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La polvere

La nostra famiglia, è una famiglia bella e solida.

E’ così che dicono tutti.

Dicono che sa resistere a tutti gli scossoni, che ha la formula magica per superare le difficoltà, che è per questo che mamma e papà stanno insieme praticamente da sempre, da quando andavano a scuola. Dicono che loro due si vogliono bene, e che, quando due si vogliono bene, hanno un ombrello che li ripara da tutto.

Un po’ mi scoccia quando lo ripetono troppo, perché la nonna dice che sono invidiosi e portano jella. Allora, io faccio le corna con le mani nascoste dietro la schiena, perché non si sa mai, anche se siamo una famiglia bella e solida.

Bella, è sicuro.

Mamma ha le stelle negli occhi e i capelli come la seta. Le sue tette sono morbide e profumate e, quando mi appoggio, mi sembra di stare su un cuscino di piume, anzi su uno di quelli che fanno la pubblicità alla televisione. L’ho provato al negozio un po’ di tempo fa. Prende la forma della testa e la accoglie, come il seno di mamma. Accoglie mi sembra la parola giusta, l’ha detta papà mentre provava anche lui il cuscino. Io l’ho visto, però, che guardava il petto di mamma, mentre la diceva.

Papà pure è bello, non come la mamma certo, che lui mica è una femmina come lei. Mi ricorda il suo bisnonno nella foto un po’ ingiallita che sta nell’album di cuoio nella credenza. Ha i baffi sottili e i capelli neri. Gli manca la divisa da cavaliere, ma è proprio uguale a lui. Papà è alto e dritto, ma, quando ci abbraccia, si piega ed è come se ci incartasse. Diventiamo un tutt’uno e nessuno ci può separare. Per questo la nostra famiglia è anche solida.

Mamma e papà pensano le stesse cose e fanno le stesse cose. Cioè, ognuno ha un pezzo di vita sua, perché non è che stanno appiccicati come gemelli siamesi, però sono sempre d’accordo su ciò che ha fatto l’altro, come se davvero lo facessero insieme. Sono contenti anche quando sono stanchi, perché dicono che gli sforzi che fanno vanno nella stessa direzione.

La sera, quando sono a letto, ascolto i loro discorsi e, anche se parole non riesco a capirle bene perché sono condite da piccole risate e sussurri, il suono delle loro voci mi accompagna finché non mi addormento. 

Da grande voglio avere una famiglia tutta mia, bella e solida come la nostra. Io sono già un po’ alto, e quando cresco di più e mi crescono pure i baffi li faccio sottili come quelli di papà, e Luisa, be’ Luisa ha le stelle negli occhi anche lei, come la mamma. 

Mamma e papà ogni tanto partono. La nonna dice che lo fanno per spolverare l’amore, sennò la polvere che ci si è posata sopra lo rovina. Mamma, della polvere, dice solo che fa male e che per aiutarla devo toglierla dai miei giochi e dai miei libri.

A me, invece, un po’ piace, perché con il dito posso disegnarci i ghirigori sulla scrivania che diventa una specie di lavagna. Quando mi stufo, per farla contenta, passo la pezzetta, ma solo sul bordo perché poi mi pizzica il naso e mi viene da starnutire. Se la lasciassi stare, non mi darebbe nessun fastidio, quindi non la capisco molto questa cosa del doverla levare per forza. E poi, boh, perché loro devono partire per toglierla dall’amore è un mistero.

“Non basta la pezzetta?”

L’ho chiesto alla nonna, ma lei mi ha risposto di no, che spolverare l’amore è una cosa che si deve fare lontano da casa e da tutti, e che lo capirò da grande.

Deve essere tipo quando la mamma batte il tappeto. Lo porta nel terrazzo in cima al nostro palazzo e gli dà un sacco di colpi con il battipanni. Fa una gran fatica, perché la polvere è dispettosa, si alza, fa le nuvolette, ma poi torna a posarsi un’altra volta sul tappeto e allora la mamma deve ricominciare di nuovo. Dopo che ha finito, è tutta sudata e dice di sentirsi anche sporca, così corre a fare la doccia.

