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Non-Catholic Cemetery: Pay a visit!


Ho per le mani un libretto, Odes for John Keats, scovato nell’ultima visita al Cimitero Acattolico: celebra un genere della poesia, l’ODE, canto celebrativo molto coltivato dai poeti inglesi e non solo tra ’700 e ’800, e il poeta che più lo ha onorato, John Keats, concentrando in un solo anno o poco più la scrittura di tutte le sue Odi. Ha compilato il piccolo libro Duncan Wu, che dal 1997 è il trustee cioè l’amministratore fiduciario della Keats&Shelley Memorial House. Il palazzetto è a Piazza di Spagna, proprio accanto alla scalinata di Trinità dei Monti, ed è lì che John Keats, venuto a Roma su consiglio del medico per sfuggire al clima e all’inquinamento dell’Inghilterra ultra-industrializzata, ha vissuto i suoi ultimi mesi di vita tormentato dalla tisi, nell’Ottocento male del secolo, e dalla povertà.


JOHN KEATS, DA FUORI (di Paolo Febbraro)


“Quel po’ di medicina che ho esercitato:

producevo da me consolazioni

che mi sembravano solo belle da sentire.

E i sofferenti distendevano i tratti,

prendevano per buone le parole, anzi

per vere.

“Bellezza è verità, verità bellezza”:

appena lo scrissi – in quella primavera

di folti incontri tra pioggia e foglie –

fui certo di vivere per secoli.

Per qualche minuto al giorno

ne inventavo il senso: poi nulla.

Ma ridevo pensando agli studiosi

impegnati su questa bizzarria maestosa.

Un giovane medico fallito, dai polmoni

avvelenati, eccolo entrare a Oxford

e Cambridge, meglio di quel Lord

sbilenco di Byron, e senza

scucire un soldo.

Era su quel verso che milioni di lenti

Avrebbero fatto fuoco.

../..

Il giorno della Liberazione ho deciso di seguire la manifestazione a Porta San Paolo da un luogo lì accanto, anzi un po’ sopra, in genere associato alla Piramide Cestia, che in effetti vi incombe come una austera sentinella anche vagamente pomposa, appariscente, segno di vanità. Mi sono seduta su una panchina nella zona vecchia del Cimitero Acattolico a Testaccio, cioè nell’area originaria, più antica, che rassomiglia di più all’idea anglosassone di cimitero: un grande giardino con grandi alberi che lo ombreggiano, molti fiori (lungo il muro perimetrale si stendeva il glicine in fiore) e il prato inglese solcato da sentieri che intrecciano percorsi. Ci vado da anni. Da anni vado a trovare “one whose name was writ in water”, cioè John Keats, appaiato al caro amico Joseph Severn, ritrattista che immortalò sia lui che Percy Shelley. La pace e il silenzio che in genere allietano il luogo erano appena un po’ fustigati dai toni rabbiosi (contro la minaccia di guerra) degli oratori, invisibili oltre le mura.

Nell’epitaffio che lo indica come “uno il cui nome fu (ma anche era) scritto nell’acqua” c’è Eraclito, l’idea che è impossibile bagnarsi due volte nella stessa acqua perché tutto passa, nulla è stabile, tutto scorre appunto, niente rimane, niente è fermo mai del tutto, neppure ciò che sembra minerale.

Proprio questa immanenza dinamica Keats ha cantato e tutta la sua poesia è la lotta strenua tra il trattenersi e il doversi abbandonare al moto delle cose. È proprio questo, la sua proverbiale negative capability, l’annullamento del sé prepotente a vantaggio del tendere l’orecchio e il mettersi in ascolto di ciò che è, assumere e far proprio ciò che è fuori di noi per attingere rivelatoriamente ciò che vale, a dare profondità alla quest che riempie di senso struggente tutta la sua produzione: non poca per il poco che è riuscito a vivere. Questo ancora, in Odes for John Keats, fa dire al poeta Paolo Febbraro:

../..

“Adesso parlo in italiano,

l’ultima lingua in cui sono caduto,

al centro della volgare superstizione,

appena intuita madre mediterranea

nemica dei poeti

incrostata di barocco e di escremento

dove il cielo accorre per mitigarsi

ed io coi miei bronchi sanguinolenti.

