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MADDALENA

I diciotto li avevo passati da poco e il mio amore era fatto di storie, più o meno lunghe e pomiciate a freno d’istinto. Il sesso stava nella masturbazione in compagnia di qualche giornaletto porno che aiutava la fantasia.  Attraverso il me stesso di quell’età era difficile pensare a come saremmo cambiati. Anche se il ’68 aveva dato una prima spallata, era ancora acerbo il passaggio, dalla barbarie sessuale del nostro provincialismo, con la chiesa che pilotava le coscienze. Le ragazze consapevoli del diritto a gestire il proprio corpo erano poche. Al liceo s’additavano a voce d’orecchio quelle che forse scopavano. Erano guardate a sguincio di morbosità celata. «Quella con l’eskimo, fuma e sta con quello che parla sempre in assemblea, nei cortei urla al megafono e spesso le prende da fascisti e celerini». Io ascoltavo storie e il corpo reclamava d’impulso un contatto che non fosse l’immaginazione e la stretta di una mano a procurare piacere.

Così arrivo a Maddalena, di amore mercenario. Un incontro cercato tra gli annunci di un quotidiano che, da soli, bastano al respiro di un’eccitazione sotto pelle. Scelgo quello di una zona dell’altra Roma, periferica e di polo contrario a quello di Prati dove abitavo. Tra le tante telefonate e vari vaffanculo, l’unica che risponde al quanto prendi.  La cifra è alla mia portata, per i lavoretti che faccio, da studente, per le vacanze. «Piazzale Prenestino, 91, suona al n. 3 e scendi al seminterrato». Il cuore in tumulto quando ascolto, come fosse già un coito. L’81 che ci fa capolinea, passa per Via Cola di Rienzo, vicino casa. Quel pomeriggio taglio Roma, verso palazzoni di squallore sconosciuto, abituato al caldo aranciato di quelli umbertini del Rione Prati. Mille volte trattengo la discesa, lottano viscere e sensi di colpa. Al capolinea resto ultimo e scendo al richiamo dell’autista che scuote il timore. Passo mille volte davanti al 91, prima di suonare, tirando lungo se c’è qualcuno, come se in quell’alveare ci fosse solo una puttana. L’ansia mi strema. Entro, mi guardo intorno e imbocco il seminterrato. Il dito trema sul campanello, si apre uno spiraglio e dico che ho chiamato. Apre la porta. È sui trent’anni, ha indosso una vestaglia e fuma, sulla voce arrochita passa un accento napoletano. I capelli sciolti e lunghi sulle spalle, il trucco marcato a coprire segni d’acne sul viso pallido, appena rosato dalla luce fioca dell’abat jour. Mi fa entrare in quel monolocale umido e freddo, con una tenda a fiori che pende dal soffitto e nasconde a metà il letto. Resto fermo, impacciato, lei mi spinge verso il muro. «Sei nu guaglione, quant’anni tieni?». «Diciannove», rispondo, allungando il mio essere uomo. Lei ride, di bocca larga, mostrando denti scuri di fumo. Prende i soldi e ancora mi spinge verso il muro. «Mo facimme l’ammore o non ti và? O tieni o piscitiello?». Io mi vergogno e la bocca mi si riempie di saliva quando mi dice di spogliarmi. Lei abile m’aiuta da dietro. Muove le mani sul mio petto, poi sulla pancia, mentre sfilo i pantaloni. Poi le passa sulla gola e in basso, dove non mi azzardo a guardare, intanto inghiotto saliva e spero che non se ne accorga. Mi guida verso un lavandino che non avevo visto nella stanza semioscura. «Mò lo laviamo sto piscitiello» e me lo passa con il sapone liquido. «Lo lavo e vedo se nun tieni niente, lo faccio per star sicura. Mò mettiti a letto che il tempo passa e aspetto un altro». Sono intirizzito sul lenzuolo che assorbe l’umidità di quella stanza. Non guardo, mentre rapida mi infila il preservativo con quel buffo cappuccio. «Questo serve a me e pure a te». Vedo il pube e i capezzoli scuri, mentre si sdraia e mi mette addosso a lei come vuole e non so più dove sta il piscitiello, come lo chiama. Mi porta in sé e mi tiene fermo, abbracciato e respira forte, finge piacere. Non so che fare con le braccia, cerco di staccarmi un po’, gliele metto sul petto e i suoi capezzoli sono duri. Mi faccio portare da lei, mi alza e mi abbassa, fa come un’onda e cerco di stare in equilibrio, apro gli occhi e vedo i suoi chiusi sotto di me. Poi sento arrivare un colpo che mi prende il corpo e scarica forza in punta al ventre. M’esce un gorgoglìo di piacere e meraviglia. Lei si afferra più forte a farmi sfogare a lungo e scarico le ultime mosse che non sento mie. Sono di lato sfiancato, banalmente la ringrazio per quello che mi ha insegnato. No dice, non te lo insegno, io comincio, il resto lo fai tu. Ci alziamo e lei mi sfila il cappuccio che finisce in un cestino. Mi sciacquo, mentre lei si riveste e mette a posto il letto. Quando sono pronto mi bacia la guancia, aprendo la porta. «Non ti ho neppure chiesto il nome, me lo dici alla prossima, io sono Maddalena». Sono stanco ed euforico mentre risalgo nell’odore di cantina.  Fuori, guardo ancora intorno, nel timore che qualcuno, vedendomi capisca. Ogni mese, raggranellata la cifra con qualche rinuncia, torno da Maddalena. Non è solo voglia di sesso, ma lo nascondo anche a me stesso. Ormai c’è intesa perfetta e non sento impaccio. Dilata il tempo che per lei è guadagno, staccando il telefono e non rispondendo al citofono. Gli racconto dell’altra Maddalena, quella evangelica, che pare facesse quel mestiere e fosse innamorata di Cristo. Non voglio pensarla agli altri incontri, quelli prima e quelli dopo, abbracciata a quei corpi, anche di vecchi. I colpi di ventre e l’affanno del cliente di turno e lei che finge piacere. Le donne che fanno quel mestiere, seguono un repertorio, l’amore è per il loro uomo, l’altro è lavoro. Girano intorno a gesti risaputi, senza caderci dentro, scansandolo nello sguincio di una finzione. Vietano cose riservate a quello vero, di corpo. Gli altri sono carne. Io lo so, ma evito la storta di pensiero. Una volta le vedo un livido sul viso e non mi faccio gli affari miei.

