SINOSSI: L’Avana, Cuba. L’incontro di Paquito, ragazzino di strada nero, con Laura, trentacinquenne italiana bella e ricca, una yuma nel linguaggio popolare, sconvolge la vita di entrambi.
Dopo un’ora, si sentì il grido soffocato di Raùl. «Eccola che arriva!»
Era la donna più alta che Paquito avesse mai visto. Una regina. Sembrava grande anche dentro, così grande da non starci tutta. Bocca piena, pelle dorata, occhi chiari, grandi, capelli biondi raccolti in una coda che ondeggiava a ogni passo. Anche le tette dondolavano e, aveva ragione Raùl, erano meglio di quelle della mulatta della panetteria, sogno erotico dei maschi del barrio. La donna aveva indosso degli orecchini lunghi rosso vivo e diversi bracciali ai polsi; roba da niente, di quella che si comprava al mercato. Su di lei, però, sembrava il tesoro dei pirati. La conoscevano tutti, lì intorno.
«Ecco il sole! Ciao Laurita, mi amor!» la salutò il cameriere del caffè.
All’angolo, un poliziotto agitò la mano. «Fammi un sorriso, mi vida, così stanotte ti sogno».
Il manicero le mise davanti un cartoccio di noccioline. «Oh, Laura, mi sueño! Allora, hai deciso? Ci sposiamo?»
Lei rispondeva a tutti con un saluto e un sorriso che le mangiava la faccia.
Paquito avrebbe voluto dire qualcosa anche lui, per portarsi a casa uno di quei sorrisi, ma non aveva parole, né fiato, né saliva, solo confusione. E poi, Raùl l’avrebbe fulminato. Più lei si avvicinava, più lui rimpiccioliva. Ebbe l’impulso di scappare via, ma ormai, con i suoi grandi passi, la yuma era arrivata troppo vicino.
Il primo a farsi avanti fu quello scemo di Chucho. Raùl subito dietro.
Paquito, invece, era rimasto fermo in mezzo alla strada. Qualcosa gli diceva che era la cosa giusta da fare.
«Ciao», ringhiò Chucho.
«Ciao», gracchiò Raùl.
Paquito non disse niente. Il capo si girò incazzato a guardarlo, e allora «Ciao» biascicò, guardandosi le scarpe.
La nuvola bionda tirò dritto.
Quando gli passò vicino cercò di guardarla tutta intera, ma era così grande, e poi andava svelta. Chiuse gli occhi e si riempì i polmoni del profumo di lei.
Chucho le si parò davanti. «Che fai, non ti fermi?».
La nuvola si oscurò, gonfia di temporale. Si voltò di scatto e si chinò su di lui senza dire una parola, poi inchiodò lo sguardo su Raùl finché non gli fece abbassare la testa.
Paquito avrebbe voluto morire piuttosto che sentirsi addosso quegli occhi freddi, ma lei non l’aveva ancora guardato.
La donna si tirò su, socchiuse la bocca come per dire qualcosa, alzò lo sguardo al cielo e allargò le braccia, così grandi che avrebbe potuto afferrarli tutti e tre e lanciarli dritti dritti nelle loro povere case.
Lo spettacolo stava per finire.
Chucho e Raùl, abbandonarono in fretta il campo. A testa bassa, si allontanarono in direzione di casa.
Paquito fece per seguirli, poi si fermò.
La yuma si era girata verso di lui. Sembrava colpita, quasi lo conoscesse e fosse stupita di vederlo lì. Gli scrutò il viso.
In un attimo, la durezza della donna si sciolse. Nessuno l’aveva mai guardato così. Aveva fatto bene a fermarsi.
Rimasero occhi negli occhi per un tempo che a lui sembrò lunghissimo, tanto che ebbe addirittura l’impressione di crescere di qualche centimetro. Si girò con la paura di vedere la smorfia schifata di Raùl, ma i suoi compari erano già oltre l’angolo della piazza.
La donna gli andò accanto, si chinò su di lui «E tu che ci fai con quelli?», gli chiese avvicinandogli l’indice al petto. Il primo istinto del ragazzino fu di fare un salto indietro per non farsi toccare, ma non lo fece. Quando il dito si poggiò sul torace, giusto sotto la clavicola, Paquito lo guardò con curiosità e, invece di sottrarsi a quell’insolito contatto, vi si appoggiò, e allora sentì una cosa strana nella pancia, come se una mano gli stringesse delicatamente le budella. «Non sei come loro», disse lei premendo un po’ di più, «sei un bambino, dovresti stare a casa. Non ce l’hai una madre?»
Paquito era confuso, non sapeva più dove guardare, come rispondere a tutte quelle domande. Sì, una madre ce l’aveva, ma che c’entrava? E poi, lui non era un bambino, era uno della squadra di Raùl. Annuì appena.
«E la lasci sola? Non le vuoi bene?»
Non ci aveva mai pensato. «Non lo so» rispose.
La yuma chiuse gli occhi. Quando li riaprì avevano una luce diversa, così intensa che Paquito ne ebbe quasi paura. «Torna a trovarmi da solo» gli disse seria con gli occhi nei suoi e l’indice premuto così forte da fargli male, come a sottolineare che quello non era solo un invito, ma la convocazione per un appuntamento tra loro ormai inevitabile. Poi si girò di scatto e si allontanò.
Per un attimo, Paquito rimase fermo, confuso, orfano di tutto quello che gli era capitato nell’ultimo minuto. L’unica prova che fosse successo davvero era il dolore che gli era rimasto nel punto in cui il dito della yuma aveva stampato il suo messaggio. Raggiunse a malincuore i suoi compagni, mentre la cosa nella pancia, lentamente, scivolava via.
Raul gli andò incontro minaccioso, fin quasi ad appoggiare la fronte alla sua. «Che voleva, quella? Che ti ha detto?»
«Di non farmi più vedere» mentì, «sennò chiama la polizia».
«Stronza!». Disse rabbioso Raùl.
«Stronza!». Gli fece eco quello scemo di Chucho.
I tre accelerarono il passo, in silenzio, verso il solar.
Paquito, senza volerlo, camminava un passo indietro ai suoi amici di sempre, una distanza che non sarebbe più riuscito a colmare.