Dissolversi invece come il bosco

nell’usignolo, sgranarsi

in un milione di primavere

per via del proprio minuscolo eccesso…

nugolo d’insetti estivi presso la pineta…

Forme terrestri! Nel plotone ordinato

dei miei versi cercavo suonando

la melodia plurale e non suonata.

../..

…heard melodies are sweet but those unheard are sweeter sono le parole di John Keats in Ode on a Grecian Urn, e qui è tutto l’infinito, anzi l’indefinito leopardiano, la germinale incompiutezza, la forma inconclusa che tende a saldare il circuito senza chiuderlo, in cui si distilla la filosofia del poeta inglese, in una tensione quasi matematica che risparmia la deperibilità ai gesti umani semplicemente non facendoli compiere. Ciò che accade è successo: un fallimento, una concretizzazione superabile. Non facciamolo accadere allora, non sporchiamo tutto col senso di realtà: tratteniamoci nel modo ottativo, il modo della potenzialità.

Così continua Paolo Febbraro a dar voce, dopo tutto quel che è accaduto, a John Keats, morto giovane, a meno di 27 anni, dunque caro agli dèi, e iscritto di diritto al Club27, forse suo iniziatore.

../..

“Digiuno di greco, la immaginai

in un vaso attico, spirale

ferma e indivisibile, slittamento

continuo d’animali in uomini

e di uomini in piante,

da un paio di millenni infinita

elargizione del cerchio

espansa come sappiamo l’universo

a proteggerci con dèi e sacrifici

dall’unico Padre e Dio.

Freddata nella teca d’un museo

L’abbiamo conservata e non creduta,

ed era circense, liquida, accerchiante

come il mare

che adesso vi stringe dall’alto

e dal basso, mangia gli arenili

e penetra gli abituri,

promette le alghe ai palazzi:

mio nuovo inavvertibile trionfo

perché umilmente il mio nome

è scritto nell’acqua.”


Vi risparmio la cronaca delle altre tappe che osservo sempre quando vado al Cimitero Acattolico. Non vi tedierò col pellegrinaggio alle sepolture di Shelley e Trelawney, appaiati anche loro, e a quella di Gregory Corso che volle a tutti i costi finire vicino al suo Maestro, Percy Bysshe Shelley, però non accanto, perché non si riteneva degno, ma sotto – ecco sì: al di sotto. Né voglio ammorbarvi con la solita affannosa ricerca delle sepolture di Joyce ed Emilio Lussu, di Dario Bellezza, di Amelia Rosselli e Luce D’Eramo, di Carlo Emilio Gadda (l’ingegnere in blu, scrisse Alberto Arbasino), e poi del cippo che insiste sulle ceneri di Gramsci (ogni volta mi pare di fiutare la presenza di Pier Paolo Pasolini nel suo impermeabile chiaro, come lo vediamo in una nota fotografia). Dovrei ritrovarle a memoria, invece salvo gli Inglesi di tutti gli altri devo reimparare ogni volta daccapo la collocazione.

Torno però al libretto che ho per le mani, ripeto Odes for John Keats, in cui 15 poeti contemporanei sono stati chiamati dal Professor Duncan Wu a comporre altrettante odi rivolgendosi a John Keats e alla sua memoria. Abbiamo visto il tributo di Paolo Febbraro consistente nel far parlare il poeta. Anche Annelisa Alleva trova il modo di farci ascoltare una voce, anzi due: intervista Psiche, a cui John Keats ha dedicato la famosa Ode to Psyche.


ODE A PSICHE DOPO KEATS (di Annelisa Alleva)


“Psss … Psiche! Ascolta!”

“Sì, dimmi, chi sei?”

“Devo scrivere di te, vorrei

farti qualche domanda.

Sono una giornalista:

ti chiedo un’intervista

per una rivista in rete”.

../..

Come questa, dopotutto: come Dentro La Lampada, rubrica #perilgiustoverso, ospitate da Genius Scuola di Scrittura Creativa. L’intervista concessa da Psiche a Annelisa Alleva, poeta, prosegue così:


“Va bene. Permetti che mi alzi?

…oggi sono pigra. E che mi specchi…”

“Chi ti ha dato quello specchio

più grande della tua piccola

figura, leggera Psiche?”

