Scritto quando la pandemia è passata ma non ancora del tutto, quando le mascherine e la pratica di disinfettarsi le mani stanno per diventare una forma di psicosi per alcuni e un ricordo per altri, Coda, l’ultimo romanzo di Ali Smith, ci introduce, con la sua narrazione fantasmagorica e mai scontata, nel mondo sospeso del Regno Unito alla prese con la negazione dei propri fallimenti durante la pandemia, il tutto alimentato da un senso di chiusura e di sospetto verso ogni forma umana che contrasti con i valori britannici e conservatori.
La resistenza, intesa in senso universale, è insita nel raccontare storie, e in questo la Smith è bravissima, e finisce con il tessere una tela magica e invisibile tra Sandy, l’io narrante, il padre, Martina e le sue figlie, e la vita di una ragazzina vissuta in una precedente pandemia di peste, probabilmente nel XVII secolo.
Tutto inizia con una strana telefonata, da parte di Martina, una ex compagna di college che Sandy non vede e non sente da trent’anni. Martina è un’esperta d’arte ed è stata fermata dalla polizia di frontiera, probabilmente per un’incomprensione, e tenuta chiusa per sette ore in una stanza. Nessuno le ha spiegato il perché di quella segregazione e nessuno le spiega il perché della liberazione. Solo che in quelle sette ore Martina, in compagnia di un antico lucchetto, ha sentito una voce fuoriuscire dal lucchetto stesso. E quella voce, l’articolazione di due parole, in realtà è una domanda precisa sul tipo di vita che vuole vivere. Martina al college non era vicina a Sandy perché Sandy era troppo brava e immersa nella poesia, e si era dichiarata bisessuale.
Ma ora nella vita di Martina arriva una sorta di spiraglio di libertà, una traccia che la riporta oltre le restrizioni e le catene imposte dal mondo che le è toccato in sorte. Sandy invece ha dato seguito alla passione per l’arte ed è una pittrice che dipinge parole di poesie famose su colori, sentendo e traducendo sulla tela l’associazione alchemica tra parole e immagini. Non ha notizie della madre da anni ed è preoccupata per il padre, ricoverato per un problema cardiaco in un ospedale dal quale il Covid non è ancora scomparso (come del resto in molte strutture sanitarie). Quando non dipinge o crea, nel tempo in cui vive Sandy è impegnata a rispettare il distanziamento fisico ed emotivo in modo rigoroso. Quando si presentano a casa sua le figlie gemelle di Martina, Lea/Lee (persona non binaria) e Eden, in cerca di notizie sul perché la madre si comporti in maniera strana, al punto da essere irriconoscibile, la prima reazione di Sandy è di rifiutare ogni dialogo. Le persone che hanno bussato alla sua porta non indossano mascherine e potrebbero essere infette. E poi sono talmente vitali da richiedere attenzione: urlano di rabbia, pretendono storie logiche e spiegazioni e Lee/Lea cerca comprensione per la sua identità di genere e anche un posto dove rifugiarsi visto che il padre la costringe a vivere in un garage, non accettando il non binarismo di chi era abituato a riconoscere come figlia. E all’improvviso in camera da letto di Sandy compare dal nulla una ragazzina con un chiurlo, o un uccello che potrebbe essere un chiurlo, dal lungo becco e gli occhi vigili.
E la ragazzina è una specie di guaritrice, esperta di fuoco e scintille, apprendista fabbra, marchiata sulla clavicola con la lettera V, che sta per Vagabonda o girovaga o giocoliera, insomma persona non adatta a vivere con gli stanziali, perché libera. La parte relativa alla sua storia la ascoltiamo dalle sue labbra, con il fiato sospeso, sperando in un lieto fine.
Le parole, come spesso succede nella scrittura di Ali Smith, sono azioni che creano ponti di carne gentile e di consolazione, o fratture e odio. Alla fine, arriva addosso al lettore una cascata di luce dorata, una forma di gratitudine che guarda oltre le crepe e le cicatrici, visibili e invisibili, sui corpi che assorbono aria e vogliono ostinatamente parlare, per continuare a essere visibili oltre il tempo e il silenzio. Le parole e le storie rendono una vita un posto migliore. Ha ragione Ali Smith quando dice che ogni storia non è una risposta ma una domanda. La risposta la diamo noi lettori, la viviamo con le nostre scelte, le nostre possibilità verso l’apertura agli altri, che per un tempo lungo abbiamo rifiutato e guardato con sospetto.
Quando colpisci con il martello il punto luminoso di un metallo è pura luce quella che si stacca ogni volta che schizzano via dei frammenti. Ogni frammento che si muove è puro tempo che si muove grazie alla potenza del suo stesso smorzarsi.
È questo che voglio, pensava la ragazza. Il tempo che prende la forma dell’aria, che diventa vivo e poi si spegne.
Come quando una stella solca i cieli estivi come una freccia scoccata.
Le pietre preziose sono fango al confronto.
Una stella può essere una freccia.
Una cosa può diventarne un’altra.