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Nuotare sott’acqua

Scrivere bene è sempre nuotare sott’acqua e trattenere il fiato.

 Fitzgerald Francis Scott, Le belle storie si scrivono da sole, Guanda, Parma, 1993, pag. 15

Immaginate una piscina, dieci corsie, in ognuna un nuotatore. Si tuffano, la gara inizia. Bracciate vigorose una dopo l’altra, i nuotatori arrivano a fondo vasca, tornano indietro. Pochi minuti e la gara finisce. Spettacolo bellissimo, niente da dire. Però tutto ciò che avete immaginato, la gara e i nuotatori e la vittoria, è avvenuto in superficie. E stare in superficie è ciò che chi scrive non deve fare. Quindi, adesso che avete immaginato la piscina e i nuotatori, scordatevene e scendete sotto. Scordatevi della piscina, così liscia e regolare e sorvegliata. Scordatevi le bracciate cadenzate. Scordatevi la respirazione regolare e potente. È negli abissi che dovete scendere, lì dove l’acqua si fa scura e non avete idea di cosa potreste trovare, e anzi avete paura di quel che potrebbe esserci là sotto. È giù che dovete andare, lì dove non ci sono più rumori, soltanto il battito del vostro cuore. Prendete fiato, e buttatevi. Ben sapendo che farete fatica a scendere, che qualcosa potrebbe riportarvi a galla e allora dovrete sperimentare un peso, un aggancio, qualcosa che vi aiuti ad andare giù. Ben sapendo che poi potreste fare fatica a riemergere, che potreste restare a corto di ossigeno, che nessuno potrebbe credere che siete scesi lì sotto, e cosa ci avete trovato. Prendete fiato e buttatevi giù, nuotate dove l’acqua è più profonda. Fidatevi del vostro fiato, delle vostre braccia, della vostra capacità di nuotare soli.