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Maria Lucia Schito: “Più dell’immagine, il suono crea mondi”

Sarà stata la pandemia, sarà stata la rivoluzione digitale in corso, sarà stata la crisi dei media tradizionali oppure la voglia di provare qualcosa di nuovo, o magari sarà stato – come spero – soprattutto il suggestivo fascino del suono, fatto sta che nell’ultimo periodo abbiamo assistito allo sviluppo e alla diffusione crescente del podcast. Un mezzo che permette di ascoltare quando si vuole e quanto si vuole un audio mp3 scaricato generalmente da una piattaforma online. Un po’ come succede per i video di Netflix, di Disney+ o di Amazon. Ce ne sono diversi interessanti disponibili, da Veleno a Polvere, solo per fare due titoli. Girovagando sui vari siti ho scoperto che anche Maria Lucia Schito fa parte di un gruppo di tre autrici che realizzano il podcast Mis(S)conosciute. E poiché, diversi anni fa, Schito mi aveva sorpreso con la brillante idea di un’applicazione che permetteva di leggere sullo smartphone racconti della durata giusta per i tempi di attesa di un mezzo pubblico, mi è venuta la voglia di ascoltare Mis(S)conosciute – Scrittrici tra parentesi, le cui autrici si presentano come Giulia, Maria Lucia e Silvia (e sono Giulia Morelli, Maria Lucia Schito e Silvia Scognamiglio) e vogliono realizzare “Un podcast che libera dalle parentesi le storie di scrittrici lette – ma non troppo – degli ultimi 60 anni”. Insomma podcast e letteratura, cosa potrebbe interessare di più, almeno noi di Genius? Era naturale che mi venisse voglia di coinvolgere Schito nella nostra intervista domenicale. Ed ecco la conversazione che ne è seguita.


Prima di tutto è interessante il nome che avete scelto per il vostro progetto, un gioco di parole tra Miss, Conosciute e Misconosciute, però con la “s” tra parentesi, come è nato?

È un’idea di Giulia che io e Silvia abbiamo abbracciato subito con molto entusiasmo. Un podcast deve avere un nome icastico, efficace, facile da ricordare e “rappresentabile” anche graficamente. Mis(S)Conosciute secondo noi è tutto questo e racchiude in una sola parola quello che è un po’ il nostro proponimento: “liberare dalle parentesi” scrittrici ingiustamente poco note degli ultimi 60 anni.

C’è qualcosa che unisce voi tre autrici del progetto, come vi siete incontrate?

Siamo coetanee e abbiamo iniziato quasi contemporaneamente a lavorare per la stessa azienda. Veniamo da città diverse ma da studi e sensibilità abbastanza simili, e parlando parlando ci siamo rese conto di avere spinte creative comuni, quindi ci siamo dette: perché non sfruttarle?

Perché l’idea di fare un podcast?

Tutte e tre eravamo accanite ascoltatrici di podcast stranieri, poi a un certo punto ci è sembrato che si stesse aprendo una breccia anche qui in Italia (beninteso tutto ciò succedeva pre-pandemia, nel 2019, quando ancora il boom vero e proprio del medium non c’era stato). Ci sembrava che il podcast da un lato fosse adeguato al tipo di narrazione che volevamo utilizzare, che doveva essere immersiva, avvolgente, e dall’altro avesse il non trascurabile vantaggio della relativa economicità della produzione e dell’agilità della fruizione.

Secondo voi c’è bisogno di riscoprire la letteratura scritta dalle donne perché è stata negletta, eppure sembrerebbe che molti ne parlino in questo periodo. Ne parlano male?

Per carità, già che ne parlino è una conquista. Grandissime autrici – che nulla hanno da invidiare ai colleghi uomini – non sono neppure nelle antologie scolastiche. Noi cerchiamo di parlarne nel migliore dei modi possibili, ecco, speriamo di farlo al meglio delle nostre possibilità. Studiamo tanto, leggiamo i testi, curiamo l’esposizione, cerchiamo di essere divulgative ma non banali. Per questo poi siamo un po’ lente nella pubblicazione, ma non si può avere tutto.

