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Luigi De Pascalis: “Mi considero un collezionista di esseri umani, cioè di storie e di emozioni altrui”

Una delle narrazioni più affascinanti e più difficili da realizzare, secondo me, è quella del romanzo storico. Sono sempre tanti quelli che ci si provano, e spesso gli autori che si avvicinano ai laboratori della Scuola Genius lo fanno proprio con la voglia di dare vita letteraria a personaggi che vivono in momenti storici lontani dal nostro. E quindi nell’occasione dell’uscita del romanzo Il cavaliere, la morte e il diavolo di Luigi De Pascalis (La lepre edizioni 2021), autore di molti romanzi tra cui diversi che hanno lasciato il segno nella letteratura che unisce narrazione immaginata e documentazione filologica, come La morte si muove nel buio (Mondadori 2013), Notturno bizantino, la lunga fine di un impero (La Lepre edizioni 2015 – candidato al Premio Strega 2016) e Il sigillo di Caravaggio (Newton Compton Editori 2019), ho pensato che fosse utile parlare con lui proprio della narrativa ad ambientazione storica. Nelle sue pagine i protagonisti della grande storia si mescolano alle persone comuni per dare vita a un affresco che ricorda le visioni di molti grandi pittori. Del resto, la sua passione per le immagini e l’arte figurativa si riflette anche nella scelta dei personaggi che racconta, da Caravaggio a Cellini a Goya (al quale ha dedicato un romanzo dal titolo più adatto a un horror di maniera che a un romanzo storico accurato come sono i suoi: Il pittore maledetto, Newton Compton 2020). E quindi ecco le domande e le risposte che potrebbero essere il primo spunto di riflessione per chi – tra i nostri lettori – volesse provarsi a scrivere un romanzo storico.


Nell’introduzione al tuo romanzo Il cavaliere, la Morte e il Diavolo scrivi così: “Temo che la storia umana non abbia altro motore che l’ostinato, stolto e cieco arraffare dei più forti a scapito dei più deboli”. È per raccontare questo che scrivi romanzi storici?

Della narrativa storica mi appassionano due cose. La prima è il sovrapporsi di una civiltà su un’altra, il che avviene sempre con la prevaricazione e la violenza. Chi arriva dopo, arraffa miti, credenze e comportamenti di chi c’era prima e ne muta il senso e il fine a vantaggio della nuova classe dominante. E ciò avviene, credo, sia perché è più facile copiare, imitare, usare ciò che già c’è, piuttosto che innovare inaugurando modi di vivere differenti; e sia perché l’essere umano è abitudinario per natura (la si può chiamare esperienza?) perciò tende a comportarsi come ha sempre fatto; la sua sicurezza di sé discende da questo. Così, se al posto di un tempio si edifica una chiesa e il percorso da casa a lì è sempre lo stesso, l’adattamento è più facile e, dopo una generazione o due nessuno, ci pensa più. Raccontare come ciò avvenga – con quali meccanismi, con quali conseguenze sulla vita di tutti – fa scoprire molto sulla natura umana e sui suoi meccanismi. La seconda cosa che mi appassiona della narrativa storica è che tutto ciò che di buono e di pessimo doveva avvenire in una certa circostanza è già avvenuto, non ci sono sorprese, solo scoperte che dipendono dal naso da tartufo del narratore e dalla sua pazienza di ricercatore. Si viaggia nel tempo in assoluta sicurezza, insomma! Tuttavia storia e narrativa non sono scienze esatte. Né lo storico-accademico né lo storico-narratore sono esenti da pregiudizi. Il mio pregiudizio è che sullo sfondo delle vicende umane e al di là di idee, linguaggi e comportamenti soporiferi tesi a distrarre il “popolaccio” mentre le élite fanno i propri comodi, ci sia sempre “l’ostinato, stolto e cieco arraffare dei più forti a scapito dei più deboli”. Il vero dramma è che quando ci sarà da pagarne le conseguenze, pagheranno di più gli incolpevoli che i colpevoli. Altro che perfettamente giusto “Giorno del Giudizio”!

Cosa ti attrae dei personaggi che descrivi, come in questo caso Benvenuto Cellini?

