La lavanderia

Il mercoledì è giorno di bucato: si lavano, insieme ai vestiti, anche le preoccupazioni.

Mia cugina deve fare un pompino al giorno a uno sconosciuto. Uno solo, che sia uno e che sia sconosciuto il tipo. Me lo ha detto la zia. Con le gote rosse e le mani giunte, sussurrandolo, mi ha detto di starle alla larga perché è posseduta. Vabbè che mia zia ha sempre in mano un rosario, spettegola più di una comare in finestra credendo di difendere dal male ogni anima che incontra. Mia zia è come quelle lavatrici malandate, incrostate, superate da modelli top di gamma con monitor e interazione touch o addirittura vocale.

Una lavatrice si carica in due minuti e si aspettano trentotto minuti per un lavaggio a quaranta gradi, altri due minuti per scaricarla. Svuoto la mia sacca e riempio la lavatrice numero trentasette. E mi siedo. Strofino i palmi sui pantaloni. Mi guardo intorno. Mi gratto il naso. La lavatrice vibra, trema. Sto fermo e guardo la lavatrice e poi l’entrata. Guardo l’ora. Eccola. Mia cugina. Finalmente.

Alta sarà alta quanto me, un metro e settantadue. Ha la vita stretta e la conosciamo tutti in famiglia, tranne mia moglie. Ha questo problema. È famosa in famiglia per il suo problema, vive in un appartamento di mio nonno, in fondo alla strada. 

È un vizio altruistico il suo, lo definirei così. Una fissazione, una necessità. Instancabile. Un vizio che credo le sia stato diagnosticato come malattia, un po’ come quelle lavatrici che sono anche asciugatrici e devono asciugare per forza perché se non asciugano si impallano.

Insomma, mia cugina deve fare pompini. Ve la descrivo. Le labbra sono due piccoli canotti rosati, il naso a patata e gli occhi grandi e scuri, nel senso che la circonferenza risulta superiore alla media, secondo me che sto attento ai particolari. Ha la pelle bianca, come il risultato dopo i lavaggi qui in lavanderia. Mi guardo intorno, lei si avvicina. Che rumori queste lavatrici che vanno e vibrano e puliscono lo sporco che si accumula sui vestiti. Liberano i tessuti dal male. Amen.

È un po’ così, mia cugina. Libera dal male, ti libera, sia chiaro, ti libera dall’accumulo di tensione, dagli acari del malessere attaccati al tuo corpo, all’anima, come polipi. Mi alzo, mi guarda. Si guarda intorno. Siamo soli.

Non ve l’ho detto ma ho altre cose nella sacca e prima che arrivasse lei ho tirato fuori il contenuto. Salopette, baffoni finti, parrucca brizzolata. Tutto un po’ impregnato di sudore, per via dei panni sporchi, ma non posso di certo cambiarmi a casa.

La mia lavatrice va, penso che magari se per il ritorno allungassi il passo senza correre, altrimenti suderei, e mia moglie lo noterebbe, potrei addirittura avere due minuti di tempo in più.

Eccola lì che si avvicina mia cugina, ha le tette che sembrano due meloni. Le porta come una contadina porterebbe il raccolto del pomeriggio, fiera. Gira sempre qui intorno, a quest’ora.

Fingo di essere spaesato, mi sincero che i baffi abbiano attecchito sulla pelle, sfiorandoli.

Le lavatrici corrono e i minuti anche e, se tutte le lavatrici insieme si fermassero ora, adesso, di botto, si sentirebbe il rumore del mio sudore dietro la nuca che scivola denso. Mi guarda ancora, mi sta studiando, mi ha riconosciuto, il mio piano va a puttane. È a mezzo metro da me, fa un passo lungo, mi ha riconosciuto sicuro.

– Posso? – dice.

No. Non mi ha riconosciuto. Sorride. Si ferma. Mi guarda. Io sudo solo sulla schiena, sempre. Infatti se il lavaggio lo faccio sotto i trenta gradi, sulle magliette rimane un po’ l’alone. Mi ha riconosciuto cazzo, lo intuisco da come mi guarda. La lavatrice va, i minuti corrono.

Mi accarezza, sì, sì mi sfiora, non mi ha riconosciuto sennò se ne andrebbe, un pompino al giorno a uno sconosciuto al giorno. È andata. Non mi ha riconosciuto. Stai calmo. Forse sa che sei tu e le piace il gioco.

