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Anthony Caruana: “A me piace pensare di essere uno scrittore che fotografa la contemporaneità”

Il 31 maggio esce il nuovo romanzo di Anthony Caruana, che verrà presentato in anteprima a Torino, all’interno del Salone del libro, il 21 maggio. S’intitola Sul filo del coraggio (Bertoni 2022) ed è un lavoro che cerca di tenere insieme diversi frammenti di realtà, sia dal punto di vista del contenuto sia dal punto di vista della forma grafica. Per esempio contiene immagini, disegni e una serie di QR code che rimandano direttamente a contenuti originali realizzati per il web, a YouTube, a Spotify, ecc. La storia stessa sembra voler unire più generazioni, quella dei giovanissimi e quella dei loro padri, mentre sullo sfondo si dipana una vicenda di cronaca di quelle che accadono con triste regolarità: un ragazzo scomparso all’improvviso, nessuno ne sa niente, i genitori disperati, gli amici coetanei che forse sanno qualcosa, ma non parlano. Il suo precedente romanzo, Contorni Opachi, è stato proposto al Premio Strega da Vito Bruschini, ma stavolta Anthony Caruana (che è nato a Derby nel Connecticut e vive a Civitavecchia) ha realizzato per il nuovo libro anche video e canzoni di quelle che ascoltano gli adolescenti di oggi, decisamente insolite per lui che insegna chitarra e si esibisce in concerti di musica jazz. Insomma, valeva la pena farci una chiacchierata in anteprima, anche perché alla fine dell’intervista potrete leggere una pagina ancora inedita del romanzo.


Sul filo del coraggio è composto da vari elementi, il lettore è invitato a seguire brani su YouTube, a vedere disegni, fotografie, frammenti di diario, emoticon, messaggi whatsapp, immagini varie. La forma del romanzo tradizionale ti sembrava insufficiente per narrare questa storia?

Ho riflettuto a lungo sulla forma da utilizzare per raccontare questa storia e alla fine ho pensato che arricchire la narrazione con contributi artistici di vario genere fosse il modo migliore per sottolineare l’importanza della comunicazione contemporanea che si avvale anche della tecnologia e si tramuta, spesso, in forme altre rispetto alla parola e alla scrittura.

La storia prende spunto da qualche episodio di cronaca nera?

L’idea di base sì. Mi sono confrontato con l’editore Jean Luc Bertoni e insieme abbiamo ragionato su come dare vita a quelle storie di cronaca nera locali che fanno da sottofondo alle macro-notizie nazionali e che spesso, purtroppo, passano inosservate anche quando si tratta di fatti raccapriccianti.

Si tratta di una vicenda che tiene insieme pensieri e azioni di più generazioni, i vecchi e i giovani, cosa volevi indagare?

La separazione sempre più netta tra due mondi che hanno perso l’uno interesse per l’altro. Mentre i vecchi considerano sprovveduti e privi di valori i giovani, questi ultimi hanno deciso di chiudersi nel loro mondo mono generazionale, precludendo l’ingresso a tutti coloro che non sono in grado di capirli.

Nel romanzo vengono raccontati giochi come Fortnite, vendite illegali di vestiari, grandi giri d’affari online di giovanissimi, come ti sei documentato? 

La fase della ricerca è stata uno degli aspetti più interessanti dell’intero lavoro poiché, riguardo a certe realtà di cui parlo nel romanzo, non ne ero assolutamente a conoscenza.

Ho la fortuna, visto che sono un insegnante di musica e di chitarra nello specifico, di stare continuamente a contatto con ragazzi di ogni età. È da loro che ho appreso preziose informazioni. Ed è anche grazie a loro che ho scoperto quanto dietro il loro apparente menefreghismo si celi invece un interrasse accurato e preciso sulle faccende che gli interessano davvero. Mi sono ritrovato a fare discorsi di trading online con ventenni, di bitcoin, di nuove e sconosciute tendenze musicali contemporanee che sulle piattaforme streaming hanno, di fatto, ormai da tempo surclassato i nostri miti musicali di “una volta”. Basti vedere il profilo di Travis Scott su Spotify per capire meglio di cosa sto parlando. 

Per quando riguarda Fortnite, invece, devo tutto ai lunghi pomeriggi passati con mio nipote Filippo a osservarlo giocare alla PlayStation. Io, negato nella maniera più totale, gli ho sempre ceduto il controller dopo pochi secondi.

Mentre scrivevi pensavi a un tuo pubblico ideale? A chi pensavi di rivolgerti, più ai “vecchi” o più ai “giovani”?

In realtà, credo che sia un romanzo per molti, perché affronto tematiche che riguardano tutte le generazioni. Le persone adulte dovrebbero tornare a rappresentare il ruolo di guida che gli è proprio, con determinazione ma, allo stesso tempo, devono avere lo sguardo aperto e rivolto al nuovo. I giovani dovrebbero scoprire la parte “viva e pulsante” delle persone mature e ammirarne il coraggio che le ha portate a fare quelle scelte di vita importanti che loro, ancora, non sono in grado di prendere. Devo però aggiungere, che uno dei miei obbiettivi principali è quello di avvicinare i ragazzi della Generazione Z alla lettura. Loro sono affamati di conoscenza, solo che non lo dicono apertamente.

In fondo tu sei in mezzo alle due generazioni, come autore, è stato più facile scrivere le parti dei ragazzi o quelle dei loro genitori?

Credo che sia proprio per la mia età che ho potuto scrivere Sul filo del coraggio perché mi trovo esattamente nel mezzo. Mi sono permesso di farlo perché penso di avere uno sguardo piuttosto obbiettivo, equidistante. 