“Me ne fece dono Afrodite

il giorno delle nozze, lassù,

sull’Olimpo, dopo che Giove,

per rendermi immortale,

mi porse una coppa d’ambrosia

che bevvi a brevi sorsi.”

“Come mai proprio uno specchio?”

“Era il suo. Volle farmene dono

per evitare di domandargli ogni momento

chi fosse la più bella del reame.

Voleva rinunciare a questo rito

che la rendeva schiava di sé

e mia persecutrice efferata,

costringendomi a imprese impossibili,

in cielo e in terra, e giù nel Tartaro,

per allontanarmi da suo figlio Amore.”

“Come sei riuscita, Psiche,

a superare tutte queste prove?”

“Non lo so. Mi hanno aiutato.

Il destino lo ha voluto.

Eros mi amava, questa era la mia forza.”

“Ma lui ti aveva ripudiato…”

“Sì, ma io recitavo la mia disperazione.

Sentivo in cuor mio che lui

Senza di me era più in pena.”

../..

Fin qui la ricostruzione di una leggenda che ci arriva dall’antichità, dall’Olimpo, dai cicli omerici. John Keats ha ripreso i miti antichi perché era figlio della formazione classicista del suo tempo: la grandezza dei poeti della sua stessa epoca, ai quali come a lui gli studi hanno fornito un’eredità culturale millenaria e anche una metodologia d’apprendimento, cioè una forma mentis, è consistita nel superamento, consistito a sua volta in una visione più ampia, in un orizzonte libero e vasto, nel rinvenimento di un significato umano e sensibile – in una visionarietà spontanea, o meglio naturale: è la Natura, ecco, a dare respiro (Keats sapeva bene cosa vuol dire non averne, cioè soffocare), e poi a restituire essenzialità, a ogni possibile superfetazione.


“Ora sei tu a specchiarti tutto il giorno

e a rivolgergli la formula:

Specchio, mio bello specchio,

chi è la più bella del reame?”

“Io? No, giammai, non ho tempo.

È Voluttà, nostra figlia,

che si specchia ogni momento.

Io respiro, recito i mantra,

a occhi chiusi mi contemplo.

Oh, Signore mio Giove, è tardi,

devo dare aria alla stanza,

e poi attendere alla mia pratica.”

“Perché Eros ti volle?”

“Perché ero anima, soffio,

avevo anch’io le ali, anch’io volavo.

E allo stesso tempo ero mortale.

Ero qualcosa che dal corpo fugge.

Non poteva sedurmi totalmente.

Ero vita, morte e distacco.”

“E lui ti ama ancora?”

“Certo, a suo modo mi è fedele.

Le altre sono prone alle sue frecce,

facili prede, dunque.”

“E tu, Psiche, gli sei fedele?”

“Io? Sì, certo. Guarda che cosa

Ha scritto John Keats nell’ode

Che mi ha dedicato:

But who wast thou, O happy, happy dove?

             His Psyche true!

“Versi indimenticabili, certo.”

“E anche un poeta che viene dalla Russia,

una certa Marina, mi pare,

s’era identificata nel mio destino:

‘Durnaja mat’, no vernaja žena!’

(Cattiva madre, ma moglie fedele!)

E ancora: ‘Ja lastovčka tvoja – Psicheja!’

(Sono la tua rondine – Psiche!),

scriveva al marito lontano.”

“Mi hai conquistato: per te

anch’io mi proverò a comporre un’ode!

Ma prima dimmi ancora

(sai, sono donna, curiosa anch’io,

e sicura che tu mi capirai):

ti senti più rondine o più colomba?”

“Sono farfalla, tanti mi hanno così

raffigurato in cammei e affreschi.”

“E come potevi eguagliare Eros in volo,

lui che aveva ali divine?”

“Prima delle nozze facevo fatica

a stargli presso, ora – e questo ora

dura ormai da tanto e per sempre –

è un piacere. Ecco che torna, Amore.

Sento la sua ala destra

battere piano contro la finestra.”


