fbpx

Contattaci |

+39 351 877 94 61

Orari: LUN – VEN 10:00/17:00 |

Crabs

Anna aveva avuto sin da piccola una predisposizione alla tragedia, tanto che in casa i genitori l’avevano soprannominata la Duse. Era cominciato tutto all’età di cinque anni quando a causa del morbillo si era messa a letto con la febbre e aveva iniziato a lamentarsi: “Non sono mai stata così male, sto per morire”. I suoi l’avevano fatta visitare tutti i giorni dal pediatra che non aveva riscontrato niente di preoccupante, ma Anna aveva continuato a disperarsi giorno e notte finché dopo un paio di settimane di punto in bianco si era alzata dal letto e aveva insistito per tornare all’asilo. Poi c’era stata quella volta che durante la gita scolastica ad Assisi in quinta elementare era scivolata proprio davanti alla chiesa principale. “Signora maestra aiuto, mi sono rotta una gamba, aiuto”. La maestra aveva provato a rialzarla ma Anna aveva continuato a urlare, toccandosi in continuazione la caviglia. Quando con una barella era stata portata all’ospedale più vicino, la radiografia non aveva evidenziato nessuna frattura; Anna però aveva zoppicato dal dolore per un paio di mesi, durante i quali i suoi genitori l’avevano portata in giro per l’Italia dai migliori ortopedici che, nonostante quattro ecografie e una risonanza magnetica, non avevano formulato una diagnosi precisa. Fatto sta che una decina di giorni prima dell’esame di quinta elementare Anna aveva improvvisamente ripreso a camminare normalmente. Alle medie oltre alle morti imminenti durante le epidemie influenzali era iniziato il tormentone della scuola: “Domani mi interrogano a storia e non sono preparata, il tre è garantito.” “Anna ma come è possibile” provava a dire sua madre “te l’ho sentita ripetere fino a un’ora fa”. “Eppure hai consultato anche la Treccani” interveniva suo padre. Ma Anna ribatteva: “Non ho studiato abbastanza, vedrete come va a finire, vedrete”. Il giorno dopo tornava a casa con il sorriso sulle labbra e l’ennesimo otto sulla pagella. Al liceo, quando i suoi avevano finalmente imparato a non dare importanza alle tonsilliti mortali e alla bocciature ricorrenti, emerse il problema dei ragazzi. “Quando vado alle feste non mi invita mai nessuno a ballare.” “Davvero?” chiedeva sua madre. “Certo, sto tutta la sera seduta”. Alla povera donna si stringeva il cuore a sentirle dire così: la figlia non era bella ma era una ragazza come tante e quando aveva voglia sapeva essere anche simpatica. Era un peccato che si annoiasse alle feste, a cui peraltro non rinunciava mai e da cui tornava sempre tardi. Affranta ma tardi. Suo padre invece che era geloso della figlia non era così dispiaciuto che non fosse corteggiata. Fu per questo motivo che quando la intravide un pomeriggio in cima a Vallerozzi abbracciata ad un ragazzo rimase di sasso. Quando Anna rientrò e lui le chiese a denti stretti chi fosse il fortunato, lei rispose: “Babbo, stiamo insieme da poco e comunque vedrai che presto mi lascia.” Qualche mese dopo un adolescente, che suo padre riconobbe come quello che aveva visto sbaciucchiare sua figlia appoggiato al colonnino, iniziò a frequentare la casa e i suoi notarono che oltre a essere un bravo ragazzo era davvero innamorato della loro figlia. Fu per questo che quando la relazione stava diventando seria si sentirono in dovere, un po’ per scherzo un po’ sul serio, di avvisarlo che aveva a che fare con “la Duse”. Federico, perché così si chiamava il ragazzo, passò indenne attraverso le numerose tragedie legate agli esami universitari, incluso quel giorno in cui Anna prima di affrontare lo scritto di Farmacologia minacciò il suicidio buttandosi dalla Torre del Mangia qualora non lo avesse superato. L’esame andò bene e quella sera per festeggiare i due giovani andarono a cena fuori nel migliore ristorante di Siena, dove Federico regalò ad Anna l’anello di fidanzamento. Non lo mise in difficoltà nemmeno la preparazione del matrimonio. Anna era convinta che quel giorno avrebbe diluviato: il prezioso vestito di pizzo non solo si sarebbe sciupato ma tenendolo indosso bagnato per tutto il giorno le avrebbe causato la polmonite, che si sarebbe manifestata durante il viaggio di nozze. Per non parlare del rinfresco: i duecento invitati si sarebbero ritrovati pigiati all’interno dell’albergo anziché nello splendido parco intorno alla piscina e il cuoco infreddolito e raffreddato avrebbe cucinato il peggior menù di nozze di tutta la sua carriera. Inutile dire che quel giorno ci fu un sole stupendo e tutto filò liscio come l’olio.