Come Simenon, io (immodestamente) mi considero un collezionista di esseri umani, cioè di storie e di emozioni altrui. E Benvenuto è certamente uno dei personaggi più affascinanti del nostro Rinascimento. Tra l’altro è un formidabile narratore e io ho letto e riletto la sua autobiografia sia per entrare nel personaggio che per acquisire almeno la cadenza della sua parlata, ma senza tediare troppo il lettore. Tanto per dire, detesto chi crede di fare “grande letteratura” lesinando sulla punteggiatura, così come ho in sospetto i critici che prendono sul serio questo vezzo para… letterario. Detto questo devo confessare che nel caso concreto, l’argomento che per primo ha attirato il mio interesse è stato il Sacco di Roma come momento di crisi-rottura tra Rinascimento e Controriforma. Il famoso colpo di “scoppietto” di Benvenuto contro il principe d’Orange, comandante in capo delle truppe imperiali, mi ha subito fatto capire che dovevo vedere la vicenda dal suo punto di vista.

Nel romanzo c’è una descrizione potente del Sacco di Roma del 1527 ad opera delle truppe imperiali di Carlo V d’Asburgo, composte principalmente di lanzichenecchi. Quanto c’è di vero?

C’è di vero tutto. Ho approfondito fonti, appuntato episodi, raccolto testimonianze d’epoca tentando di raccontare i fatti senza distorcerli e senza cadere nell’effettaccio splatter. Il difficile è stato intrecciare plausibilmente una avventura di fantasia con il viaggio all’inferno di tardi emuli di Dante e Virgilio o, se si preferisce, di don Chisciotte e Sancio, ovvero Benvenuto Cellini e Mezzocavallo (personaggio inventato). Mi ha particolarmente divertito, poi, inserire nella trama sia lo scrittore Francisco Delicado che la protagonista del suo romanzo – edito l’anno dopo il Sacco (1528) – la cortigiana Lozana Andalusa. E non ho saputo resistere alla tentazione di raccontare una storia amorosa tra la focosa andalusa e l’irruento fiorentino, nella convinzione che Lozana non sia stata del tutto opera di fantasia di Delicado, il quale fu parroco di Santa Maria in Posterula.

Ti è mai capitato che un lettore abbia colto qualche errore o imprecisione storica nei tuoi romanzi storici? In questo caso sei infastidito?

Certo che mi è capitato, nonostante la puntigliosità della ricerca, le numerose riletture e l’editing fatto da professionisti per conto degli editori. In un giallo di ambientazione romana (IV sec.) un signore, evidentemente un anziano insegnante, mi indirizzò presso l’editore una lettera battuta a macchina con la quale si complimentava per la puntigliosa ambientazione ma rilevava che al porto fluviale di Roma non potevano attraccare navi da carico come avevo scritto, ma al massimo barconi, naviculae. Ho risposto che mi pareva un aspetto molto marginale che non toccava la credibilità della mia storia, ne ho avuto in cambio un silenzio forse un po’ sdegnoso. Un’altra volta un lettore, pur lodando molto il mio Notturno bizantino, mi ha contattato tramite facebook per farmi notare che i bizantini all’epoca si definivano romei. Ovviamente ho concordato con lui, ma gli ho chiesto se come titolo preferisse Notturno bizantino o Notturno romeo (o romano). Siamo rimasti in contatto. Comunque non sono mai infastidito dai rilievi pertinenti, ma lo sono da chi ha la puzza sotto il naso; tipo quel giurato dello Strega che per principio scarta i romanzi storici perché non gli piacciono come genere e perché è più  “serio” il romanzo borghese contemporaneo. Mi limito a considerare che come privato cittadino ognuno ha il diritto di leggere ciò che più gli piace, come giurato no! Ma forse mi sbaglio.

Ti interessa di più narrare una storia o documentare la Storia?

L’aspetto più divertente del mio lavoro è proprio la documentazione storica, la valutazione di un documento piuttosto che di un altro al fine del mio divertimento a scriverne e della fruibilità (e sorpresa) da parte del lettore. Se vogliamo, la documentazione storica è una specie di indagine, di caccia al tesoro, in cui il tesoro è una storia avvincente, vicina quanto più possibile alla realtà. Gli scrittori anglosassoni tipo Follet, i quali ricorrono a ricercatori prezzolati, non hanno idea di quanto divertimento si perdano (anche fatica, però!).

Come fai a mescolare in equilibrio ciò che inventi e ciò che è storico?

