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Alba dei poeti

Cronache di Versi:

albeggiare rapido e accolto

dai poeti con verseggiare prosciolto

Il salto di una settimana nel nostro appuntamento quindicinale è valso l’impresa, consistita nel salutare l’alba in versi in una domenica limpida (la scorsa, 24 ottobre) divenuta poi rapidamente radiosa e nel condividere il primo caffè tutti insieme sotto il porticato illustrato dai cinquecenteschi affreschi di imitazione classica nel giardino romano più bello che c’è: il Ninfeo di Villa Giulia. Altra cornice, nella cornice, è la mostra di Oreste Baldini, BASTABUSTE, di cui la lettura poetica è indicata come evento collaterale, agli sgoccioli, pare, di una notte bianca che pochissimi di noi presenti hanno attraversato.
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per alba

l’anima mia è un dio umano,
un uccello d’altura
che ogni notte nidifica nel chiaro
del tuo petto
come un endecasillabo perfetto

(cosa) bianca e copiosa, ala sottile – rosa
e roveto, cenere – parva
tra stelle profuse,
bianco sangue
di spugna tubolare
nel bianco planetario, bianca tigre
seduta ai bordi della bianca strada senza dolore

l’anima mia cresce dalle tue ossa
come una rosa da una lingua viva
– a stille,
a emorragia
– dal tuo alfabeto
inimmaginabile

ma è da questo corpo,
dalla sua silenziosa mietitura
che viene il verbo,
questo pane assoluto
che ti offro, questa bellezza
viva, fatta per te

[Maria Grazia Calandrone (da Serie fossile – Crocetti, 2015)]
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I testi letti dai poeti convocati all’insolito appuntamento dai due organizzatori, Silvia Bre e Nicola Bultrini, sono stati perlopiù inediti scritti proprio per questa lettura che ha voluto rappresentare un vero e proprio riscatto attraverso la poesia dai tormenti delle limitazioni imposte dalla pandemia.
E dopotutto, nel ricorrere del settecentesimo anno dalla morte di Dante Alighieri, la poesia alta letta dai ventuno poeti chiamati al compito davvero è stata un tornare “a riveder le stelle”. Abbiamo per la verità rimirato la luna che ha continuato a splendere di riflesso anche a giorno fatto intercettata dal sole impadronitosi della scena, e coi nasi per aria abbiamo seguito le scie e le luci colorate degli aerei che ci hanno sorvolati inconsapevoli.
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Aurora augurale

Ed ecco Aurora grigia e rosea
ecco nascendo annuncia il mattino
sul suo magico tappeto
di forme e schizzi variopinti
di fantasiosi inediti colori
di nuvole orlate d’oro
ecco rapida irrompe nel cielo
tra gli uccellini cinguettanti
giovani le braccia e le dita rosee
a scacciare le tenebre
finché trionfante ecco apre la via
al padre sole e alle sorelle ore
lasciandoci nella meraviglia.

[Gabriella Sica, scritto il 20 ottobre 2021]
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In più, la poesia all’alba è stato un modo per trovarsi, mentre tutta la tradizione, specie nella poesia medievale, ci aveva abituati all’alba come rapido volgere da buio a luce in cui è opportuno separarsi per non lasciar sorprendere un amore proibito e clandestino, tanto che l’aube o aubade da sempre è un genere della poesia che canta lo strazio del lasciarsi, e l’attesa dell’alba, che questo dramma siglerà, è per antonomasia la parentesi temporale più struggente e disperata. Ebbene, stamane questo caposaldo ha avuto il suo bravo momento di audace sovvertimento, questo automatismo ha subito il suo bravo capovolgimento perpetrato con innocenza in nome della superiore esigenza di tornare a fare comunità poetante, e trasformato all’uopo in limite-soglia di desiderata ripartenza.

Convocati a leggere i propri canti dedicati all’alba, in rigoroso ordine alfabetico: Annelisa Alleva, Luca Archibugi, Daniela Attanasio, Silvia Bre, Nicola Bultrini, Maria Grazia Calandrone, Davide Cortese, Francesco Dalessandro, Claudio Damiani, Elisabetta Destasio, Moira Egan, Emanuele Franceschetti, Marco Giovenale, Vittorio Lingiardi, Cinzia Marulli, Vincenzo Mascolo, Elio Pecora (decano che ha aperto la lettura ancora col buio), Maria Concetta Petrollo Pagliarani, Lidia Riviello, Beppe Sebaste, Gabriella Sica, Sara Ventroni – tutti presenti salvo un paio di defezioni.