In viaggio di nozze gli sposini andarono per due settimane in un albergo gestito da italiani su un’isoletta dei Caraibi, dove non c’era altro da fare se non stare sdraiati al sole e nuotare in un mare cristallino. La prima sera, mentre stavano rientrando in camera per cambiarsi prima di andare a cena Anna, che aveva una vera e propria fobia nei confronti dei granchi, vide spuntare un paio di chele dal pratino davanti al loro bungalow. “Mamma mia ma quello è un granchio. Che ci fa qui? Non dovrebbe stare in acqua?”. Federico in tutti quegli anni di frequentazione con la Duse aveva imparato che il modo migliore per rassicurarla non era contraddirla ma al contrario assecondarla, aspettando che la bufera si sgonfiasse da sola. Però quella sera era stanco dopo il lungo viaggio aereo e non aveva nessuna voglia di catturare il granchio per riportarlo in mare: cercò quindi di sminuire la cosa. “Gli sarà venuto a noia stare sulla spiaggia ed è arrivato fino al nostro bungalow; comunque vedrai che tra poco tornerà a dormire sugli scogli” disse sorridendo. In effetti, quando lui ed Anna uscirono per andare a cenare nel ristorante dell’albergo, davanti alla loro camera non c’era nessun crostaceo e non c’era nemmeno quando rientrarono. Nonostante ciò quella sera a letto Anna non riuscì a rilassarsi: mentre faceva l’amore con Federico le tornò più volte in mente l’immagine di quelle chele che spuntavano dall’erba e si irrigidì tutta. Federico lo notò e si fermò. “Anna che succede?”. “Non lo so” “Non ti senti bene?” “No..è che..” rispose lei. Poi con gli occhi fissi sulla porta che affacciava sul pratino aggiunse: “Ripensavo a quel granchio che abbiamo trovato prima là fuori”. Federico le afferrò delicatamente il mento e le girò la faccia in modo che si guardassero dritto negli occhi. “Stai scherzando?”. “Veramente no”. Quando Anna vide nello sguardo di lui un misto di rabbia e stupore cercò di giustificarsi. “Te lo sai che io ho una vera e propria fobia verso questi animali” “Ma ora siamo in camera da soli a porta chiusa e non ci sono animali nei dintorni” replicò Federico irritato continuando a stare sopra di lei. “Hai ragione, scusami. Mi dispiace tanto”. Anna ricominciò a muoversi sotto di lui ma dopo qualche secondo smise. “Possiamo tenere la luce accesa però?” “Va bene” rispose lui premendo subito l’interruttore della lampada sul comodino. Anna affondò le mani nei riccioli ribelli di suo marito, avvinghiò le gambe ai fianchi di lui e si abbandonò al piacere, anche se ogni tanto qualcosa più forte di lei la costringeva a gettare uno sguardo verso la porta della camera. La mattina dopo a colazione parlando con una coppia di italiani che lei e Federico avevano conosciuto pochi giorni prima in albergo e che come loro erano in viaggio di nozze chiese con nonchalance: “Ma voi avete trovato per caso dei granchi davanti alla vostra camera?”. “Noi no” rispose la moglie. “Io ne ho visti un paio sugli scogli in fondo alla spiaggia” aggiunse il marito con un tono leggermente ironico. “Si vede che apprezzano il nostro bungalow” commentò Federico che era stato costretto da Anna a prenotare quello più costoso di tutto l’albergo per evitare la tazza del water incrostata e la rete del letto sfondata che lei aveva previsto di trovare in un paese del Terzo Mondo. Nei giorni seguenti Anna non accennò più all’incontro con il granchio anche se, unica tra tutti gli ospiti dell’albergo, si metteva sempre le scarpette di gomma sulla spiaggia ogni volta che scendeva dal lettino e ogni volta che entrava in acqua, guardando bene dove metteva i piedi; di notte poi voleva sempre la luce accesa mentre faceva l’amore con Federico. Una sera rientrando in camera verso le sette dopo una splendida escursione alla barriera corallina, i due giovani sposi videro