“Cose da fare per farsi del male” di Michele Orti Manara (Giulio Perrone editore)

Il leitmotiv che accompagna i protagonisti di queste storie è il tentativo di andare oltre la solitudine che li accomuna.

Persone ai margini, talmente deprivate emotivamente da aver dimenticato la solidarietà, prese a inseguire l’istinto di sopravvivenza, bambini crudeli e abbandonati, che potrebbero essere alieni in fase di trasformazione. Un po’ favole nere, un po’ surreali, un po’ ancorati alla realtà di chi vive di lavori occasionali, l’autore propone una serie di ritratti di personaggi persi dietro i loro demoni, impegnati a non mostrare al mondo l’oscurità che li contiene e li domina. Ma quest’oscurità spesso trabocca e minaccia di uscire, rendendo chiaro al protagonista e al lettore che spesso la nostra corazza, fragile come un guscio di tartaruga, può andare in pezzi a una pressione più potente. A volte ci sono bambini sopravvissuti a catastrofi, che si ingegnano per superare le difficoltà di un ambiente ostile, e le loro fragili risorse fanno da contraltare all’aridità di una realtà prosciugata di gentilezza.

C’è una ragazza che fa la cassiera in un cinema dopo la morte del padre, regista famoso ma non ricco, che vive ricordando il minuto di splendore in cui, truccata e al centro dell’attenzione, ha recitato una piccola parte in un suo film. Per lei, desiderosa di avere l’attenzione paterna, è stato il momento di maggiore felicità, e da adulta, vivendo una vita anonima e priva di gioia, cerca nei sotterranei del cinema, tra le vecchie locandine, qualcuna dei film del padre, un modo per provare a se stessa di essere reale, di avere una consistenza come persona che non si limiti a staccare biglietti di prime e seconde visioni.

Il bambino che, per vendicarsi di un amico, entra furtivamente a casa sua e scopre quanto sia facile distruggere una vita animale e quanto sia inebriante la sensazione di potere, da adulto diventa un fioraio, esperto di vita vegetale, un modo per sopprimere quel desiderio latente che gli scorre dentro insieme al flusso del sangue. Eppure, quando incontra una ragazza carina, il dubbio su quanto sarebbe facile stringerle le dita attorno al collo ed esercitare il potere massimo di chi toglie la vita a un altro essere ritorna come un rigurgito e resta lì, nell’ombra.

Un perfetto marito e padre scopre che la babysitter dei suoi figli ha un secondo e redditizio lavoro come sex worker e, dopo lo stupore iniziale, comincia a invidiarle la libertà di vivere fuori da uno schema con un ruolo prestabilito, in una realtà dominata dai bisogni e dalle esigenze, per lui rappresentate dalle pretese incessanti della moglie e dei bambini.

Una donna ha il dubbio che il marito la tradisca con la sua segretaria, quando riceve da lui in regalo una coppia di pappagallini e le sembra che riproducano il suono della voce di lei. Quando arriverà una telefonata tragica potrà capire dall’attrito della voce e dalle pause cosa c’era tra loro, se una devozione di tipo mentore/discepolo o un contatto tra chi ha condiviso il letto e le emozioni.

Un uomo va a svuotare una cantina e si accorge, nel ciarpame, di aver trovato una collezione di fumetti il cui valore, se rivelato alla proprietaria, potrebbe rendere la sua vita di madre single con un bambino autistico un po’ meno dura. Potrebbe darle i fumenti, che in fondo appartengono a lei, e compiere un gesto umano. Eppure anche quello di tenerseli è un gesto umano, perché dentro di noi ci sono il male e il bene, la cui mescolanza e la prevalenza, a tratti, dell’uno o dell’altro, ci rende le persone che siamo.

Cosa siamo davvero quando nessuno ci vede. Malignità mai sopite, invidie che si avvinghiano all’anima come piante infestanti, malesseri e oscurità che ci nutrono. Dobbiamo scendere a patti con i nostri demoni. Perché spesso quello che ci interessa di più ci spaventa anche. Quando ci lasciamo sommergere dalla parte oscura siamo esattamente le persone che, potendo, non hanno scelto il bene. La solitudine dei protagonisti è il leitmotiv che accompagna queste storie eterogenee, che hanno in comune il tentativo, a volte soffocato come un urlo, a volte riuscito, di uscire fuori dal guscio di tartaruga che descrive i nostri confini con il mondo, con le relazioni con gli altri, e che ci espone al giudizio, alla perdita e al disvelamento di noi stessi.

 

“Le regole sono poche.

La prima regola è: obbedire alla principessa.

La principessa, in cambio, si impegna a recuperare provviste dai bassifondi e a tenere lontane malattie e parassiti – perché anche se è vero che l’isolamento del regno ha contribuito a ridurre la circolazione dei virus, tante sono le minacce che ancora sopravvivono. Formiche e scarafaggi e topi e falene. Batteri e funghi e germi. La principessa le combatte con prodotti che recupera dai bassifondi, insieme alle provviste.

La seconda regola è: non disturbare la principessa durante lo spettacolo”.

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Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti Equilibri sospesi, La ragazza di miele e altre storie (Progetto Cultura, 2016) e Diastema (Ensemble, 2020), e la raccolta di poesie Estate (Progetto Cultura, 2019). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, Stati di desiderio, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

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