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La casa di Luccone

Emanuele osserva le parole stampate sul foglio a caratteri cubitali, mentre il padre lo sostiene dalle caviglie a penzoloni, con la testa all’ingiù. Per gioco, con un concorso d’intenzioni fra padre e figlio, imitano un “salamino appeso”, ma il ribaltamento del punto di vista ridisegna gli schemi, ridistribuisce facoltà, ricompone una notazione in segni decifrabili che la dislessia conclamata volatilizza ed Emanuele legge: “la casa di Emanuele”. Si avverte dentro alla pagina, nel dialogo intenso e preciso, la trama di impressioni mobili e dirette che animano la casa in quel momento, scintille di vita che la volontà comunicativa sa ancora ritrovare. Finiscono invece di spegnersi o di rimanere disperse coi genitori di Emanuele, i De Stefano, coniugi benestanti della borghesia romana, ingabbiati in un’arida quotidianità.
In La Casa Mangia Le Parole, romanzo d’esordio nella narrativa di Leonardo Luccone, edito da Ponte alle Grazie, l’insinuarsi subdolo del vuoto di senso che risucchia le esistenze e le sospende in una impotente immobilità da una parte rivela la dispersione che sgretola le coscienze, dall’altra è capace di suscitare l’infinita vibrazione dolorosa delle situazioni inesplose, che si accumulano e lievitano nelle zone d’ombra delle ipocrisie e delle convenzioni sociali nelle cui maglie i De Stefano rimangono fatalmente prigionieri. Il loro potere è tanto più forte in quanto si avvolgono delle nubi grigie dell’irrisolto e respirano di espedienti coi quali nascondono l’un l’altro i piccoli e grandi segreti di un amore disseccato da parole non dette.
Il romanzo già dall’incipit mette in scena contraddizioni inconciliabili: i De Stefano che vivono separati da più di un mese sono invitati come tutti gli anni a trascorrere il capodanno in Abruzzo dai genitori di lei, tenuti completamente all’oscuro della crisi matrimoniale. Per salvare le apparenze, fingono che tutto proceda nella scontata ordinarietà, e con malcelato imbarazzo reciproco accettano di condividere il letto matrimoniale nella camera degli ospiti. La messinscena reiterata nel 2012, con alle spalle più di un anno di separazione e all’attivo la storia d’amore con una collaboratrice di Bioambiente, la società di servizi ambientali in cui l’ingegner De Stefano lavora, rivela l’ostinazione a non voler tagliare la fune che li lega alla vita precedente, come temessero di colare a picco senza appigli, destabilizzati da un nuovo ordine. Matilde di parecchi anni più giovane è legata a lui da amore sincero, ma De Stefano non riesce a darle la sicurezza di una scelta definitiva, nonostante la loro storia d’amore si configuri in alcuni luminosi momenti come l’idillio che irrompe nella mediocrità della vita.
Lo sguardo di Emanuele sulla vita e sugli affetti, invece, pare il più profondo e il meno distaccato e superficiale, nonostante la giovane età e il disturbo della dislessia che rallenta l’apprendimento scolastico. Intenerisce nel coccolare i suoi peluche e nel raccontare ciò che gli ispira la fervida fantasia sugli oggetti contenuti nella ventiquattrore di papà. Emanuele riattiva il circolo vitale della casa, registra sensazioni chiare e immediate alle quali cerca di dare un senso, mentre le cose che circondano gli adulti, dai beni materiali, alle fissazioni e ossessioni, fra diete e culto della forma fisica, non fanno che allargare le crepe di vacuità. Anche Moses Sabatini, italo americano amico e collega di De Stefano e affiliato a un gruppo di hacker informatici, non è mai riuscito a conciliare le due anime e le due culture che convivono dialetticamente in lui e inaspriscono il senso di sradicamento. Si accorge di quanto invece la vita di Emanuele sia imperniata sulla ricerca di senso, sebbene il suo reticolo semantico dove le parole assumono precisi contorni ed è fissata la realtà sia diverso da quello degli altri. È evidente il richiamo a tutte le micro reti con le quali si pianifica una vita per finalizzare le azioni a scopi precisi. Tuttavia, ogni reticolato di senso si scontra con una realtà immersa in una contingenza radicale che s’impone, sconvolge le esistenze e sacrifica ogni tentativo di imporre ordine. Eppure è proprio la sofferenza a unire, a rendere i De Stefano “un solo corpo che soffre”.
Leonardo Luccone con meticolosità e notevole competenza linguistica fruga tra le pieghe di vite sfilacciate con pagine dense sul significato dei destini individuali, concentrate soprattutto nella seconda parte dove il tono emotivo si addensa, dopo passaggi quasi obbligati che ne definiscono contorni e circostanze con un solido affidamento ai rimandi temporali. Un romanzo che non camuffa in superficie, ma si addentra lucido senza retorica tra le rovine di vite avvitate su fulcri vuoti che fagocitano persino i nomi propri di persona, restituendo alla lingua la piena facoltà di esprimere e trasmettere senso e valore.