Mi risponde che capita. È stato il suo uomo. Ma era amore anche quello, anche se non potevo capire. Infatti non capisco come si possa amare chi ti sfrutta e ti picchia. Quella volta la prendo io, con veemenza, senza lasciarle spazio, voglio sentirmi per lei l’uomo che non sarei mai stato. Le nostre parti aderiscono e combinano in coincidenza. Mano su mano, piede su piede. I capelli madidi di sudore e di umidità, ombelico su ombelico. Ci respiriamo dai nostri nasi uniti e dalle bocche. Assorbe il mio freddo e l’affanno che ci mischia, nei colpi di ventri a compulsione, lo sento vero. Se esiste unione io l’ho provata allora. Ci guardiamo e dura eterno quello ch’era stato tempo d’istanti. La sento in un sussurro: «Ora ti sento». Stupido, come frutto acerbo, credo che quell’incontro, sia inizio per noi di un’altra dimensione, da vivere insieme. È la fine invece. Quando ci alziamo rompe il silenzio. Mi ridà i soldi, non li vuole, non questa volta. Mi prega di non tornare. La nostra è vita di paralleli troppo distanti e per lei problemi da evitare. Mi sfiora le labbra d’una carezza dolce. All’esterno guardo il nulla e cammino di lungo spazio, senza direzione, tra i monoliti di cemento scuro e strade sconosciute. Voglio perdermi, come oggi ho perso il corpo.