, la reazione di tutti fu quella di masticare più velocemente.

Da quel giorno Gianna e Alfiero furono messi sotto stretta sorveglianza, ma lei continuava ad aver voglia di fare cose al fidanzato e lo diceva in gran segreto a me, alle altre educatrici, alla responsabile del centro, al suo psichiatra, all’autista del pulmino e a molti altri, tranne che ai suoi genitori. Alfiero, dal canto suo, non sembrava particolarmente frustrato da questo tipo di relazione, in cui stare insieme significava principalmente prendersi per mano e sedersi accanto in sala mensa. E questo faceva ancora più entrare in ansia Gianna.

“Mi sa che non gli piaccio.” Mi diceva spesso.

“Perché pensi questo?”

“Perché non mi bacia.”

“Ma sì, ti bacia, l’ho visto io.”

“Sì, ma sono baci della buonanotte di mia nonna e lui poi me li dà addirittura di mattina.”

“E invece tu cosa vorresti?”

“Io vorrei, vorrei… oddio no! Non lo posso dire, che schifo, che poi divento una sporcacciona e neanche a messa posso andare. Vorrei quelle cose lì” Diceva sfregando energicamente un palmo della mano sull’altro. “Ecco, mo me sento male, guarda, eh? Che io ho pure il fibroma e posso morire.”

“Chi te lo ha detto?”

“Mamma.”

“E lei come fa a saperlo?”

“Glielo ha detto il mio dottore.”

“Sei sicura?”

“Certo, che pensi che mia madre vuole che muoio?”

Un giorno il padre si presentò dalla dottoressa, senza la moglie.

“Guardi, non so neanche perché sono venuto, tantomeno se ho fatto bene. Gianna è così nervosa, non dorme e sta diventando aggressiva. Con noi urla sempre e si graffia le braccia e il collo. Ha provato anche a strappare una camicia da notte. Lo psichiatra dice che, ecco… dice che è adulta.”

“E quindi ha le necessità e i desideri di un adulto.”

“Sì, qualcosa del genere. Sa, dottoressa, io sono un uomo, per così dire, “di mondo”; mia moglie però non lo accetta, vede il peccato, dice che Gianna non si sposerà mai e lei non vuole farne una sgualdrina.”

“Allora cosa pensate di fare?”

“Non lo so, ma non la posso vedere così. In alcuni momenti penso che se avessi il coraggio li prenderei tutti e due, lei e Alfiero e proverei a spiegargli come fare. Ma poi mi sembra una cosa orribile e mi convinco che sto impazzendo. Altrimenti la porterei da qualcuno a pagamento, ma poi temo che non potrebbe più farne a meno e chi l’accompagnerebbe quando non ci sarò più? Forse ha ragione mia moglie. Però non voglio vederla soffrire.”

Il colloquio durò quasi due ore; poi ce ne fu un altro alla presenza della madre di Gianna. Nel frattempo la situazione non migliorava: Gianna non riusciva più a vedere Alfiero con serenità; gli lanciava oggetti; tentava di graffiarlo; raccontava a chi gli capitava sogni scabrosi, scambiandoli con eventi realmente accaduti e rischiando di compromettere la reputazione di persone oneste.

Poi venne portata da un dottore e le furono date delle medicine che la tranquillizzarono, fino al punto da farle perdere interesse per tutto, anche per il fidanzato, il quale, vedendola in mensa, seduta accanto a una compagna, la lasciò.

Così, da quando è single, Gianna si è fidanzata con il suo dito indice e trova che le sue giornate siano stupide e senza senso, come una spiaggia quando piove.

Alcuni giorni sente le nuvole nella testa e cerca qualcuno che le dica se è vero che esiste ancora. Quando le capita, bussa alla porta aperta del mio ufficio e chiede:

“Ti posso parlare, però come amica? Se hai da fare mi puoi anche dire: che cazzo vuoi, vattene affanculo!”

“No, ma perché ti dovrei dire così?”

“Vabbe’, me lo diresti come amica.”

“Figurati, io non parlerei mai così e tu non lo meriteresti.”

“Le persone che esistono, meritano.”

“Tu esisti?”

“Sì, solo con me stessa, però.”

“Come ti accorgi che esisti?”

“Attraverso la mia amica che si siede vicino a me, a mensa.”

“La tua amica esiste?”

“Sì.”

“E invece una persona che non esiste chi è?”

“Mia mamma. Sta con me, ma non esiste. Per esistere mamma dovrebbe aiutarmi a parlare con lei. Invece dice che parlo male in italiano; dice che non si capiscono le frasi; mi corregge e mi fa scrivere cinque volte le frasi sul quaderno. Alla fine non mi ricordo più cosa dovevo dirle.”

“Hai mai provato a scriverle una lettera?”

“Sì”

“E lei cosa ha fatto?”

“Ha detto che era piena di errori e che la dovevo rifare in bella. Io l’ho riscritta tutta bene e poi sono andata in bagno a dare di stomaco, perché a me queste cose mi fanno male!”

“Cosa?” Le ho chiesto.

“I baci. Nella lettera le chiedevo un bacio e infatti hai visto che ho vomitato?”

“Chi te lo ha detto che i baci fanno male?”

“Nessuno, ma mamma non me li dà, perché mi sa che mi fanno male. A lei poi… fanno malissimo.”

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