La forma del romanzo che ho utilizzato, che prevede la divisione in capitoli, in lettere dell’alfabeto e in numeri, mi ha permesso di giocare con punti di vista multipli, voci narranti diverse e con un linguaggio che si modula in base ai personaggi che parlando di volta e in volta  e alle scene che si snodano lungo la narrazione.

Per le “voci giovanili” ho dovuto pensare a un nuovo vocabolario che ho studiato a fondo per poterlo usare in maniera naturale. 

Secondo te, il gap generazionale tra genitori e figli oggi è più profondo di qualche anno fa?

Sì, credo che la distanza che si vive ora, se non si interviene subito, rischia di diventare incolmabile.

La mia non vuole essere una visione tragica, ma il problema più evidente, almeno dal mio punto di vista, è proprio la mancanza di volontà di farsi capire e interagire, se non con apparenti rituali che la società detta come regole non dette, sia da una parte che dall’altra. L’abbraccio alla premiazione durante la finale di Sanremo fra Gianni Morandi e i vincitori, Mahmood e Blanco, sottolinea il fatto che tirare una linea di congiunzione fra generazioni distanti, non solo è possibile, ma anche necessario. 

Invece di far finta che non ci sia mai stato (come fanno alcuni romanzieri di oggi), hai riservato uno spazio letterario anche al covid, che hai inserito come uno dei tanti elementi della vicenda. Era un modo per “segnare” l’epoca in cui la storia si svolge?

Questa è stata una scelta molto determinata.

A me piace pensare di essere uno scrittore che fotografa la contemporaneità. 

Il Covid non è il protagonista del romanzo ma il virus esiste e non potevo ometterlo; l’ho inserito soprattutto per marcare l’ambientazione e darne una struttura più verosimile possibile. 

Ho tentato di non cadere in cliché e stereotipi del caso. Spero di esserci riuscito.

Il romanzo è in uscita, se dovessi scegliere una parte per farla leggere ai nostri lettori in anticipo, quale sceglieresti?

Eccola:

Roma ogni giorno ha il suo pubblico. Sono i passanti frettolosi con la testa china. Sono i venditori ambulanti di sogni e speranze. Sono gli spazzini allegri, nascosti dietro a nuvole di tabacco. Anche le saracinesche, con gli occhi spalancati sul mondo, assistono allo spettacolo. Le gatte tuffano il naso tra pozze d’acqua ed euforia. I baristi, già sporchi di polvere di caffè, sono pronti a recitare la loro parte dietro al bancone, palcoscenico di infiniti aneddoti. Gli attori sono accompagnati dall’orchestra della città. Il direttore è un vigile buffo, dal cappello troppo grande, che gesticola in mezzo a una piazza in delirio. I tubi di scappamento delle auto sono i tromboni, i loro clacson le trombe che, con i loro acuti, colorano la linea melodica dell’isteria. Il coro è composto da uomini e donne. Vendono conoscenza al mercato dell’esperienza, intonando canti in dialetto a gole spiegate. I soprani fanno l’amore con i tenori, accoppiandosi tra frutta e verdure. In mezzo a questo arcobaleno scintillante di colori, generano la vita che sarà condotta in processione, fra i sagrati delle mille e più chiese del perdono. Gli incensi doneranno regalità alla voglia di santità di chi ha il diritto di comandare sul mondo intero. L’impero dei ciarlatani, degli impuri, dei fedifraghi camminerà affiancato alla bellezza, puttana o casta, della voglia di rivalsa. Tra tombini e sampietrini, si snoda lo slalom dell’innocenza, bagnata da un sole che solo Roma conosce. Sposa di martiri e farisei, attraversa il corteo dell’impudicizia, con passo infermo e claudicante. Ma, austero e fiero, il suo incedere sghembo l’accompagnerà alle nozze dello stupore. Il vento solletica le donne, accarezza malizioso i gilet degli uomini d’affari e si tuffa tra le colonne e gli archi dell’architettura eterna. Stanca ma mai paga, la città si sveglia di buona lena, andando incontro a un giorno fatto di possibilità e di menzogne. Ladra, padrona, schiava, saccheggiata. Una razzia di povertà ridotta a risata fiacca o a improperi sboccacciati. Parolacce e preghiere in assonanza confusa di chi vive con sgomento la fine della giornata. Il menestrello accorda il suo strumento poggiato al semaforo. Tira le corde allo spasimo, verso il nulla. Quando intona il suo stornello, i piccioni lo circondano, beccando briciole di emozioni tra cicche di sigarette e petali di fiori. L’odore del pizzicagnolo è danza di spettri. Si insinua tra i vicoli, sotto le porte delle osterie e fra le setole dei pennelli del pittore in via Margutta. Bussano alle porte delle mercerie, cariche di fili di lana e tulle, i bambini con le magliette di Francesco Totti, a caccia di reggiseni di pizzo su cui fantasticare negli scantinati illuminati dal desiderio. Le foglie del platano nuotano a testa alta tra le acque torbide del fiume, tra salti di cateratte e turbini di poesia. Passeggia il vecchio col giornale in mano. Sfoggia il cardigan pistacchio e i pantaloni fustagno, regali dei nipoti, come fossero paramenti papali. E in tutta questa bellezza, che acceca e rende malinconici, un pazzo attraversa, in equilibrio sui pensieri, il ponte che conduce dalla disperazione all’euforia. Ha il sorriso dei bimbi in volto, la dolcezza di una madre nei gesti, l’ingenuità di un cucciolo nel sorriso, la determinazione di un soldato nel muoversi. Veste abiti di seta, nel caldo falso di primavera. Calza scarpe di fiducia nel freddo falso di primavera. Ha sul volto l’espressione compiaciuta di chi a pranzo intingerà un pezzo di pane nel sugo caldo dell’amore, che sprigiona aromi e spezie come in una festa di paese.

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