“Perché la polvere va tolta, sennò fa male”.

Questa cosa la dice pure la maestra di scienze. Dice che nella polvere si nascondono anche degli animaletti che possono entrarci nel corpo e farci ammalare.

Io la guardo, la polvere. Sta lì, sulla scrivania e anche sulla libreria. Si muove solo col vento o se ci soffio sopra. Quando lo faccio, si alza per poi posarsi di nuovo, ma, mentre volteggia nell’aria, sembra una cascata di briciole d’argento o una pioggia di stelline, come quella magica di Trilly. Io allargo le braccia e le mani perché mi si posi addosso e poi salto per vedere se riesco anch’io a volare. Però non succede nulla, forse perché a casa nostra ce n’è troppo poca.

Una volta, ho preso anche la lente d’ingrandimento. Mi sarebbe piaciuto vedere uno di quegli animaletti. Me li immagino tipo i Pokemon. Proprio brutti, con gli occhi a palla, i denti aguzzi, la corazza, le zampe pelose e piene di aculei. Avrei fatto un figurone a scuola, se fossi riuscito a fotografarne uno, ma nella nostra polvere ci sono solo puntini grigi: opachi quando stanno fermi, scintillanti quando volano.

La nonna dice pure che, a farlo bene, spolverare l’amore è più divertente di battere il tappeto e i risultati… Mentre lo dice, alza gli occhi al cielo e rotea le mani verso l’alto facendo le farfalline, ma poi, non so perché, questa frase non la finisce mai.

Io mi immagino che la mamma e il papà, finito di spolverare, sono sudati e un po’ sporchi e allora si fanno la doccia, così sono contenti, perché dopo che loro si fanno la doccia hanno sempre un buon profumo e si abbracciano. Quando sono a casa, mi ci infilo pure io nel loro abbraccio e il papà ci incarta, come sa fare solo lui.

Comunque, quando loro partono per spolverare l’amore, io rimango qualche giorno dalla nonna, che tanto mi fa fare quello che voglio, e quando tornano, poi, mi portano sempre un bel regalo.

Di stare dalla nonna non mi piace solo una cosa. Le sue amiche. Le vecchie cornacchie, le chiamo. Sono di quelle signore che vogliono baciarti per forza, e poi ti dicono: “Ma che bel bambino, che sei. Sei bravo quanto sei bello? Come vai a scuola?”.

Insomma tutte quelle domande stupide, finché fanno quella più stupida di tutte: “A chi vuoi più bene?”.

Mamma, papà o nonna? Nonno non c’è più, sennò nominerebbero pure lui.

Io le guardo, ma non rispondo, oppure dico: “A tutti”, perché se dico prima mamma, per seguire l’ordine alfabetico, mi viene subito da dire papà e non nonna, ma allora l’ordine salta, poi penso che, forse, loro si aspettano che io dica nonna, visto che è la loro amica, ma io mica posso saltare mamma e papà. Certe volte, però, vorrei dire Luisa, soprattutto se capita nel giorno in cui, durante la ricreazione, le ho dato un pezzo del ciambellone che ha fatto la nonna, e lei mi ha ringraziato con un bacio. Mi fa uno strano effetto, perché poi la guancia mi scotta e mi scotta pure l’orecchio. Sono andato in bagno per controllare e ho visto che diventano rossi-rossi, come se lei li avesse accesi.

Questa settimana, mamma e papà sono partiti di nuovo e hanno detto che staranno fuori qualche giorno di più. Mi sa che, con tutta la pioggia sabbiosa che c’è stata, veniva dal deserto l’ho sentito alla televisione, la polvere oltre che sulle macchine, sulle strade e dentro casa, deve essersi depositata e seccata pure sull’amore.

“Questa volta ci vuole più tempo per toglierla”, ha detto la nonna con la voce strana. Forse pensava alla fatica che devono fare.