Duncan Wu

In Odes for John Keats, il curatore, Duncan Wu, professore a Georgetown, università di Washington D.C., ha chiamato a scrivere in versi 15 poeti contemporanei tra i quali solo Annelisa Alleva e Paolo Febbraro sono italiani e hanno scritto in italiano, per cui nel testo sono tradotti. Tra gli altri, spicca certamente Simon Armitage, Poet Laureate of the United Kingdom dal 10 maggio 2019, e tuttora “incumbent” (vigente): personalmente ho incrociato la sua poesia nei primi anni Novanta, e avrei voluto tradurlo – presentai la mia proposta giusto all’editore italiano che ha coltivato in particolare John Keats dedicandogli un paio di libri. Simon Armitage è nato nel 1963 e ha esordito in poesia nel 1989: avremmo potuto fare di lui una voce significativa anche in lingua italiana ma non ci fu verso, sordità assoluta.

Nella sua introduzione a Odes for John Keats, il curatore, Duncan Wu spiega che l’Ode, canto lirico di intento celebrativo, era un genere poetico che andava di moda ai tempi di Keats nel senso che era un genere-spazzatura, tanto che fa meraviglia che poeti del calibro di Keats e Shelley non l’abbiano disdegnata. Nelle loro mani però il suo lirismo si è fatto decisamente struggente, toccante. Come dimostrano le numerose Odi scritte dal nostro, e come dimostra anche Ode to the West Wind (Ode al Vento d’Occidente, o Ode al Vento dell’Ovest) di Percy Bysshe Shelley, il quale vuol farsi strumento di quel vento del cambiamento:

../..

IV

If I were a dead leaf thou mightest bear;

If I were a swift cloud to fly with thee;

A wave to pant beneath thy power, and share

The impulse of thy strength, only less free

Than thou, O uncontrollable! If even

I were as in my boyhood, and could be

The comrade of thy wanderings over Heaven,

As then, when to outstrip thy skiey speed

Scarce seem’d a vision; I would ne’er have striven

As thus with thee in prayer in my sore need.

Oh, lift me as a wave, a leaf, a cloud!

I fall upon the thorns of life! I bleed!

A heavy weight of hours has chain’d and bow’d

One too like thee: tameless, and swift, and proud.


V

Make me thy lyre, even as the forest is:

What if my leaves are falling like its own!

The tumult of thy mighty harmonies

Will take from both a deep, autumnal tone,

Sweet though in sadness. Be thou, Spirit fierce,

My spirit! Be thou me, impetuous one!

Drive my dead thoughts over the universe

Like wither’d leaves to quicken a new birth!

And, by the incantation of this verse,

Scatter, as from an unextinguish’d hearth

Ashes and sparks, my words among mankind!

Be through my lips to unawaken’d earth

The trumpet of a prophecy! O Wind,

If Winter comes, can Spring be far behind?

[IV // Se io fossi una foglia morta che tu potessi condurre; / se io fossi una nuvola rapida per volare con te; / un’onda per ansimare sotto il tuo potere, e condividere // la tua forza, solo meno libero / di te, o incontenibile! Se anche io fossi / come nell’infanzia, e potessi essere // il compagno del tuo vagabondare in Cielo, /come allora, quando superare la tua velocità celeste / pareva quasi una visione; non mi sarei mai sforzato // in preghiera con te nel mio disperato bisogno. / Oh! Sollevami come un’onda, come una foglia, come una nuvola! / Cado sulle spine della vita! Sanguino! // Un consistente peso ha incatenato e piegato / qualcuno troppo simile a te: indomito, e rapido, e orgoglioso. /// V // Fai di me la tua lira, come lo è la foresta / non importa se le mie foglie cadono come le sue! / Il tumulto delle tue possenti armonie // Prenderà da entrambi un profondo tono autunnale, / dolce seppure nella tristezza. Sii tu, spirito fiero, / il mio spirito! Sii me, spirito impetuoso! // Guida i miei morti pensieri per l’universo / come foglie appassite per stimolare una nuova nascita! / E, con l’incantesimo di questo verso, // disperdi, come ceneri e scintille da un focolare / inestinguibile, le mie parole tra l’umanità! / E sii attraverso le mie labbra per la Terra dormiente // la fanfara che annuncia la profezia! O vento, / se l’Inverno è in arrivo, può essere la Primavera tanto lontana?]