improvvisamente diverse chele muoversi nel pratino; alcune si stavano addirittura avvicinando alla porta del bungalow. “Io in camera non ci entro” esclamò Anna. “Ma che male vuoi che ti facciano, ti prendo in collo io e subito dopo li scaccio” replicò Federico. “Non se ne parla nemmeno, vado subito a chiamare quelli della reception” disse lei partendo spedita verso la hall dell’albergo. Suo marito non ebbe il tempo di replicare e poté solo seguirla dopo aver sollevato gli occhi al cielo. La ragazza di colore che lavorava all’accoglienza nel suo italiano stentato cercò di rassicurarla dicendo più volte che i granchi erano innocui, ma Anna insisté per parlare col direttore, un italiano che lavorava sull’isola da molti anni. “Vede signora” le disse il direttore guardandola come se si rivolgesse ad una bambina: “Qui siamo in un posto di mare. A volte capita che i granchi escano dall’acqua e vadano dall’altro lato della strada a depositare le uova, ma lo fanno solo nei mesi invernali, non in questo periodo. Quelli che ha visto lei evidentemente si sono confusi. Comunque mando subito una persona a toglierli dal prato”. Chiamò quindi uno dei giovani che facevano le pulizie e gli ordinò di rimuovere i crostacei. Anna rimase nella hall dell’albergo mentre Federico seguì il ragazzo. Quando tornò alla reception a riprendere sua moglie la trovò seduta su un divano con lo sguardo fisso a terra, assorta nei suoi pensieri; “Anna tutto bene?” “Insomma. Ho paura ad entrare in camera. Mica saranno anche lì?”. “Non ci sono, ci ho guardato io” rispose lui dolcemente. “Io comunque non sono tranquilla. Se andassimo via da questo posto?”. “Ma dai, per un paio di granchi”. “Ma se sono giganti!” “Anna per cortesia, smettila” ribatté Federico sforzandosi di non urlare. Anna si alzò e tornò in camera a testa bassa. Federico tentò di abbracciarla una volta varcata la soglia ma lei lo respinse bruscamente. Si cambiarono per la cena senza guardarsi in faccia e senza rivolgersi la parola. Al ristorante Federico si diresse spedito al tavolo dove era seduta l’altra coppia di italiani e Anna fu costretta a seguirlo: durante la cena mentre lui parlava tranquillamente del più e del meno lei rimase quasi sempre in silenzio. Tornando nel bungalow attraversò alla svelta il pratino come se camminasse sui carboni ardenti e una volta dentro si rinchiuse in bagno. “Anna dai esci ti prego”. “Fede me ne voglio andare da quest’isola”. “Esci, non c’è nessun granchio in camera, ci ho guardato bene”. Dopo qualche minuto Anna aprì la porta con le lacrime agli occhi: Federico ispezionò di nuovo la camera con lei che seguiva ogni suo movimento dalla soglia del bagno. Finalmente Anna uscì, si mise la camicia da notte ed entrò a letto sospirando. “Guarda te che disavventura ci doveva capitare”. Lui non replicò. Con la luce accesa sia del lampadario del soffitto che delle due lampade da comodino iniziò a sbaciucchiarla sul collo e a carezzarle il seno. Anna restava immobile come un pezzo di ghiaccio. Lui non si dette per vinto e iniziò ad aprirle le cosce, infilando le sue dita sotto gli slip. Anna afferrò la sua mano per il polso. “Fede io stasera non ne ho voglia”. “Va bene” rispose lui bruscamente. Spense le luci, si girò dal suo lato e dopo poco iniziò a russare. Anna restò lì immobile con gli occhi spalancati per un bel po’. Quindi accese l’abatjour e si sporse a guardare sotto il letto. La spense e la riaccese di nuovo diverse volte finché non riuscì ad addormentarsi. La mattina dopo mentre era ancora nel dormiveglia Federico sentì un urlo provenire dal bagno. “Ce n’è uno nella doccia!”. Anna scappò correndo dalla camera e uscì fuori nel pratino mezza nuda strillando: “Che orrore!”