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Claudia Dalmastri: “Inseguo sempre il tempo e fermarlo ogni tanto per scrivere è una conquista”

Partiamo da un presupposto: chi scrive porta sulla pagina molto di sé. Quando mi capita di leggere i testi che ricevo senza conoscere l’autore, provo un singolare e sottile piacere nel giocare a indovinare quale possa essere la sua professione, quali i suoi hobby, quali i suoi vizi – tutti ne abbiamo, eh! – e come siano finiti per comparire, più o meno dissimulati, nelle righe che leggo. Di Claudia Dalmastri, autrice di una raccolta di racconti che s’intitola Disreality (Ensemble 2021) so invece che, oltre ad avere una passione non comune per la lettura e la scrittura (un suo romanzo precedente, Le cose che non si devono dire, lo testimonia abbondantemente), possiede una mentalità scientifica, insegna all’università, è una microbiologa. E questa visione del mondo da ricercatrice si riversa in pieno nei racconti di Disreality. Oggi si chiamano distopici, un tempo li avremmo chiamati fantascientifici o fantastici, surreali. Un tempo avrebbero somigliato a una puntata di Ai confini della realtà, oggi starebbero bene tra i soggetti della serie Black mirror. Quello che Dalmastri fa è di inserire in ogni sua narrazione prettamente realistica, materiale, concreta, un elemento che rappresenta il possibile risvolto sorprendente (e spesso terribile) di ciò che viviamo oggi. Un giovane ricercatore che fa da cavia, una donna che perde letteralmente i pezzi, un uomo invisibile sul luogo di lavoro e via così. Secondo me questi racconti sono una lettura perfetta per i nostri tempi attraversati dalla pandemia che ci appaiono come tempi distopici senza nemmeno bisogno di appellarsi alla fantasia, fare balzi indietro o avanti nel tempo o in universi paralleli… Ed eccomi quindi a chiacchierarne con l’autrice, dopo una presentazione che potete vedere nella foto qui sopra, dove insieme con me e l’autrice c’era Massimiliano Ferraris Di Celle che leggeva i racconti.


Dopo un romanzo, una raccolta di racconti, ti trovi a tuo agio in entrambi i generi?

I racconti in realtà nascono prima del romanzo, con la scuola di scrittura, poi ne sono venuti altri prima e dopo il romanzo. Questo per dire che spesso si inizia a scrivere coi racconti, anche se non credo sia più facile scrivere un bel racconto piuttosto che un bel romanzo. In effetti, almeno per me, è soprattutto questione di tempo, il romanzo è stato una splendida avventura, ma richiede ovviamente un lavoro più lungo e soprattutto una concentrazione difficile da mantenere se uno fa altre cose. Con i racconti non ci si può dilungare troppo, bisogna scegliere, e questo mi piace, insieme alla soddisfazione di vedere una cosa finita, il che aiuta nei tanti momenti in cui si ci sente un po’ per aria.

Ognuna di queste storie parte da una situazione realistica sulla quale si innesta un’esperienza fantastica o surreale. Pensi prima all’ambientazione realistica, o ti viene in mente prima l’idea che la stravolge?

Non c’è una regola, e anche questo è il bello. Per ognuno c’è dietro una storia, per esempio il mio primo racconto, riveduto e corretto, e ora presente nella raccolta col titolo Tempo indeterminato, è nato alla mia prima esperienza di scrittura creativa, alla full estiva, ero andata per scrivere una storia d’amore strappalacrime e per fortuna me l’hanno impedito, proprio tu, Paolo, mi dicesti di scrivere di qualcosa che sapevo, l’idea era stata così molto realistica, raccontare la storia di un giovane scienziato che non riesce a sistemarsi, e così sfrondando tutta la parte socio politica pallosa è rimasto il fantastico. Aperto vendesi era stato un suggerimento di Marcello, il mio amico autore della copertina del libro, aveva visto questi due cartelli vicini per strada e gli era sembrata una cosa assurda oltre che ridicola e mi aveva detto proprio: dovresti scriverci un racconto…

Quanto conta la tua esperienza di scienziata nell’inventore questi racconti?

Sicuramente conta nel senso che è parte di quello che vivo e che posso conoscere più da vicino. Ed è più facile che in qualche modo finisca dentro una storia inventata, come tutto ciò che è parte di chi scrive, del resto. Poi, sempre per una questione di tempo, se dovessi scrivere una storia ambientata nella Cina dei mandarini dovrei studiare talmente tanto che non mi basterebbero sette vite…

C’è una forte connotazione animalista nel libro. T’interessa il trattamento che riserviamo agli altri abitanti della terra?

