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“Miracoli” di Anna Beecher (Atlantide)

La storia che si snoda attraverso le campagne inglesi e poi a Londra è la storia di una famiglia dove in ognuno dei protagonisti c’è un pezzo di passato e di futuro, il loro o di quelli che verranno dopo di loro.

Anna Beecher traduce il dolore incomprensibile, fortissimo, dell’anno passato accanto al fratello John, durante la sua lotta con il cancro che lo colpisce a 24 anni. Anna non usa i loro veri nomi, ma li riveste della carta velina trasparente di altre storie, che possono essere quelle di chiunque di noi, sospeso nell’incredula e fragile fortuna di essere scampato al disastro. Solo due anni e 7 mesi separano Joseph, detto Joe, e Emily, e il legame tra fratello e sorella diventa un’alleanza fatta di protezione contro il mondo e storie bisbigliate durante i frequenti viaggi in auto.

Emily è in vacanza con il suo ragazzo, Solomon, in un confronto difficile che lui deve avere con il padre, in una Dublino festaiola e libera, quando al ritorno a casa i genitori le danno la notizia: Joe ha varie masse tumorali da rimuovere e curare con vari cicli di chemio. Ci sono molte speranze, però. Bisogna farsi forza.

Emily sente l’aria sfuggirle dai polmoni, viscida e scivolosa come una saponetta. L’incredulità, la paura. Il desiderio di tenere stretto il fratello maggiore, fragile, talentuoso con il violino e che ha appena fatto coming out (anche se lei lo aveva già capito). Riemergono, come conigli a sorpresa usciti dal cilindro di un prestigiatore, le vite dei loro nonni, le cose inconfessabili destinate a restare sepolte in un armadio o un cassetto irraggiungibile.

Edward, il nonno dei due ragazzi, è gay, ma nell’Inghilterra sospesa tra le due guerre era una cosa da rinnegare. Il giovane Edward viene allontanato come se partisse per una vacanza in Francia, e tutto il resto della sua lunga vita sarà un cercare un equilibrio tra il desiderio che cerca di dominare e quello che non riesce a provare per la moglie Eleanor, che a sua volta, ha da dimenticare il trauma di un precedente matrimonio con un uomo bello come il sole ma violento.

Prima di essere i nonni premurosi di Joe ed Emily troviamo Edward e Eleanor immersi nella nebbia di errori e colpe altrui.

Entrambi si salvano dalla reciproca solitudine anche se la tenerezza di Edward verso la moglie non può compensare l’assenza bruciante di contatti fisici e sessuali che lui, dopo la nascita dei figli, non riesce più a imporsi perché, in verità non ne sente il bisogno. Nessuno, e soprattutto Eleanor e i loro figli miracolosi, Ruth, piccolo cigno, e Eddie, saprà mai cosa nasconde la timidezza e la ritrosia del padre. In compenso i nipoti lo adorano e trascorrono anni luminosi in vacanza nel parcheggio delle roulotte con i nonni.

Emily tenta di convivere con la malattia di Joe, l’allontanarsi progressivo di lui dal cerchio del loro mondo, e ogni cosa che fa a un certo punto assume i contorni del tentativo di resistere al panico e alla spossante conseguenza della stanchezza che prende a chi veglia un malato.

Quello che accade, alla fine, è semplicemente la Vita, che in certi momenti, magari brevi, ma luminosi e salvifici diventa davvero un miracolo. Ogni amore inatteso o ritrovato, ogni sapore riconquistato, ogni possibilità di scendere dal letto con le proprie gambe è il miracolo al quale assistiamo.

Il nonno mi ha dato il suo cappotto. Ce ne siamo andati dalla spiaggia, e salendo i gradini di pietra siamo sbucati sul lungomare.

Poi abbiamo cominciato a fluttuare, lontani dal mare, nelle strade della città. Dita delicate mi sfioravano la pelle sopra il cuore. Amavo le strade e i colori scintillanti dei negozi. I corpi. La gente brillava di vuoti. Lo spazio in cui c’era stato un bambino. Lo spazio in cui c’era stato un rene. Lo spazio che era rimasto molle, nel punto in cui avevano operato un tumore. L’acqua salata mi sgocciolava dai capelli mentre ci muovevamo in quella folla di vivi e morti.

Il segno di uno pneumatico per strada e il mazzo di fiori che avvizziva, legato a un palo. Ogni singola vita si formava accanto a un’assenza. Tutti quegli sconosciuti sorridevano e conoscevano i nostri nomi.

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