. Federico andò a controllare di persona: effettivamente nel piatto della doccia c’era un granchio di almeno una ventina di centimetri di diametro, immobile come se fosse morto. “Chissà che non si sia spaventato più di lei a sentirla gridare a quel modo” pensò. “Comunque non è piacevole trovarselo in camera, oggi le devo dare ragione”. A quel punto accompagnò di nuovo Anna con indosso giusto l’asciugamano dal direttore che commentò: “Che strano..” e propose loro di cambiare bungalow. Federico preparò da solo le valigie per spostarsi nell’altra camera, mentre sua moglie lo aspettava nella hall. Quel giorno sulla spiaggia Anna raccontò l’accaduto a tutti gli ospiti dell’albergo scoprendo che solo lei e suo marito avevano trovato un granchio in camera. Federico guardò in silenzio sua moglie che peregrinava da un ombrellone all’altro mimando nei particolari il suo urlo di terrore alla vista del crostaceo e concordò con i suoceri sul fatto che fosse proprio un’attrice mancata, anche se più che tragica era comica: infatti tutti ridevano del suo racconto incluso un gruppo di americani a cui ripeté una decina di volte la parola “crabs”. Quando Anna tornò alla sua sdraio Federico le disse a bassa voce: “I tuoi sono stati romantici a definirti la Duse. Te sei la Marchesini: con questa storia hai messo tutti di buon umore”. Anna lo fulminò con gli occhi: “Non c’è niente da ridere. E comunque gli americani avevano già fatto diversi aperitivi”. Federico notò che il nuovo bungalow era più piccolo del precedente e più lontano dal mare ma in questo modo le probabilità di incontrarci un granchietto sarebbero state nulle. “Lo deve aver notato anche lei” pensò sentendo sua moglie canticchiare mentre si preparava per la cena. Quella sera in albergo avevano organizzato una specie di discoteca e lei e Federico si scatenarono come matti fino alle due del mattino. Mentre stavano rientrando in camera avvinghiati l’uno all’altra sentirono un fruscio tra l’erba. Anna si sciolse immediatamente dall’abbraccio e rimase immobile con gli occhi sbarrati guardando nella direzione da dove proveniva il rumore. “Ci hai fatto caso anche te?”. Federico rispose sbrigativo: “Sarà un gatto. Entriamo in camera dai”. “Io da qui non mi muovo” replicò Anna scandendo bene le parole. Federico entrò in camera, prese il cellulare e con la torcia illuminò il pratino: diverse chele rosso mattone scapparono via rapidamente. “Rieccoli!” urlò Anna. “E ora che facciamo?”. “Ora andiamo a dormire che è notte fonda. E non gridare che svegli tutti”. Anna entrò in camera lentamente con il terrore negli occhi come se entrasse in una camera a gas. Federico appena chiusa la porta la strinse forte a sé e la spinse verso il letto. “Stasera con questo vestito sei più sexy del solito”. Anna allontanò bruscamente le sue mani. “Sono tornati”. “E dai Anna rilassati”. Lei andò in bagno aprendo lentamente la porta. Dopo aver guardato in tutti gli angoli iniziò a struccarsi. Federico da dietro le abbassò gli slip e iniziò a mordicchiarle il sedere ma Anna lo scansò. “Ce ne potrebbe essere uno in camera ti rendi conto?” “Se lo trovo lo prendo e lo butto fuori, te lo prometto ma poi non ti mangiano mica” disse Federico ricominciando ad armeggiare tra le sue gambe. Quando la vide sgattaiolare via in camera da letto si arrabbiò. “Ma che ti prende? Siamo o non siamo in viaggio di nozze?”