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Fuor di Metafora

Questa mattina mia moglie non si è svegliata. È entrata nel sonno eterno; eppure io vi giuro che non si è mossa dal letto.

Ieri avevamo cenato come ogni sera, dopo una giornata trascorsa tra visite mediche e pagamenti alla posta. Letizia era perfetta in ogni occasione, in ogni ruolo: forte, decisa, efficiente, sempre, anche ieri. Poi siamo andati a letto. Non avrei immaginato che un’azione così semplice come quella dell’andare a letto potesse cambiarci la vita per sempre; altrimenti avrei deciso di fare qualcos’altro, non so, restare a vedere con lei la televisione per tutta la notte, uscire e aspettare insieme i primi cornetti caldi del mattino, o solo rimanere in poltrona a pensare agli ultimi quarant’anni che ricordiamo in due, nella stessa maniera. Invece siamo andati a letto. E lei è ancora lì.

Hanno detto di non muoverla finché non viene il medico legale. Non capisco perché deve venire un medico per lei che è morta e non ne viene uno per me che sono spacciato, senza di lei. Non penso a come farò per sopravvivere: per fare la spesa, per cucinare, per pulire la casa. Questo non mi importa poi molto. La cosa che mi terrorizza di più è che non potrò più vederla farmi quel segnale, alzando due volte le sopracciglia. Lo faceva ogni volta che stavo per fare la mia espressione da stupido quando qualcuno usava un modo di dire.

Lei conosceva il mio problema; dal nostro primo incontro si era accorta che qualcosa non andava in me; da quando mi rivolse la parola, mezza ubriaca, durante uno di quei raduni hippie degli anni settanta, e mi disse: “sei carino, e lo sai perché me ne sono accorta? Perché ho le mutandine in fiamme”. Prontamente io le versai addosso la mia birra. Fu lì che ebbe il primo segnale. La prima prova del fatto che non riesco a comprendere le metafore, i modi di dire. I dottori dicono che ho un “pensiero concreto” anche se io non l’ho mai visto e non so come sia fatto, né quanto pesi. Non riesco a “cogliere” i concetti metaforici, dicono. Anche se non ho mai visto nessuno che se ne va in giro a staccare metafore da chissà quali piante. Eppure lei si innamorò di me proprio per questo: “Ti amo perché sei quadrato”, doveva essere un complimento, anche se mi faceva sentire affetto da una terribile malformazione.

Lei fu la prima persona con cui riuscii a scambiare più di due parole, perché nei miei primi vent’anni avevo evitato accuratamente di parlare o ascoltare chiunque, per non fare la figura dello stupido e ritrovarmi come in prima media quando la professoressa di lettere espresse la volontà di far sospendere un compagno che mi prendeva costantemente in giro e io, per essere collaborativo, le portai una corda e le indicai il grande lampadario antico posto nell’atrio della scuola. Fui sospeso io. Ma Letizia che amava questo mio difetto, aveva escogitato anche un modo per tenerlo più nascosto possibile: appena sentivo dire qualcosa che mi suonava strano, paradossale, appena qualcuno usava un’espressione bizzarra, la guardavo, lei alzava due volte le sopracciglia e io capivo che dovevo fingere di aver “colto” la metafora dall’albero delle assurdità. Lei ridendo diceva di sentirsi il cane-guida di un cieco metaforico e io mi facevo condurre da lei in questa che chiamano giungla di frasi fatte, modi di dire, neologismi che distorcono la realtà in modo da farti sentire un pazzo, quando invece non sei pazzo tu e non è pazzo il mondo, ma è il linguaggio che è folle.

Quante volte succedevano scene tipo: “Amore, oggi sono stato dall’avvocato; quel tipo non mi piace, ora so che gioca d’azzardo e bara; dice che ha un asso nella manica. Lo vedi? È disonesto.” Oppure al funerale della sua amica Marisa, che era stata uccisa durante una rapina. Tutti dicevano: “Poveretta non se lo meritava proprio, e pensare che lei non ha mai torto un capello a nessuno”. Come potevano dire questo? Marisa faceva la parrucchiera. Povera Caterina, deve essere stata una gran fatica, per lei proteggermi dalle figuracce e farmi capire di cosa si stava parlando.