C’è secondo voi uno specifico della scrittura al femminile?

Il nostro obiettivo sinceramente sarebbe non sentir parlare più di letteratura femminile (o al femminile) e maschile, ma solo di letteratura buona e cattiva (in senso estetico e non etico, naturalmente). Siamo consapevoli poi che certi temi a volte siano più nelle corde delle autrici donne, magari per cultura/educazione o per sovrastrutture sociali, ed è opportuno analizzarne le occorrenze a fini statistici, probabilmente, ma bisogna stare molto attenti a considerare le autrici in quanto entità singole e a non generalizzare troppo. Altrimenti si finisce a invocare “il Nobel a una donna” o “una donna al Quirinale” (una, qualunque), che sono frasi che al maschile non verrebbero mai pronunciate.

Ho visto che fate una certa attenzione agli oggetti, al vintage, che cosa rappresentano per voi?

Sicuramente c’è una grande passione per gli oggetti con un vissuto, che sono carichi di potenziali storie da raccontare. Nel nostro caso è proprio tra i banchi dei mercatini e negli scaffali delle librerie dei negozi dell’usato che ci siamo imbattute nelle scrittrici che poi abbiamo raccontato e racconteremo nel podcast, grazie alla casualità che nasce nel setacciare le pile di libri disordinati che si accatastano in questi luoghi in cui il passato è protagonista. È ciò che proviamo a fare, in fondo: ridare lustro a storie dimenticate e messe da parte, un po’ come accade agli oggetti nei mercati delle pulci. È per questo che cerchiamo di proiettare questa sfera anche nella nostra immagine online e nelle nostre foto sui social (dove cerchiamo di non figurare molto, perché preferiamo che a parlare siano le scrittrici).

Avete anche un merchandising fatto di gadget, un calendario, delle shopper, funziona ancora l’autofinanziamento?

Un po’. Naturalmente non basta, non siamo rockstar, ma riusciamo almeno a non perderci troppo. Certo non ci si vive. Però contemporaneamente possiamo sostentare le nostre attività e sostenere realtà virtuose. I nostri gadget infatti sono nati con i Litografi Vesuviani, una cooperativa sociale del napoletano che impiega utenti dei servizi di salute mentale, e con Else Edizioni, una splendida serigrafia di Tor Pignattara, sempre grazie all’imprescindibile lavoro della nostra illustratrice Monica Lasagni.

Cosa pensate del lavoro delle vostre colleghe Podcaster, come per esempio il podcast Morgana, di Michela Murgia e Chiara Tagliaferri?

Morgana è un’illustre predecessora. Le invidiamo molto il pubblico, ovviamente, il discorso che riesce a generare. Ma “colleghe podcaster” davvero in gamba ne abbiamo molte altre, Cecilia Sala e Chiara Lalli, Sara Poma, Giulia Depentor, Rossella Pivanti, Mariachiara Montera… certo pure in questo settore c’è ancora tanto da fare.

Pensi che il podcast sia uno di quei media destinato a incrementarsi e durare?

Al momento sembra molto in crescita. Certo a noi che facciamo radio un po’ vien da ridere, no? cose molto simili le facciamo da una vita – i radiodrammi, gli audiodocumentari. Sicuramente ci sono ancora ambiti da esplorare, si è avviato tutto un ramo “branded”, pubblicitario, finanziato dalle aziende, che se dovesse ingranare sicuramente porterà a sviluppi interessanti, ma qui smettiamo di parlare di comunicazione e iniziamo a parlare di marketing, e non è proprio il mio campo.

Cosa ti piace nel lavoro fatto con il suono?

Più dell’immagine, il suono crea mondi. Basta una frenata sui binari per trasportarti alla Grand Central Station di New York con Elizabeth Smart, bastano i cori degli studenti per finire in mezzo alle proteste di piazza Tahrir con Ahdaf Soueif, bastano le onde del mare per passeggiare in riva al Tirreno con Fabrizia Ramondino. Cosa c’è di più bello?

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