Cosa ci succede quando abbandoniamo il corpo? E che tipo di esseri eravamo prima di averlo? Il corpo ci definisce e ci imprigiona nella realtà tattile, sensoriale, oppure è solo una delle numerose manifestazioni dell’essere? È quello che sembra raccontare Bill, che non si chiama Bill, che un giorno arriva dal nulla in un piccolo diner in Arizona, un posto talmente piccolo dove tutti sanno tutto di tutti, e dove vive Belutha, adolescente sensibile e arrabbiata con la madre, Maybell, che, per superare il gigantesco senso di vuoto in cui l’ha gettata il padre di Belutha, una specie di motociclista troppo libero per la vita da padre, fa sesso con chiunque sia disponibile, e alla fine ha avuto altri due figli da padri diversi. Bill viene assunto come cuoco da Maybell, e diventa insostituibile, perché Bill ha il talento di capire cosa vogliono da mangiare le persone semplicemente leggendogli nel pensiero. Il cibo è un collante potente per l’anima, riesce a dare consolazione a Rose, quando Bill le prepara la colazione del marito morto da anni, e quel cibo preparato con cura le fa sciogliere il grumo del pianto che le blocca la gola. Il dividere il dolore con gli altri la fa avvicinare agli avventori del locale, in particolare a Martin, un professore universitario in pensione, malato terminale, che desidera sapere da Bill cosa succede dopo.
In poco tempo Bill catalizza le attenzioni romantiche e amorose di Maybell e di Belutha, ancora e sempre in competizione con la madre, e rinfocola i desideri di chi conosceva l’occupante del corpo che abita, prima che lo riempisse, con pulsioni aggressive. Bill è un ospite, un magma pulsante di capacità extrasensoriali, imprigionato per poco tempo in una materialità limitata e limitante, solo che al contrario degli altri, lui sa che la transitorietà della nostra vita corporea non è un male, ma solo una cosa che accade, insieme a miriadi di cose che accadono nell’universo.
Il suo passare attraverso le vite delle persone li lascerà diversi, connessi all’umanità, e al mondo che ci ospita.
Le ferite possono rimarginarsi, lasciando segni visibili e altri meno evidenti, come Belutha capisce diventando adulta e sentendo, in modo empatico, i pensieri di Bill e di quelli che ama. L’amore crea una forma di dipendenza, che, nel caso di Maybell, la porta a denigrare sé stessa in attesa del ritorno e della partenza continua del suo grande amore, padre di Belutha. Eppure, solo l’amore può scuoterci e avvicinarci agli altri, perché in ultima analisi, ogni volta che tocchiamo qualcuno viviamo una forma d’amore. E la condivisone del tempo con Bill ha per tutti quelli che lo sfiorano delle conseguenze, forse una forma di consapevolezza, forse un senso di scoperta di quanto sia bello avere un corpo, anche quando fa male.
Quella era l’esperienza umana che più temeva. L’odio si poteva esprimere in un’infinità di modi e così il dolore. Certo la gente con lui era amichevole. La gente era sempre amichevole finché non ti aggrediva. Sono questo corpo, pensò. Non c’era più modo di evitarlo. Il corpo gli stava urlando contro. Non c’era niente di più rumoroso al mondo. Urlava, e non ne voleva sapere di smettere. Io sono questo corpo. Questo corpo sono io.