Io non so bene come sia l’amore, cioè non so che forma abbia, però questa volta m’immagino che la polvere gli si sia appiccicata facendo delle crosticine. Ci vuole attenzione per toglierle, perché sennò si rischia di grattare e rovinare quello che c’è sotto. Tipo quando mi viene il raffreddore forte. Il naso mi si riempie di caccole che poi diventano dure e, se non sto attento quando le tolgo, mi esce il sangue. Certo, se la polvere può diventare come le caccole dure, fa davvero schifo e allora ha ragione la mamma che bisogna levarla. Quando torno a casa, mi sa che è meglio che passi bene la pezzetta sulle cose in camera mia. 

La scuola è finita, così io e la nonna abbiamo meno da fare perché non ho i compiti e possiamo riposarci e divertirci, anche se lei non è del solito umore.

Deve aver litigato con le sue amiche, perché in questi giorni non vengono più tanto spesso. Non è una tragedia, penso. Eppure ogni tanto la trovo in cucina che piange, e, se le chiedo che ha, mi guarda e piange di più. Forse un po’ le mancano, perché adesso è lei che mi domanda in continuazione: “A chi vuoi più bene?”, proprio come fanno loro.

Per farla contenta, ogni tanto le dico: “A te nonna”, ma lei si mette le mani sul viso e scuote la testa. Mica la capisco, perché fa così.

Quando il telefono squilla, corro sempre a rispondere. Lo so che è la mamma e voglio parlare con lei e con il papà. Mi sa che stavolta, però, non si stanno divertendo molto a spolverare l’amore, perché le loro voci non sono allegre come al solito. Parlano in fretta con me e poi vogliono parlare subito con la nonna.

A me dispiace questo fatto. Avrei bisogno di un po’ di chiacchiere con tutti e due, perché ho deciso di chiedere a Luisa di fidanzarsi con me.

Cose da uomo con il papà, tipo dove potrei portarla per la merenda o come devo fare a baciarla sulla bocca, come fanno quelli che si vogliono bene. L’ho visto fare nei film, ma è meglio che chiedo a lui che sa come si fa, perché quando bacia la mamma, lei gli sorride.

Ora che ci penso… è un po’ che non lo fanno più… come l’abbraccio dopo la doccia e le voci la sera… sì, è un po’, mi pare almeno, ma forse non ci ho più fatto tanto caso perché penso a Luisa. Vabbè, starò più attento, così imparo meglio.

Con la mamma, invece, devo scegliere il regalo di fidanzamento. Mi piace il suo anello, quello con le pietre rosse e bianche che papà le ha regalato quando erano giovani. A Luisa starebbe benissimo.

E poi, visto che è così importante, penso che dovrei chiedere anche come si fa a spolverare l’amore. L’ho cercato sul libro di scienze, ma non ho trovato nulla.

La nonna, comunque, non la capisco proprio. Abbassa la voce quando risponde al telefono, poi prende il cordless e si chiude nella sua stanza. Quando esce, ha gli occhi rossi. Dice che è per via della polvere, che siccome non avuto il tempo di toglierla dai mobili, lo ha fatto mentre chiacchierava.

“Tutta questione di allergia, la polvere fa proprio male, tesoro”, mi dice.

Io la guardo, penso alla polvere, e sono un po’ preoccupato per la mamma e per il papà.

Mentre ero a giocare in giardino, devono aver telefonato di nuovo, perché la nonna mi ha detto che domani tornano.

Sono felice-felice! Finalmente li rivedo, che ho tutte quelle questioni in sospeso, però penso anche al regalo che mi porteranno. Chissà cosa sarà?

Mi sono lavato e pettinato bene e ho messo i vestiti puliti. Aspetto il loro arrivo seduto sulla sedia. Ciondolo le gambe, stando attento che le scarpe bianche non si tocchino, così non le sporco, mentre conto il tempo che passa, anche se non passa mai.

Suona il citofono, spingo il pulsante senza chiedere chi è. Poi il campanello. Faccio una corsa lungo l’ingresso e apro la porta, mentre il cuore mi batte forte.