Come si finge stupore davanti a una ragazza malata, che è pure tua cugina e vuole farti un pompino perché fa i pompini agli sconosciuti? E tu è la terza volta che ti fingi un altro. Ma come te lo succhia lei…

Scrollo le spalle e dico: – Ma che fa signorina?! – acuisco la voce.

Sdegno. Ecco. Con lo sdegno. Senza esagerare. Sdegno misto a stupore.

Ho il dubbio lei sappia che sia io, ce l’ho lì il dubbio. Quasi voglio sperare che lo sappia e ci provi gusto. Oddio, sia mai.

Non sa che mi sono innamorato dei suoi pompini, mica di lei, che vorrei aiutarla eh, ma come potrei? Dovrei trovarle un medico. Insisto nella sceneggiata.

Ipersessualità femminile acuta, ninfomane insomma. Però mi chiedo, seriamente, come faccia a non riconoscere il mio pisello. Me lo sono chiesto l’ultima volta. Una volta mezzo depilato, ora tutto, la prima volta no. Non ho molte altre alternative. Faccio un passetto indietro: – Signorina ma così, così mi mette in difficoltà!

Lei abbocca. In tutti i sensi. Sussurra: – Stia tranquillo, non le chiederò soldi voglio solo sia mio per qualche istante, amo il rischio.

Dice sempre la stessa cosa, povera. Se non fossi eccitato come un cavallo, mi farebbe pena.

Muovo i capelli finti brizzolati, sono duri, secchi, plasticosi. Nella foga il parrucchino si muove e scivola scoprendo metà della mia testa. Dio mio è finita. Ma lei sta guardando la salopette, all’altezza della vita, ho il tempo di rimetterlo al posto giusto. L’ho pagata, la parrucca dico, ventiquattro euro e novantanove, non li vale. Faccio un sorriso finto timido. Finto impacciato. Finto stupito. Si fa così: si alza il labbro superiore e si spingono i denti in fuori. Lei ci casca. Crede sia davvero un uomo ligio messo alle strette da una giovane e procace donna, le piace, sono suo. Guardo il timer della mia lavatrice, è a undici minuti e mia cugina apre la bocca.

Undici minuti per togliermi dalla testa, in ordine, il mutuo, le tasse, mia moglie, il mio capo, il mio cane che puzza, i vicini che non mi salutano. Undici minuti per centrifugare tutto questo e far fuoriuscire la rabbia liquida dentro questa povera anima dal corpo statuario e tornare puro, pulito, asciutto.

Chiudo gli occhi, finisco dentro la centrifuga. È tutto schiumoso e liquido, mi gira la testa, gira in senso antiorario e mi bagna tutto gira e gira e gira e rigira e lava la mia pelle bianca macchiata dalla giornata, dai giorni passati, dagli impedimenti, dagli acari della tristezza e dai sogni infranti. Sono sempre più pulito. Sento i brividi del lavaggio umido. Sento il movimento del cestello, su e giù, vibra e si muove. Poi la centrifuga, rigiro gli occhi su.

Il rumore ferroso di una moneta che incastra un ingranaggio mi sputa fuori dalla mia centrifuga del mercoledì. I soldi. Quella cretina di mia moglie ha lasciato nelle tasche gli spicci. Non lo aveva mai fatto, non ho mai controllato, mai. Lo avrà fatto apposta? Devono essere usciti e scivolati nel cestello che ora si è bloccato. La lavatrice è ferma, una spia gialla e una rossa sono accese e illuminano la guancia di mia cugina. La lavatrice ferma, i panni che si impregnano, il lavaggio che non procede, sento il pisello diventare molle, morbido. Lei tira su gli occhi, mi guarda come a dire: se non ti piace finisco qui. Vorrei dirle no, no ti prego non finire mai, puliscimi per sempre l’anima dal peccato che compio nel desiderare i tuoi pompini e null’altro, ti prego; è quella stronza di mia moglie che rovina sempre tutto. Ma intanto non c’è più niente da fare, il bip non è il bip della fine del lavaggio, è l’allarme che blocca il lavaggio e il mio pisello, ora è molle, piccolo, mia cugina l’ha spinto fuori come la testa di un gamberetto. Ha la bocca arrossata, contratta in una smorfia di delusione, io guardo la lavatrice che continua a emettere un suono di allarme con le spie accese.

Lei si alza.

 – C’è qualcosa che non va? – Mi chiede.

Ho la schiena bagnata, sento brividi freddi. Provo a improvvisare un: – No, no, tranquilla.