. “Mi prende che voglio andarmene da questo posto invaso dai granchi”. “Invaso? Te sei matta, ecco cosa sei, i tuoi genitori mi avevano avvisato”. “Fede io non sono tranquilla”. “Parti da sola allora perché io non ti seguo”. Si misero a letto rivolti ognuno dal proprio lato e dormirono poco e male entrambi. Il giorno dopo a colazione Anna non la smetteva di guardarsi intorno. Prima di mettersi seduta sollevò il cuscino della sedia del ristorante dove servivano la colazione e fu molto cauta nello svolgere il tovagliolo. Federico la ignorò completamente. Quel giorno avevano prenotato un’altra escursione alla barriera corallina e Anna non volle fare il bagno ma rimase tutto il tempo sulla barca senza rivolgere la parola né a suo marito né a nessun altro. La ragazza della coppia che avevano conosciuto provò a fare conversazione ma lei la gelò dicendole che aveva un mal di testa terribile. Quando tornarono in albergo e videro un paio di granchi nel pratino davanti al bungalow, Anna si mise a piangere. “Io qui stanotte non ci dormo. Per cortesia cerchiamo di cambiare il volo. Vuol dire che passeremo qualche notte a Miami prima di rientrare in Italia”. Federico scosse la testa. “Lo sai come la penso”. Quella sera a cena la coppia di italiani tirò fuori inaspettatamente l’argomento. “Lo sapete che anche noi abbiamo trovato un granchietto nel bagno?” disse la moglie. “Mio marito è andato a lamentarsi alla reception e l’hanno subito tolto”. “Il ragazzo che è venuto a catturarlo con un retino ne aveva circa una decina nel secchiello. Ha detto che è una cosa insolita per questa stagione”. Anna mormorò: “Speriamo bene” guardando dritto davanti a sé. Il marito tossì imbarazzato e cambiò subito argomento ma Anna non aprì bocca per il resto della serata e non toccò più cibo. La sera a letto si rannicchiò in posizione fetale dal suo lato e quando Federico provò ad accarezzarle la schiena rimase immobile. Lui retrasse la mano sconfortato e si girò dal suo lato senza accorgersi che lei stava piangendo in silenzio.
Iniziarono ad arrivare il pomeriggio successivo verso le sette. Uscirono a centinaia dall’acqua attraversando rapidamente la spiaggia. Anna fu la prima a scappare indossando rapidamente le scarpette di gomma e allacciandosi l’asciugamano intorno alla vita. Sentì a malapena Federico dire: “Ma che succede..” . Pensò per una frazione di secondo: “Che si arrangi da solo” e corse come una saetta verso la hall dell’albergo. “Dobbiamo salire sul tetto” urlò alla ragazza di colore. Lei intravide uno stuolo di chele rossastre dietro di lei e non se lo fece dire due volte. La aiutò a salire sul bancone, indossò alla svelta un paio di stivali di gomma che teneva nel retro e andò a prendere una scala a pioli. In pochi secondi la appoggiò contro un muro, prese in collo Anna e spiaccicando sotto il peso di entrambe decine di corazze rossastre la posò sul secondo scalino. “Io e te salire molto in alto”. Anna iniziò ad arrampicarsi costringendosi a non guardare in basso perché aveva sempre sofferto di vertigini. La ragazza saliva dietro di lei così vicino da sfiorarle il sedere con la testa. “Avanti, avanti” le diceva ogni volta che si fermava. Quando arrivarono sul tetto si aggrapparono a una canna fumaria e si misero sedute. Sotto di loro lo spettacolo, che dopo qualche ora sarebbe stato trasmesso da tutti i telegiornali in mondovisione, era agghiacciante: la spiaggia e l’albergo erano coperti da migliaia di crostacei, con gli ospiti in preda al panico che urlavano e correvano a destra e a manca. Anna riconobbe il direttore dell’albergo che era stato tra i primi ad arrampicarsi sulla scala ma dalla foga era scivolato all’indietro trascinandosela dietro ed ora si trovava a terra coperto da decine di crostacei che con le chele gli stavano quasi cavando gli occhi. Più in là tra la folla gli sembrò di intravedere Federico che con un asciugamano cercava di staccarsi i granchi dalle caviglie insanguinate mentre tentava invano di scalare una grondaia. Involontariamente le sue labbra si inarcarono a formare un sorriso. Solo allora si accorse di essere avvinghiata da un lato alla canna fumaria e dall’altro alla ragazza di colore dell’albergo che ricambiò il suo sguardo di intesa. “Grazie” le sussurrò Anna all’orecchio stringendola più forte a sé.