Ad aprire il giro di letture è stato Elio Pecora con questo testo:

Cerini

“…Costa niente scontentarsi
quando il mondo è impestato
dagli sprofondi alle cime
e in ogni dove l’orrore
incide la grazia e la cancella.”

“…È la sofferenza ad attrarre
se l’uomo infierisce sull’uomo
e la voglia di negarsi,
annientarsi,
accomuna le nascite.”

“…Una svista l’amore
se consiste nel dimenticarsi
dell’amante
nell’amato
e per quello bastarsi.”

“…Ad ogni risveglio tornare,
rinascere
cercandosi il fiato,
i passi, la voce,
di nuovo accampandosi.”

Sorridere, in disparte,
delle sapienze fatue:
fiammelle
di morbida cera,
e illudono l’istante.

[Elio Pecora, testo datato: Roma, marzo 2020]
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La suggestione dell’happening, iniziato in ora antelucana e sbarcato infine alla luce del giorno, si è fatta se possibile più avvolgente grazie alle improvvisazioni musicali, in apertura e in chiusura, del trio di strumentisti a corde formato da Emanuele Bultrini, Pino Pecorelli, Ziad Trabelsi.
Tutti noi che eravamo seduti nei prati antistanti abbiamo ascoltato molta buona poesia e speriamo si faccia di tutti i testi letti un libretto: una sorta di antologia. Questa è anche la ragione per cui qui ora leggerete sono alcuni di essi, cioè i testi che sono riuscita ad assicurarmi e a riportare, senza la pretesa di voler sostituire l’opera di raccolta e pubblicazione che spetta com’è giusto ai curatori.
Perciò ora, qui di seguito, spargo alcuni testi sistemati unicamente in ordine di consegna.
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Dimmelo, Terra
nella luce acerba del frutto
sul dorso verde dell’insetto
che mai, tu mai morirai
ché il tuo canto è negli occhi d’oro della tigre
nel volto antico del ragazzo mare
nella pagina segreta del cielo
voltata da un’ala nera.
Prometti, Terra.
Giura fiore al seme.
Solenne, prometti di non morire.
Io non potrò mai in eterno
guardare a te come a un’ultima ape.

[Versi di Davide Cortese]
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Quei numeri tatuati sul pianeta
aspri musi da faina dove l’iride turbina
e si schianta involontaria smarrita
la selvaggina umana: per la scala minore
su sfondo oro sbanda un meridiano
di rintronati dalla fragranza di un suono
la loro eleganza disadorna.
Non sono mai nessuno i poeti –
nel vuoto dell’amore, dai vuoti di memoria
pugnalano in lingue il lontano.
Poi l’aurora.

[Versi di Silvia Bre]
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Amo il rarefarsi della notte
e il risvegliarsi muto degli eventi,
amo il suono impercettibile del cosmo,
il separarsi occulto delle cose
in atomi e molecole, frammenti della materia che si ricompone,
sostanza indivisibile del tempo.

Così,
di particelle infinitesimali d’inchiostro
amo il turbinare che trasforma
la dura concrezione del silenzio
in altro spazio, in una nuova
forma, pulviscolo di corpi luminosi
che passano attraverso i sentieri
delle città, i reticoli del tempo,
chiarore ineludibile del giorno,
sostanza incorruttibile,
poesia.

[Versi di Vincenzo Mascolo]
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il parco piega e chiude le forme per la notte

primi i rumori, e versi degli astratti
poi gli occhi mobili degli insetti, il grado avanti
di venire aperti, infine i laghi
piccoli artifici stabili, isoradianti,

nel buio del paragone
solo dove inizia
la radura il pavimento a rombi
le ardesie dove ritorna

casa sopra
aspetta che si fa scura, deriva una
prima riva, le immediate, le miti
mura

[versi di Marco Giovenale, da Criterio dei vetri (Oèdipus, 2007)]
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Stare,
nel silenzio delle cose
alba, cielo proprietà degli uccelli
nella vicenda del mattino
l’ostacolo del ninfeo

tutto un vociare loro,
– allodole e gabbiani
Predare qualsiasi travertino

[e un troneggiare di ragnatele]

possibilità di pioggia, non sappiamo
in questa sospensione

sul piatto grigio argento, la voce
ha perso il suo quark up
e gli elettrogeni che l’universo
le prestava