Vorrei uccidere mia moglie. Il timer della lavatrice è fermo a quattro minuti, i miei quattro minuti quella stronza non me li toglie, non qui nel mio lavaggio settimanale.

Accarezzo mia cugina e le faccio cenno di rimettersi in ginocchio. Un calcio al lato della lavatrice. Poi un altro ben assestato all’altezza del filtro. Niente. Allora con due mani la cingo e inizio a scuoterla, la alzo un poco poi un altro calcio. Sento le monetine scendere come dentro un juke-box liberando il meccanismo e scivolando nel filtro. La spia rossa sparisce. Sento il basso ventre muoversi. Spingo “play”. Riparte. La mia lavatrice riparte. Sorrido, con un pollice sfioro le labbra di mia cugina, le apro la bocca e riparte la pulizia dell’anima. Sa che sono io, ne sono sicuro, e il gioco le piace. Ma non rischio. Non tolgo il travestimento abbozzato.

È di nuovo caldo, piacevole, sento che sale di nuovo l’acqua bollente, il cestello va, la centrifuga la ritrovo dove l’avevo lasciata. E sono in tempo, la lavatrice balla. Il flusso esplode e io mi sento leggero, sento il calore, il bollore, il liquido fluire nel condotto verso il filtro dello scarico che esplode dentro la bocca di mia cugina. L’asciugatrice si avvia, mi asciugo.

Il calore è in tutto il corpo, la centrifuga rallenta, il cestello si ferma, il filtro gonfio è scarico ora, la lavatrice vibra morbida fino a fermarsi, mi calmo, resto al buio qualche secondo. Respiro.

Zero, dice il timer quando apro gli occhi. Mia cugina e la sua malattia sono già fuori dalla lavanderia, si gira, mi fa l’occhiolino. È un “a mercoledì”?, mi chiedo. 

Impossibile, non mi vorrebbe se mi avesse riconosciuto, un pompino al giorno a uno sconosciuto al giorno. Ma anche le altre due volte è andata così. 

Il mio timer resta fermo, un “bip” continuo mi esorta ad aprire l’oblò e a prendere le mie cose pulite, libere, per tornare a casa, dove anche loro, come me, dovranno ricominciare a sporcarsi in attesa del mercoledì.

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Andrea Fassi

Pronipote del fondatore del Palazzo del Freddo, Andrea rappresenta la quinta generazione della famiglia Fassi. Si laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali coltivando l’interesse per la scrittura. Prima di seguire la passione di famiglia, gira il mondo ricoprendo diversi ruoli nel settore della ristorazione ed entrando in contatto con culture lontane. Cresciuto con il gelato nel sangue, ama applicare le sue esperienze di viaggiatore alla produzione di gusti rari e sperimentali che propone durante showcooking e corsi al Palazzo del Freddo. Ritorna al passato dando spazio al valore dell’intuito invece dei rigidi schemi matematici in cui spesso oggi è racchiuso il mondo del gelato. Combina la passione per il laboratorio con il controllo di gestione: è l’unico responsabile del Palazzo del Freddo in qualità di Amministratore Delegato e segue la produzione dei locali esteri in franchising dell’azienda. In costante aggiornamento, ha conseguito il Master del Sole 24 Ore in Food and Beverage Management. La passione per la lettura e la scrittura lo porta alla fondazione della Scuola di scrittura Genius nel 2019 insieme a Paolo Restuccia, Lucia Pappalardo, Luigi Annibaldi e ad altri editor e scrittori. Premiato al concorso “Bukowsky” per il racconto “La macchina del giovane Saleri”, riceve il primo premio al concorso “Esquilino” per il racconto “Osso di Seppia” e due menzioni speciali nei rispettivi concorsi “Premio città di Latina” e “Concorso Mario Berrino”. Il suo racconto “Quando smette di piovere”, dedicato alla compagna, viene scelto tra i migliori racconti al concorso “Michelangelo Buonarroti”. Ogni martedì segue la sua rubrica per la scuola Genius in cui propone racconti brevi, pagine scelte sui sensi e aneddoti dietro le materie prime di tutto il mondo. Per la testata “Il cielo Sopra Esquilino” segue la rubrica “Esquisito” e ha collaborato con il sito web “La cucina italiana” scrivendo di gelato. Docente Genius di scrittura sensoriale, organizza con gli altri insegnanti “Il gusto per le storie”, cena evento di degustazione di gelato in cui le portate si ispirano a libri e film.

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