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LA MINIMA SUPERFICIE VISIBILE

Me ne stavo steso con la schiena a terra con il cuore in gola e tutto sudato, il sole non lasciava scampo; lo sguardo costretto tra due palazzine verticali che si alzavano diritte sia alla mia destra che sulla sinistra. Di fronte l’azzurro del cielo.

Le tapparelle delle finestre sono tutte chiuse per proteggersi dalla calura di questo mese di agosto particolarmente torrido.

Nessuno affacciato, nessuna occhiata che potesse tradire la mia presenza. Neanche dalla strada potevo essere visto ma dovevo rimanere spiaccicato su questo tetto di garage fatto di mattonelle dieci per dieci.

Appena iniziata la fuga ci siamo dispersi cercando i migliori rifugi correndo a più non posso; i più secchi sparirono in un baleno; Blindo, con la sua mole, incedeva lentamente per non dare punti di riferimento con il suo percuotere il terreno con i suoi passi.

Dopo una breve fuga mi sono guardato intorno e ho visto il posto “estremo” ma forse sicuro; certo mi potevo mettere in trappola da solo, una volta salito c’era spazio per una sola sortita, disperata ed ultima.

Salire sul tetto. Un balzo di quasi due metri. Avevo passato diverse mattine a provarci da quando ero rimasto per la prima volta chiuso fuori casa senza chiavi. Avevo facilmente scoperto, dato che la porta era quella di fronte a casa mia, che le fontane, così vengono chiamati i locali all’ultimo piano dove i condomini fanno il bucato più ingombrante, erano sempre aperte. Per uscire sulla terrazza dove il bucato viene steso l’accesso è costituito da una porta di ferro che, per sicurezza, era sempre chiusa. La chiave andava chiesta all’amministratore, che stabiliva anche i turni per usufruire del lavatoio. Ma dai finestroni che si aprivano di taglio posti sopra le vasche riuscivo comunque a passare; ero proprio secco.

Da lì mi divincolavo e uscivo nella terrazza che era in parallelo con quella di casa mia, insomma di qua il lavatoio, di là casa mia e un tetto tra le due terrazze. Per riuscire a passare dall’altra parte o camminavo sul cornicione, ma per adesso non se ne parla, o potevo arrampicarmi sul tetto e saltare dall’altra parte. Una volta fatto questo ulteriore passaggio potevo entrare da una finestrella che era posta nella piccola cucina che era appena sufficiente per una testa d’adulto; ma per me era facile: prima un braccio, poi la testa, poi l’altro braccio e mi facevo scivolare tenendomi per le gambe fino a terra.

Ed è così che iniziai ad allenarmi; con la punta delle dita mi afferravo al bordo del tetto, non al primo colpo, e annaspando con le gambe all’aria riuscivo a puntare la scarpa sulla finestra, sul muro e finalmente con il tacco arrivare sul bordo e issarmi su. Una volta salito il salto dall’altra parte con il “piacere” per la pianta dei miei piedi mal equipaggiati.

Sono schiacciato a terra, sotto di me brevi corse che finiscono con tonfi sordi e metallici.

Il sudore imperla la fronte e brucia negli occhi, devo girarmi a tutti i costi. Lo faccio anche se ora la situazione è ancor più scomoda.

Avanzo strisciando, devo assolutamente vedere la situazione in strada, se la caccia sta continuando, c’è troppo silenzio.

Ora la regola è: se tu non vedi lui, lui non vede te; se lo vedi potrebbe vederti. Quindi, “esporre la minor superficie visibile”. Mi rimetto di schiena e mi avvicino al bordo del tetto; la testa di lato per avere la visuale con un occhio solo, “esporre la minor superficie visibile”, lentamente.

La strada è vuota, non si vede un’anima. Il silenzio è così irreale che ho paura che si sentano i battiti del cuore e il respiro affannato che esce dalla gola. Dal lato sinistro della strada, quello verso la salita si avverte una sorta di brusio sommesso; con il collo in tensione alzo ancor di più il capo, “esporre la minor superficie visibile”, e li vedo. La maggior parte sono raggruppati all’interno di un piccolo spiazzo e sussurrano tra di loro. Uno improvvisamente alza gli occhi e mi vede; non so cosa vede. Subito bisbiglia qualcosa all’orecchio di quello più vicino e, come un effetto domino, gli occhi di tutti si alzano verso la mia direzione ma stando ben attenti a non far seguire il movimento degli occhi con un movimento della testa.

“Cacchio, mi hanno visto”.

Mi appiattisco ancor di più, se possibile, aderendo alle mattonelle come una lucertola al sole e il cuore ricomincia a battere all’impazzata.

Su un terrazzo all’ultimo piano della palazzina sulla sinistra una donna stende delle lenzuola agitandole all’aria come se fossero un’enorme bandiera. Mi hanno visto… forse no.

Sono le due, forse le tre. L’ombra del palazzo alla mia destra inizia finalmente a muoversi, gli vado incontro strisciando, fa sempre caldissimo ma almeno non picchia più sulla testa.