Un mio antico professore di matematica e fisica, al liceo, diceva sempre che una dimostrazione matematica deve non solo essere corretta, ma deve avere una sua intrinseca eleganza o bellezza. Ebbene, per me l’intrinseca eleganza di un romanzo storico è raccontare nel miglior modo possibile una storia d’invenzione intrecciata alla Storia documentata, facendo in modo che dal tutto esca una interpretazione insolita, se non proprio nuova, dei fatti avvenuti. Un romanzo storico può, e forse deve, fare ciò che uno storico professionista non dovrebbe fare mai:, parteggiare non necessariamente per il vincitore, che la Storia la scrive a suo modo, ma per chi dalla storia è stato sconfitto, raccontando ciò che ufficialmente si è preferito tacere e dare se possibile una nuova interpretazione e un nuovo senso a quanto avvenuto. Dopo tutto la letteratura non è conservazione ma rivoluzione (che parola obsoleta, eh?).

Secondo te si può scrivere un romanzo storico senza personaggi reali e documentati, inserendo quindi tutti personaggi di fantasia in un’ambientazione reale del passato?

In teoria si può, se lo sfondo è corretto e credibile, ma confesso che non saprei citare un esempio di questo genere di letteratura. I romanzi di Umberto Eco ci sono molto vicini ma non sono perfettamente sovrapponibili all’ipotesi fatta. Ci sono anche tutti i gialli storici in cui il detective è un personaggio storico totalmente reinventato e immerso in avvenimenti che hanno poco a che fare con la sua biografia, ma è altra faccenda. Forse sono più vicini all’ipotesi fatta, i romanzi ambientati nel passato ma in chiave metaforica, tipo Il deserto dei Tartari” di Buzzati.

Nel romanzo inserisci molte immagini antiche che aumentano il fascino del testo, quanto ti ha impegnato la ricerca iconografica?

La mia formazione rispecchia i casini universitari degli anni ’68/’77. Ho studiato Medicina per quasi quattro anni (con tanto di sezione di cadaveri per lo studio dell’Anatomia, cosa che non credo oggi si faccia più); mi sono laureato in Scienze Politiche con una tesi in Sociologia dell’Arte (altra cosa che oggi credo impossibile); durante il servizio militare ho conseguito  da privatista e a pieni voti la maturità artistica presso il Liceo Artistico di Via Ripetta, a Roma; e ho intrattenuto una lunga e formativa corrispondenza con il professor Carlo Ludovico Ragghianti che in quegli anni aveva da poco fondato a Firenze l’UIA (Università Internazionale dell’Arte); inoltre ho pubblicato un Pinocchio a fumetti (Premio Carlo Lorenzini) e dipingo da sempre. Questo per dire che per me immagini e parole sono strettamente legate, anzi le immagini vengono prima. Nel nostro caso, da alcune di esse sono nati dei personaggi di fantasia che poi hanno preteso spazio e voce (Entgen, Carl, mastro Latz, Mezzocavallo, ecc.). Ma in generale, prima di descriverlo, di un personaggio storico voglio vedere la faccia, se qualche artista ne ha fatto il ritratto. E di una città, nel nostro caso Roma, voglio conoscere la pianta, in modo da potermici muovere a ragion veduta. In questo caso sono stato fortunato, essendomi imbattuto nella splendida mappa di Roma di Antonio Tempesti, di pochi decenni successiva al Sacco. Insomma la ricerca iconografica segue di pari passo quella documentale e fa parte dello stesso divertimento!

Secondo te la passione contemporanea per il fantasy, che ha un’ambientazione quasi “storica” ma immaginaria, è un bene o un male per il romanzo storico?

Ho visto diverse serie tv pseudo-storiche o fantasy e mi ci sono divertito, ma devo dire che anche molte serie definite storiche a volte rubano la scena al fantasy (I Medici, ad es.). Si tratta di due generi diversi che non si danno molto fastidio, ma i cui confini sono così ambigui che spesso sconfinano nei grovigli dei romanzi d’appendice (e lo dico col massimo rispetto, considerato che vi si sono esercitati fior di scrittori come Charles Dickens).

“C’era un solo modo per salvarsi la vita, almeno per lui. Il sogno di sempre, ogni giorno più vivo e chiaro: una statua perfetta, una sola magari, ma capace di suggerire agli uomini l’ideale di una vita degna d’essere vissuta”. Questo è il tuo ideale di arte?

Sì, sogno anche io la storia perfetta, il libro perfetto. Certo è che quando non scrivo (e non dipingo) divento nervoso. Giro a vuoto e non vedo l’ora di buttarmi in uno dei miei viaggi nel tempo e dunque felicemente stanziali. La verità pura e semplice è che quando alzo gli occhi dalle mie storie, quello che vedo attorno a me non mi piace affatto. Si tratta di droga, di nevrosi di tipo onanistico, o di arte? Ah, saperlo!

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