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“L’Amore tra alieni” di Terézia Mora (Keller)

L’amore quando perde ogni prudenza, come diceva la Duras, è il protagonista di queste dieci storie.

Siamo tutti alieni l’uno all’altro, spesso sconosciuti anche a chi divide il letto e il tetto con noi. Spesso i protagonisti sono stranieri e parlano il tedesco in maniera elementare, spesso ereditano incubi e desideri di chi ha vissuto in certe case prima di loro. Sono sempre insoddisfatti e rivendicano, in maniera talvolta inconsapevole, la loro orgogliosa solitudine come un vessillo capace di rendere noto al mondo chi siano senza che nessuno gli faccia domande.

Ci sono due ragazzi, poco più che adolescenti, lui è un apprendista cuoco, senza legami con nessuno che non sia la titolare del ristorante, e lei, in un giorno di asfissiante calura scompare nel folto dell’erba. Lui, aiutato nelle ricerche da Ewa, appunto la ristoratrice che lo ha preso a ben volere, si chiude in un mutismo senza soluzione, in una camera abitata dalla mancanza e da cumuli di stracci sporchi, e poi, prima dell’inizio del nuovo anno scolastico, scompare anche lui.

Una ragazza madre che ha avuto un figlio a 16 anni, cresciuto dai genitori di lei, e lavora in un negozio di fotografia e nel tempo libero vende foto artistiche sul web. È talmente giovane da non ricordare un tempo in cui non abbia avuto qualche responsabilità, e passa la sua giovinezza, quando non lavora e non trascorre il suo tempo con il figlio, a bere con le amiche e a scrutare il cielo notturno in cerca di possibilità, attenta alle sfumature da cogliere per imprigionare l’attimo in una foto.

Un uomo che non riesce a diventare adulto davvero, stregato dal rapporto saltuario e intenso con la sua sorellastra, il cui unico desiderio è passare la vita accanto agli altri in silenzio, dormendo sotto un sasso, senza obblighi che derivano dallo stare insieme in una relazione.

Un altro che ha fallito come avvocato e sbarca il lunario affittando le camere della vecchia casa antica dei genitori, nutrendosi delle storie degli altri e di un po’ di compassione affettuosa che una ragazza gli lascia, al modo di spiccioli distratti, finché anche lei smette di farlo.

Un professore universitario giapponese, che vive e insegna in Germania da 25 anni, si innamora dell’immagine della dea Kannon (dea della compassione) e della titolare, giapponese anche lei, della lavanderia sotto casa sua. Nel modo delicato, sommesso, tipico dei giapponesi adulti, lei gli fa capire di ricambiare quei sentimenti, che nella casa tedesca dove abita con la moglie, non possono avere una patria, ma forse in Giappone sì. Entrambi sono esuli nell’anima, anche se perfettamente adattati alla loro vita già in parte vissuta.

Eppure, l’amore spesso è questo, un guizzo di riconoscimento tra chi divide lo stesso senso di straniamento, di esclusione, quando nel trambusto di una festa, c’è qualcuno che sta rincantucciato in un angolo e ci guarda, e quello sguardo non ci fa vergognare di sentirci soli e annoiati, ma semplicemente, consolati.

Queste storie, così delicate e intime e potenti, raccontano proprio di quell’attimo lì, quando, alzando gli occhi ci siamo sentiti al sicuro da un naufragio. Anche per pochi minuti.

Ma il tuo sogno qual è? Qual è la cosa che ti piacerebbe di più fare?

(Niente di niente. Guardare il sole che sorge e tramonta. Oltre quei pochi minuti al giorno non vorrei proprio vivere. Non dover mangiare, nulla. Dormire, come una creatura delle fiabe. Che dorme, si sveglia per guardare il sole che sorge e tramonta, e poi si riaddormenta. Sempre così, in eterno.)

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