Ehi, ma quanta polvere hanno tolto? La mamma ha gli occhi rossi e gonfi. Pure il papà. Mi faccio indietro, li lascio entrare, ma aspetto che il papà ci abbracci come sempre, e ci incarti, così che torniamo a essere un tutt’uno che nessuno può separare.

Stavolta, però, no. Non lo fa. Resta distante e pure la mamma, come quando hanno la febbre. Forse non vogliono che mi prenda anch’io questa cosa agli occhi.

Niente abbraccio-incarto, va bene, pazienza, aspetterò, ma il mio regalo? Non hanno niente in mano, forse è nascosto dietro la porta. La mamma, però, mi allunga solo un sacchetto di chupa-chups alla cola che, lo riconosco, stava già a casa. Ci resto un po’ male, ma non voglio piangere, sono grande per queste cose, e penso che, per non averlo comprato, devono essere stati davvero troppo occupati a spolverare l’amore.

Gli occhi, però, mi bruciano un po’.  Deve esserci della polvere anche qui.

Vado in camera a preparare le mie cose per tornare a casa, ma mentre chiudo lo zaino sento che, all’improvviso, parlano forte.

“Allora deciderà il giudice”.

Papà, sembra arrabbiato.

“Sì, deciderà il giudice, io non ci rinuncio”.

Mamma, anche lei.

“Nemmeno io, che credi?”

Papà, è peggio di prima.

Il giudice? Ma che c’entra il giudice? Che deve decidere? Odio queste cose dei grandi, che quando parlano non ci si capisce nulla.

La nonna viene a prendermi, mi porta in sala. Lei rimane sulla porta, la mamma e il papà invece sono seduti distanti, sulle poltrone ai lati del divano.

Sono così seri. Niente abbraccio-incarto, niente regalo e ora questi musi lunghi… Ma che, ce l’hanno con me? Mi faccio l’esame di coscienza come quando devo andare a confessarmi, ma non mi viene in mente niente. Credo di essere stato bravo, abbastanza almeno.

Vorrei andare a sedermi, ma non ho il coraggio di farlo. Che poi, da che parte dovrei sedermi? Più vicino alla mamma o al papà? Così resto in mezzo, fermo in piedi davanti al tavolino basso, in attesa di sapere cosa ho fatto, mentre con gli occhi guardo un po’ su, un po’ giù, un po’ a destra e un po’ a sinistra.

Fuori è piovuto e dalla finestra entra una luce strana. Le nuvole sono ancora grosse, pesanti, di colore grigio scuro, ma sono attraversate da un raggio di sole che arriva dentro la sala e colpisce il tavolino come il cono di luce della torcia che ho comprato dai cinesi. Figo!, sembra anche il raggio laser degli alieni nel gioco della “Play”.

L’idea di una nuova battaglia contro l’invasione extraterrestre, però, si stoppa subito, quando vedo lei…

La polvere!

Mi mangio le parole, perché è meglio che ora io stia zitto. Ma, c’è la polvere anche qui, sul tavolino e sulle fotografie. Allora guardo meglio e la vedo anche nell’aria. Volteggia tutto intorno, scintilla. Peccato che faccia ammalare, perché, così com’è, non sembra tanto cattiva.

Gli occhi, però, ora mi bruciano di nuovo.

Il papà tossisce, per schiarirsi la voce.

“E’ l’allergia, vero? Vuoi un po’ d’acqua?”.

Mi scappa di chiederglielo prima che lui inizi a parlare, ma non mi risponde, anzi mi sa che non mi ha proprio sentito.

La mamma lo guarda e la nonna pure. Sembra che abbiano smesso di respirare. Io sto guardando tutti, uno per volta, anche se non so da che parte restare girato per non dare le spalle a nessuno, che è maleducazione. La nonna ha capito e si siede sul divano, di fronte a me e tra loro.

“La mamma e io ci separiamo”.

“Eh?”.

“Però, nessuno di noi due può rinunciare a te. Così sarà il giudice a decidere con chi starai”.