Shelley come Keats scelse l’Italia e, diversamente da Keats, fece sua la causa carbonara: dopo aver vagato per la penisola in lungo e in largo con la sua Mary Godwin (che tutti conosciamo come Mary Shelley cioè l’autrice di Frankenstein, or Modern Prometheus), trovò la sua base in Liguria a Lerici (Golfo, dunque, dei Poeti) a Villa magni, la Casa delle Onde, la cui vicenda è stata ricostruita dal poeta Giuseppe Conte in un libro che porta proprio quel titolo, e dove il porticato che ora affaccia sull’asfalto della strada costiera era ai tempi di Shelley in diretta comunicazione col mare ed era il rimessaggio delle barche: sappiamo che Shelley, sepolto anche lui al Cimitero Acattolico a Testaccio in un’area appena meno antica di quella che ospita John Keats, morì in un naufragio che trascinò il suo corpo sulla spiaggia di Viareggio dove fu intravisto solo dieci giorni dopo (8 luglio 1822), e fu cremato per ragioni igieniche dall’amico Trelawney, con Lord Byron e Leigh Hunt, editore dei poeti romantici, accorsi per riconoscerlo: il naufragio fu causato dal maltempo che, come da previsione, sopravvenne, ma probabilmente dipese anche dal fatto che Ariel (o Don Juan), la goletta di Shelley nuova di zecca, era stata malcostruita o fu sabotata: bisogna credere a un attentato data l’adesione del poeta alla causa carbonara? Un solo mese dopo Shelley avrebbe compiuto 30 anni: caro agli dèi anche lui.

John Keats

Per finire aggiungiamo pochi altri dettagli.

John Keats e Percy Shelley sono legati nel museo della Memorial House ospitata al numero 6 di Piazza di Spagna, ma solo Keats vi abitò. Ce lo dobbiamo immaginare che passeggia, o forse meglio sarebbe dire: vaga, appunto nell’area attorno a Piazza di Spagna, e magari imbocca via dei Condotti per andare a rifugiarsi nelle sale in fondo al Caffè Greco dove si radunano molti letterati e intellettuali, molti dei quali stranieri come lui, in una Roma senza auto ma con cavalli e carrozze, e sicuramente molta gente che transita come le folle che il poeta ha lasciato nella caotica Londra.

John Keats oltre ad essere l’autore di molte Odi è anche autore di poemi e ballate: fra queste La Belle Dame Sans Merci (La bella dama senza misericordia). La favola oscura in versi racconta del cavaliere pallido che è confinato sul fianco brullo di una collina dove non batte più il sole, vittima di un veleno ricevuto da una fata che poi si è rivelata una strega: il veleno o farmaco che doveva essere un lenitivo si è rivelato lentamente letale, proprio come la belladonna che John Keats assumeva per attenuare i sintomi dolorosi della tisi che lo affliggeva…

../..

I saw pale kings and princes too,

Pale warriors, death-pale were they all;

They cried—‘La Belle Dame sans Merci

Thee hath in thrall!’

I saw their starved lips in the gloam,

With horrid warning gapèd wide,

And I awoke and found me here,

On the cold hill’s side.

And this is why I sojourn here,

Alone and palely loitering,

Though the sedge is withered from the lake,

And no birds sing.

../..

Vidi anche re e principi pallidi,

pallidi guerrieri, tutti erano pallidi come la morte:

“La belle dame sans merci”, gridavano,

“Ti ha reso schiavo”.

Vidi le loro labbra affamate nell’oscurità

Aperte in un orribile grido disperato,

E mi svegliai, ritrovandomi lì,

Sul fianco del colle ghiacciato.

Ed ecco dunque perché dimoro qui,

vagando pallido solo,

Anche se sono avvizziti i giunchi del lago,

E nessun uccello canta.


Keats e Shelley sono a poca distanza l’uno dall’altro, nella stessa dimora eterna, nel cosiddetto Cimitero degli Inglesi, attivo dal 1716, dunque alla bella età di trecento anni, nel 2016, grazie alle cure di Duncan Wu e col sostegno della Keats and Shelley Memorial House, si è visto celebrato proprio in questo piccolo tesoro, Odes for John Keats: se vi trovate al Cimitero degli Inglesi o meglio al Cimitero Acattolico, in via Caio Cestio 6, quartiere Testaccio, a due passi da Porta San Paolo, non mancate di cercare questo libretto presso il bookshop – vi assicuro che ve ne beerete.

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