Sì. Non mi sono mai vista come una animalista, anzi confesso che non ho mai avuto animali a casa a parte un paio di pesci rossi portati dai miei figli, li nutrivo senza troppo entusiasmo e più volte hanno rischiato di finire nel lavandino, e di fronte a una bella fiorentina non mi faccio scrupoli. Però non ho mai accettato la presunzione umana di essere al di sopra degli altri viventi, anzi al di sopra della terra, credo sia sciocca come ogni presunzione, e i risultati sono sotto gli occhio di tutti, o almeno di chi vuole vedere. Comunque, non provo slanci particolari per gli animali ma li rispetto, vabbè mi piacciono di più le persone, però, sul serio, sono buonissima, non riesco a uccidere nemmeno le zanzare e piuttosto che lasciare un cagnolino da solo a casa 10 ore, sto senza, meglio per tutti e due.

Sembra quasi che tu voglia raccontare le situazioni che coinvolgono i più deboli della società attraverso il grottesco o il surreale, è vero?

Non l’ho fatto apposta, però a un certo punto ho visto che andava così, che c’era un filo conduttore tra diversi racconti che avevo scritto e che avevo in mente, e così è nata anche l’idea di metterli insieme. Mi piace dar voce ai deboli, anche indirettamente, per esempio in Agenzia ORU i bambini sono sullo sfondo, sono protagonisti sofferenti di una storia dove il personaggio principale li manipola. Ma a guardar bene, è debole anche lui. Diciamo che debolezze ne abbiamo tutti, mi sono fermata su queste. E, dove possibile, su qualche slancio di forza e di riscatto.

È più facile narrare il nostro tempo presente attraverso situazioni distopiche?

Non so se sia più facile, davvero mi è venuto così… anche se poi ho scritto anche dei racconti dove non ci sono situazioni di questo tipo, ma è tutto più, diciamo, realistico. Però è come se il discostarsi in qualche modo dalla realtà che comunque è sempre ben piantata come base della storia, faccia emergere gli aspetti distorti propri di quella realtà, e quindi evidenzi le cattiverie, le assurdità di certi comportamenti. In fondo basta un dettaglio per portarci nel distopico, ci sembra di allontanarci dal reale e questo ce lo rende accettabile. Salvo poi rendersi conto che è in quel reale che nascono le storture. Poi forse c’è anche un aspetto puramente narrativo. Il tentativo di scrivere qualcosa di originale, che magari possa divertire e anche far riflettere un po’, e su certi temi questo aiuta, in modo diverso dai trattati e dalla cronaca.

Come si fa a rendere verosimile e quindi far accettare al lettore situazioni “impossibili”?

Forse suscitando una curiosità, un incipit che ti porta dentro una storia con un personaggio un po’ particolare o una situazione insolita. Se viene voglia di continuare a leggere a quel punto si sta dentro. Anche se il protagonista è odioso si vuole sapere che cosa gli succederà. E il racconto, nella sua brevità, in questo aiuta.

C’è qualche autore che ti ha ispirato nello scrivere questo libro?

Confesso che non sono una lettrice accanita del genere distopico, anche se ho amato classici come 1984 di Orwell e Il mondo nuovo di Huxley. Ma veramente non è che avessi pensato di scrivere cose di questo o di altri generi, uno scrive e poi si ritrova in un genere… Magari mi hanno ispirato altre letture ma è difficile dire quali e come, si rimescola tutto insieme alla vita e poi esce fuori qualcosa che non ti aspetti.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere i singoli racconti?

A scriverne ognuno qualche giorno, dipende dal momento, ma se l’idea è chiara, il tempo di buttarla giù. A riscriverli, molto di più. Alcuni racconti scritti anni fa li ho ripresi, ho aggiunto anche personaggi che non c’erano, poi per alcuni è stato più complicato rendere verosimile l’assurdo. Ma è stato anche divertente. Diciamo che ho avuto un maestro spietato e anche dei lettori di bozze implacabili.

E adesso? Un nuovo romanzo realistico o altri racconti fantastici? Oppure cosa?

Ora… spero di avere un po’ di tempo anche per riprendere appunti sparsi, per riuscire a mettere su carta (su file) qualche idea se arriva, poi si vedrà, un po’ vorrei godermi anche questa nuova uscita ma inseguo sempre il tempo e fermarlo ogni tanto per scrivere è una conquista e un piacere, senza sapere dove andrà.

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