Tuttavia, a volte il mio problema sembrava esasperarla e allora mi accusava di costringerla a spitturare le frasi, a toglierne i colori e ingrigirle. “Mi fai tradurre un pensiero poetico in un libretto di istruzioni tecniche”. Lei invece amava la poesia e per me ci aveva rinunciato. Quando si arrabbiava, però, era capace di rendermi il mondo incomprensibile, solo per farmi dispetto: “Hai finito di dare spago a quella gatta morta della vicina? Lo sai che quella c’ha solo un chiodo fisso. È inutile che ti nascondi dietro a un dito; credi che io abbia gli occhi foderati di prosciutto? Lo vedo come fai il galletto e ti lecchi i baffi, quando la incroci in ascensore. Fai ridere i polli. No, no, è inutile che ti arrampichi sugli specchi; vuoi mandare tutto a puttane? Vuoi gettare il nostro matrimonio alle ortiche? Fallo pure, tanto io casco sempre in piedi; e sta sicuro che questa me la lego al dito.” Io mi difendevo come potevo: “Ma che vuoi da me? Non l’ho mica ammazzata io la gatta. Sì, qualche volta gli ho dato del prosciutto, ma se mi avessi detto che ti serviva per il contorno occhi, le avrei tirato un wurstel. E se pensi che io sia capace di prendere a chiodate le povere bestie e a specchiarmi con le puttane, in mezzo alle ortiche; allora prendi quel cazzo di spago e legatelo pure al dito, non mi importa. Voglio vedere poi come farai a infilarti le mutande.”

Ecco questo è uno dei motivi per cui non litigavamo spesso. Anzi, erano anni ormai che non discutevamo più.

Ieri sera, quando sono entrato in cucina, indossava un grembiule di trent’anni fa, e, cosa sorprendente, anche lei sembrava avere trent’anni in meno. Sono rimasto a guardarla mentre mischiava due uova e le rovesciava nella padella. La fiamma era forse troppo alta, così le ho detto: “E ora non girare la frittata, sennò mi getti fumo negli occhi”. Lei si è girata verso di me con occhi grandi e increduli. “Cosa hai detto?” “Niente, dico non puoi giocare col fuoco e poi, non te l’ho mai detto, ma metti sempre troppa carne al fuoco, per i miei gusti”. Lei ha lasciato perdere la padella e, invece di abbassare la fiamma, è venuta ad abbracciarmi sussurrandomi in lacrime: “Finalmente”. Possibile che, alla sua età, nessuno mai le avesse detto come friggere due uova?

Intanto nella cucina il fumo stava aumentando. “Hai intenzione di incendiarmi?” le ho detto. Lei si è staccata per un attimo e senza dire niente si è infilata in camera da letto. È toccato a me spegnere il fornello; poi sono andato a vedere; forse si era offesa. No, non si era offesa. L’ho trovata distesa su un fianco che mi faceva cenno di avvicinarmi. “Letizia, hai intenzione di tenermi a digiuno ancora per molto?” “No tesoro, vieni vicino a me che ti tolgo la fame”. Strano, non aveva mai voluto che portassi cibo a letto. Infatti non abbiamo mangiato. Abbiamo fatto sesso come una volta, anzi, meglio di una volta. Alla fine siamo restati tutti e due col fiatone a guardare il soffitto. “Finalmente amore, ho aspettato tanti anni che tu capissi, sapevo che sarebbe stato all’improvviso, per caso. Ormai siamo vecchi, ma non fa niente, tutto può ricominciare anche adesso. Ora posso parlarti veramente come so fare io. Amore, grazie a te, da stasera stessa potrò dormire tra due guanciali”. “Veramente?” ho detto. “Sì, finalmente”. Le ho preso la testa tra le mani e l’ho adagiata amorevolmente sul cuscino, poi ho preso l’altro guanciale e ho aspettato che si addormentasse.

Ora lei non c’è più, la felicità di dormire tra due guanciali è stata così forte da toglierle il fiato. Ed io resto qui, a piangere l’unica persona che mi abbia mai capito.

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