Chiudo gli occhi e giro la testa di lato per “esporre la minor superficie visibile”. Sembra come se avessi corso per ore, devo assolutamente placare il respiro; respirare piano e soprattutto in silenzio. Chiudo gli occhi.

Saranno le tre di notte? Boh, la notte ho sempre avuto difficoltà a capire a che ora aprivo gli occhi; quando lo fai è buio pesto e non c’è nessun punto di riferimento e quando ti riassopisci di nuovo e poi riapri gli occhi, non riesci mai a capire quanto tempo è passato, che ore sono.

A meno che qualcuno non lo dica.

Ho sentito un rumore impercettibile ma sufficiente per farmi spalancare gli occhi.

Buio pesto.

Il corpo caldo di mamma è sulla mia sinistra, lei preferisce da sempre dormire dalla parte della finestra. I suoi fianchi spigolosi sono per me fonte di sicurezza notturna.

Dei passi felpati, crede lui, si avvicinano.

“Che ore sono?”

Sento la coperta dal lato destro che si alza lentamente, è mio padre, non può che essere lui per questo non ho paura, che si siede accanto a me.

“Sono le due”.

“Ma possibile che tutte le sere a quest’ora devi chiudere? Mai che ci mettiamo a letto insieme e dai la buonanotte a tuo figlio”.

Fermo, immobile, neanche respiro per non far sentire che sono sveglio; il lenzuolo tirato su fino a coprire il naso: “la minor superficie visibile”.

“Erano rimasti a bere qualcosa, che facevo li cacciavo?”

Le parole erano appena sussurrate ma il tono era scocciato.

“Certo, se ti ci metti a giocare a carte insieme non se ne vanno”.

“Ho lavorato tutto il giorno tra quei tavoli, la sera se si ferma qualcuno e ci facciamo un tresette mi fa anche piacere”.

“E a me, a lui? Non ci pensi?”

Silenzio.

Era entrato nel letto e il suo peso aveva fatto sì che il mio “corpicino”, come lo chiamava mamma, si spostò verso di lui ma senza arrivare a toccarlo, quel tanto che bastasse a staccarmi dai fianchi spigolosi ma rassicuranti di mamma.

Buio pesto, ora nessun punto di riferimento, solo.

Mamma come se non respirasse.

Papà iniziò ad avere un respiro forte e regolare che inondò la stanza di un odore di vino e cucina.

Chiusi gli occhi.

Li riaprii e fui inondato dalla luce del giorno; il primo istinto fu quello di sollevarmi alla ricerca del “Mottino” che abitualmente papà mi faceva trovare sulla spalliera del letto; un dolce risveglio. Fu solo un attimo, mi resi conto che mi ero assopito ed avevo sognato.

“La minima superficie visibile”.

Mi appiattii subito al tetto, ancor di più se possibile, la paura di aver fatto qualche movimento di troppo. Un senso di malinconia si affaccia dalla gola ma un grido la ricaccia subito indietro.

“A ritirate cappellò”.

Il segnale, il disperato richiamo, sono l’ultimo sopravvissuto.

Salire non è stato facile data la mancanza di qualsiasi punto d’appoggio ma, facendo forza solo sulle dita e le braccia mi lasciai dondolare a destra e a sinistra fino a che un piede afferrò la presa, il bordo. Ora per scendere era tutta un’altra storia; serviva velocità, agilità ma soprattutto la sorpresa.

Di nuovo silenzio, poteva essersi allontanato, stare a ispezionare un portone, un angolo cieco; oppure poteva stare proprio sotto di me, in agguato. Come scoprirlo.

Silenzio, cercavo anche di stare in apnea per due, tre minuti per sentire i suoi passi.

Eccoli. Si avvicinano, se sale sul muro mi vede, mi prende.

Ancora più spiaccicato, come un insetto; ancor più senza respirare, ancor più “la massima, minor superficie visibile”.

Niente, non si sente più niente; non sa dove sono, è un gioco di nervi, chi cede prima ma con lui in una posizione di vantaggio.

È in piedi sicuramente, in una posizione elevata per avere “maggior visibilità possibile”.

Silenzio… silenzio.

Di nuovo passi, stavolta si allontanano.

Silenzio.

Mi avvicino al bordo, testa di lato, un solo occhio per scrutare in direzione dei passi che sembrano allontanarsi. Saranno i suoi?

Collo teso, occhio in basso chiuso, occhio in alto aperto, “la minor superficie visibile”, lentamente, ancora di più e…

Lo vedo, è di spalle; sarà a dieci metri, cioè circa, partendo da fermo, neanche cinque secondi.

Cinque secondi per alzarsi di scatto, saltare giù e in quel momento con l’impatto a terra si sarebbe inevitabilmente girato e…

Trattengo il respiro, continua ad allontanarsi, ora saranno almeno quindici metri.

Ora o mai più. Ora!

Mi alzo… cacchio, non avevo previsto le gambe intorpidite.

Mi alzo, balzo a terra, le gambe cedono e vado giù con le ginocchia al suolo; dolore.

Si gira, mi vede e inizia a correre con aria feroce verso di me.

Mi rialzo e corro, corro; corre; corro, corre.

“Tana libera tutti!”.

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