“Non ho capito”.

“Hai capito, non fare il bambino”.

Sono un bambino.

Vorrei ricordarglielo, ma il papà mi ha sempre detto che non si deve rispondere agli adulti, così resto zitto, con le parole che mi si incastrano in gola e mi fanno male.

Si siede in punta della poltrona e con un dito comincia a fare i ghirigori sulla polvere del tavolino, proprio come piace fare a me. Li disegna e poi li cancella, ma non mi guarda più, mentre mi dice: “Ci separiamo, le cose a volte vanno così. A un certo punto finiscono. Non è colpa di nessuno, succede”.

“Non è vero”.

Mi esce solo un sussurro, il resto lo dico in silenzio.

Non è vero, non ci credo. Le cose non succedono da sole, tu lo sai, me lo dici sempre. Quindi, che storia è, papà?

Nessuno parla. La pancia comincia a farmi male come a scuola, quando devo risolvere i problemi di geometria e non riesco a trovare subito la soluzione. La maestra dice che bisogna analizzare i dati e allora comincio a farlo, così magari ci capisco qualcosa.

Il papà e la mamma si vogliono bene da sempre.

Noi siamo una famiglia bella e solida.

Io le corna le ho fatte.

Perciò, no, non può essere colpa loro, né dell’invidia di tutti quelli che parlavano di noi.

Non rimane che la polvere. Potrebbe essere per via della pioggia sporca che veniva dal deserto? Delle croste? Forse. Il mio pensiero, però, corre veloce alla mia camera, alla mia polvere, l’unica che c’è sempre, perché con la pezzetta faccio solo finta di toglierla tutta.

Allora è colpa mia? Questa idea smette in fretta di essere una domanda, perché si trasforma nella soluzione: allora è colpa mia.

La pancia mi fa male di più e mi viene da piangere sul serio, adesso. Però posso rimediare, ne sono convinto e, allora, il giudice non ci servirà.

Il cuore mi batte forte e mi vergogno tanto, ma rompo il silenzio dicendo tutto d’un fiato: “Non c’è bisogno di nessuno, non vi preoccupate, appena torniamo a casa spolvero tutto, ogni angolo”.

“Ma che dici?”.

“Sì, è colpa mia, è colpa della mia polvere che non l’ho tolta bene. Però, lo giuro, da adesso lo farò ogni giorno”.

Stavolta urlo, non mi importa.

Il papà si tira i baffi. La mamma piange, la nonna pure.

“Gliel’ho detto io, che partivate per spolverare l’amore, perché la polvere non lo rovinasse”.

Mi guardano. Io li guardo.

“Non è colpa tua, non essere sciocco. Non è colpa di nessuno. La polvere poi, che idea. Non devi fare nulla, perché non c’è nulla da fare. E’ deciso”.

Le parole non mi escono, ma i pensieri mi tamburellano nella testa.

Eh, no, come è deciso, come non c’è nulla da fare. A me non ci pensate? E l’abbraccio-incarto? Io ci stavo nel mezzo e smettevo pure di respirare così stretto tra di voi. Perché i solidi non respirano. E noi eravamo solidi, lo dicevano tutti. Che ci si vuole a togliere un po’ di polvere che è rimasta? Anche se ci sono le crosticine, io lo so come si fa. Con delicatezza.

Non capisco bene cosa mi stia succedendo, mentre li guardo, mi sembra di vederli attraverso l’acqua, come quando guardo il mio pesce rosso, che nuota nella boccia di vetro. Stringo i pugni nella tasca, sento le guance e le orecchie che si incendiano, ma stavolta Luisa non c’entra.

Io voglio bene a tutti e due. Non voglio che si separino.

Non voglio. Non voglio, capito?

L’urlo rimbomba solo dentro di me.

Guardo verso la finestra, verso le nuvole dense, scure, grigie come il metallo di una navicella spaziale.

Dai, alieno, che aspetti? Mi arrendo. Vieni a prendermi, così non ci vado dal giudice e vediamo poi come fanno.

