SINOSSI: Il romanzo Lilet racconta il viaggio di Giovanni dall’Italia all’Eritrea, che comincia con un atto violento.
Giovanni camminava vicino a suo padre verso il grande casale della baronessa. Arrivati nel grande cortile, chiesero a un operaio di essere ricevuti dalla nobildonna.
Nell’attesa suo padre si guardava intorno e parlando quasi tra sé disse: “Quanto è cresciuta quella sa lua”. Infatti, un’enorme euforbia si elevava accanto al caseggiato.
Avevano aspettato a lungo, poi erano stati introdotti in una sala che non si poteva considerare lussuosa, ma dove di sicuro nessuno aveva mai sentito i morsi della fame come succedeva spesso nella loro famiglia. Molti servitori la attraversavano indaffarati.
La baronessa non li fece neppure sedere e domandò con alterigia: “Non vi aspettavo, perché questa visita?”.
Il rossore di suo padre fece fremere Giovanni di vergogna. Lo osservò, stava raccogliendo tutte le sue forze per non girare le spalle e andarsene.
La sua voce però non riusciva a essere umile: “Sono qui per chiederle un aiuto”.
Lo sguardo della donna diventava sempre più gelido.
Quando si rivolse a suo padre, la sua voce era stridula: “Michele, voi siete stato sempre un uomo molto orgoglioso, non siete mai venuto a salutarmi quando rientravo dai miei soggiorni in città”.
“Baronessa, il mio lavoro non me l’ha permesso”.
La stizza della donna aumentava: “Non fa forse parte dei vostri compiti darmi conto del raccolto e notizie sul mio bestiame?”.
Giovanni rifletteva su quanto avesse ragione sua madre quando tentava di convincere il padre a ossequiare la baronessa, sfortunatamente lui non le aveva mai dato retta.
“Voi sapete che la grandine ha distrutto tutto il raccolto. Mia figlia Marchesa sta molto male e rischia di morire se non riesco a comprare le medicine che le hanno prescritto i medici”.
Stizzita la donna arrivò a minacciare suo padre: “Non meritate il mio aiuto, Michele, le vostre disgrazie non mi interessano, se non mi corrisponderete tutto quello che mi spetta, affiderò il campo e il bestiame al vostro vicino che già me ne ha fatto richiesta”.
“Vi prego…”
“Basta, mi avete stancata, ora ho altro da fare e quindi potete togliere il disturbo. La prossima volta evitate di presentarvi se non vi convocherò e soprattutto non venite a elemosinare ciò che non vi spetta”.
Sulla via del ritorno padre e figlio camminavano in silenzio fra gli asfodeli e guardandosi intorno Michele disse al figlio: “Lo sai che questa pianta è legata al culto dei morti?”. Lui non rispose e affrettò il passo, voleva arrivare subito a casa perché sapeva che sua madre avrebbe trovato le parole giuste per consolare suo padre. Lui però salutò in fretta la moglie e andò subito a coricarsi.
Quella notte Giovanni non riuscì a dormire e uscì furtivamente prima dell’alba.
Attraversò un bosco di tasso, l’albero della morte, arrivato in un posto isolato lanciò un grido lacerante e prese a calci un albero.
Camminò a lungo prima di arrivare alla stalla. Le mucche lo sentirono e cominciarono a muggire impazienti.
Entrò, per ognuna di loro aveva una carezza, una parola e un gesto d’amore: “Ciao Rosina, vieni, ti do da mangiare”.
“E tu, Dulcinea? Sempre la solita mascalzona. Vuoi leccare il sale, vero? Tieni, solo per oggi”.
Diede a tutte una grande quantità di foraggio e mentre le guardava mangiare piangeva rabbioso.
Dopo qualche minuto, senza smettere di piangere, prese il fucile, si diresse verso Dulcinea, la sua preferita: “Perdonami” disse, e le sparò. La mucca rimase in piedi per lunghi istanti e prima di cadere di schianto lo guardò. Lui sentì che non avrebbe mai più dimenticato quello sguardo.
Poi rivolse l’arma verso le altre mucche. I loro muggiti invasero il silenzio di quella notte maledetta. Urlava e sparava e mentre i colpi esplodevano i vitelli fuggivano spaventati, alcuni cercavano scampo nascondendosi dietro i corpi morti delle madri. Dopo averli uccisi tutti, fu preso da un tremito incontrollabile.
L’odore del sangue lo stordiva e camminava barcollando.
Dopo la carneficina Giovanni fuggì senza voltarsi indietro, vagò nei campi e quando tornò a casa vide sua madre che lo aspettava sulla soglia.
“L’hai uccisa? Hai ammazzato quella orribile donna?”
Lui gettò a terra il fucile e scosse la testa: “Non lei… tutte le sue bestie”.
Sentì che le gambe non lo sorreggevano. Crollò di schianto su uno sgabello e si prese la testa fra le mani.
“Domani ti dirò, mamma, ora non posso”.
“Non c’è tempo, figlio mio. Dobbiamo andare a Porto Torres da tua sorella Elena, suo marito ti aiuterà a fuggire. Mi racconterai tutto durante il viaggio. Vieni, prepariamo la tua valigia”.
Era l’ultima volta che madre e figlio entravano in casa insieme.