[un morso dolce, Roma]

in questo punto piccolo – rumore rosa
che siamo diventati,
luce

a metà strada tra particelle quantistiche e
costellazioni
non avverse,
il giorno

[versi di Elisabetta Destasio]
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Caro Sole, tu ogni giorno
non so quante tonnellate di materia perdi
e anch’io, ogni giorno, perdo qualcosa,
ogni giorno perdiamo un giorno
ma quando sarà finito il tuo tempo
si potrà dire di te: è stata una stella generosa,
per tutto il tempo ha illuminato e scaldato
i corpi intorno, senza fermarsi mai
dando tutto il possibile di sé,
sempre al massimo delle sue possibilità,
tutto quello che poteva fare l’ha fatto
e tutti sempre l’hanno ringraziato
e l’hanno adorato, l’hanno benedetto
e nella sua lunga vita lui ha sempre gioito
della riconoscenza di tutti.

[Caro Sole, di Claudio Damiani]
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Ci si abbraccia
come naufraghi
sperando che l’altro
ci dia un passaggio
per raggiungere l’alba
ma non sappiamo
quale sia l’alba
e quanto manchi
alla notte.

[Versi di Maria Concetta Petrollo Pagliarani]
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Per chiudere, riporto la dichiarazione di intenti, piuttosto interessante, espressa da Antonella Giannaccaro, responsabile dell’evento con Marlene Socal, nel comunicato che accompagna la locandina = L’Alba dei Poeti / Della Natura, della Parola

“Ciò che i poeti raccontano va ascoltato in silenzio. Deve riecheggiare, la parola; sostare nel cuore di ognuno, aprirsi in palmo di mano. Legarsi a nuvola e sole, alla pioggia serena che piange dal cielo. La parola cantatasi posa con anima tiepida, sul bordo della terra.
L’uomo poeta si raduna nell’essenziale, porge la nudità del verbo al servizio dell’uno e dei molti. Si fa custode di suono e significato: tutto riverbera fra umanità e mondo, e rivela le nostre possibilità di redenzione.
BASTABUSTE [la mostra dell’artista Oreste Baldini, ndr] accoglie, nell’abbraccio dell’emiciclo del Museo Etrusco di Villa Giulia, una piccola adunanza. Per la prima volta, alcune tra le più belle voci nel panorama dei poeti italiani uniscono i propri versi nell’accorato appello d’amore e difesa dei nostri luoghi, di ciò che abitiamo e che ci rende figli uguali di questa terra.
La poesia si eleva così, nell’alba che rischiara ciò che osserva e denuncia, nell’interpretazione corale di un senso diverso che riconosciamo e pretendiamo, per continuare a essere nel mondo.”

Del resto pochi giorni prima, Nicola Bultrini, poeta selezionatore dei poeti insieme a Silvia Bre, all’ANSA aveva rilasciato questa dichiarazione: “All’alba comincia tutto, ci risvegliamo. La poesia è un gesto viscerale, un canto primitivo. Non vogliamo dare un significato particolare. I poeti sono diversi fra loro. È una cosa corale. È soltanto il gesto di fare questo canto per rivendicare la presenza della poesia in un momento storico particolare. La poesia che canta all’alba è anche sinonimo di speranza”. Bultrini ha letto a sua volta dal suo ultimo libro La forma di tutti (CartaCanta 2019), questi i primi versi: Quelle persone già fuori all’alba si muovono piano. Si è trattato in effetti di una lettura di poesie sul tema dell’ambiente e del rispetto della vita, “del mondo in cui siamo”, ha dichiarato Bultrini, “che è anche il tema della mostra. All’alba si saluta il mondo, il sole che sorge. Oreste Baldini è uno scultore che lavora sul bronzo. La sua mostra BASTABUSTE è sul tema dell’inquinamento ambientale. Il suo è il gesto forte di incidere sulla materia, è un grido, le sue opere sono molto forti: lische di pesce fossilizzate in un mare di plastica. E Il gesto è il comune denominatore tra la mostra e la lettura, un gesto puro che è un grido, un’invocazione. L’arte che si fa presente davanti alla realtà, che incide nella vita”. Bultrini si augura che “se questa cosa sarà contagiosa, altri prendano l’iniziativa di farne altre. Mi farebbe felice”.

Tutto l’evento è stato ripreso da Franco Diana e immortalato fotograficamente da Dino Ignani che gentilmente ci ha concesso le immagini che qui alleghiamo.

In questa fotografia qui sotto: Elio Pecora decano dei poeti

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