Ma niente, non succede niente. Nell’aria, controluce, vedo ancora solo i puntini brillanti della polvere. Provo a contarli, uno, due, dieci, trenta, cento, magari finiscono e allora non c’è davvero da preoccuparsi, perché in fondo sono pochi e a toglierli si farebbe in fretta. Invece devo ricominciare daccapo, perché, mentre ancora volteggiano, si mischiano e poi si depositano lentamente sui mobili, per terra, su di loro, su di me. Mi viene una rabbia che mi strapperei via la felpa. Provo a darmi dei colpi sulle maniche per togliermeli di dosso, ma sembra che si moltiplichino, quando si alzano di nuovo.

Passo la mano sul tavolino, ma, anche da lì, si spostano e poi ritornano. Giro il palmo verso l’alto e vedo quella cosa grigia che si è attaccata alle mie dita. Strofino la mano sulla manica, per pulirla. Forte, sempre più forte. Un po’ mi resta appiccicata sulla felpa, come un’impronta confusa, un po’ si alza dividendosi ancora in tanti granellini accesi che tornano a volteggiare nell’aria, per poi depositarsi tutto intorno di nuovo.

La polvere è dispettosa e forse pensa che io sia come il tappeto di mamma. Allora continuo a battermi, per far scomparire quell’impronta, e a muovere le mani, e le braccia, e le gambe per evitare che si poggi ancora su di me.

Non so che mi è preso, ma comincio a correre. La polvere mi insegue. Urto le sedie, faccio cadere la pianta di ficus, rovescio la brocca dell’acqua.

“Vattene, vattene via, sciò, non mi toccare, non ti appiccicare”, grido come se possa darmi ascolto.

Il papà si innervosisce, mi acchiappa per un braccio e mi strattona.

“Basta, smettila”.

La mamma si alza, lo blocca e gli urla che è colpa sua e che deve lasciarmi andare.

La nonna mi prende da parte e mi stringe a sé.

Gli occhi mi bruciano forte stavolta e mi brucia pure la gola, mannaggia alla polvere. Piango, ma sì, che mi importa, così almeno mi lavo la faccia che mi scotta, mentre i puntini scintillanti danzano nell’aria e mi sembrano felici, perché io la felicità me la immaginavo come un cascata di polvere di stelle.

Se solo fossero magici e potessero farmi volare, tornerei a casa a togliere la polvere, quella grigia, quella che se si secca rovina tutto. Magari farei ancora in tempo, tanto io lo so dove non passo mai la pezzetta.

Invece, niente, non volo e tutto mi sembra una storia inventata. La nostra famiglia bella e solida, le corna contro la jella, lo spolverare l’amore per non rovinarlo, tutto questo non è nient’altro che una favola come quella di Peter Pan e della polvere di Trilly, perché?

Non è meglio dire che contro la polvere non ci puoi fare nulla? Che è una cosa che sporca e che rovina sempre? Che pensi di toglierla e invece lei si sposta soltanto, prima di qua e poi di là, e non te ne accorgi che non l’hai tolta davvero, finché non ti ha fatto ammalare e non c’è più niente da fare? Anche sull’amore succede così, non serve spolverarlo per non farlo rovinare, tanto la polvere ci si riposa sopra e, prima o poi, lo fa morire. E allora, se è così per davvero, non è nemmeno colpa mia, ma non mi viene da essere contento.

Muovo le mani ancora un po’. Sposto l’aria e i granellini, ma tanto è inutile.

Li seguo con gli occhi. Si spengono uno a uno, mentre si poggiano leggeri sui capelli della mamma e sui baffi del papà.

Ecco, ora ho capito, loro erano l’amore.

La polvere grigia li ha ingannati con i suoi giochi magici di briciole scintillanti nell’aria. Poi, però, si è posata, lentamente, in silenzio, ha riempito lo spazio tra i loro profili, tra i loro corpi e, come la calce tra le mattonelle, ha murato le loro distanze senza lasciare più spazio per nulla, nemmeno per me.