Non avrei mai immaginato che Lavinia si ricordasse di me per il suo matrimonio, anche se è vero che non capita spesso di aver uno chef stellato tra gli ex fidanzati. Nonostante non desiderassi rivederla, mi fece piacere che avesse pensato a me.
Io e Lavinia eravamo stati insieme una decina di anni prima, quando ero solo un giovane e promettente chef all’inizio della carriera. Lei, tenera gemma della miglior borghesia, mi aveva detto sì dopo una cena a base di aragosta e percibes che l’aveva stordita ed ammaliata.
Quello che Lei ignorava era che la cena mi era costata tutti i risparmi e che, a parte cucinare, non avevo, come si dice, né arte né parte. Sapevo che lei amava i gatti e quella stessa sera le regalai anche una micia che avevo chiamato Bastet, come la Dea gatto egizia.
Avevo raccolto la gatta per strada molto tempo prima. La trattavo come una regina e lei si comportava come tale. Le mettevo da parte gli avanzi migliori della cucina, e la notte lei ronfava felice accanto a me. Pensai che regalarla a lei alla donna che amavo sarebbe stato un atto di amore assoluto.
Dopo tre mesi invece mi aveva lasciato, lasciandomi senza Bastet e con il cuore a pezzi. Mi ero allora buttato anima e corpo nel lavoro diventando uno tra i più giovani chef stellati.
Quando, dopo anni in cui mi aveva ignorato, venne da me a propormi di allestire il ricevimento per il suo matrimonio era più bella che mai: mi raccomando, mi disse suadente, dovrà essere un matrimonio con un banchetto memorabile, disse bisbigliando nel mio orecchio e con un sorriso appena accennato.
Fu più forte di me. Allungai il braccio, la presi per la nuca e la strinsi a me. Lei sussurrò un no appena udibile, senza opporre resistenza. La mia pelle e la sua si toccarono, aveva labbra come ciliegie mature, e il suo bacio era dolce come miele. La baciai e la ribaciai ancora e lasciai che le mie mani indagassero il suo corpo.
Cercò di fermarmi in modo poco convinto mentre cercavo di infilarle le mani sotto la camicetta. La mia smania crebbe e tentai di sbottonarle la blusa. A quel punto bisbigliò “Basta ti prego, smettila”, respingendomi. Le braccia mi divennero di piombo, il desiderio svanì e mi ritrovai ansante a guardarla negli occhi che rilucevano di una luce malvagia.
Si ravviò i capelli, si rassettò e poi con voce melensa disse “Senza rancore, vero?” allungando una mano che scivolò viscida sulla mia come un tentacolo. Ma figurati, replicai io. Nonostante il tanto tempo passato non volevo che capisse che la desideravo e la odiavo a morte allo stesso tempo.
Il giorno del matrimonio Bastet si aggirava tronfia tra i tavoli apparecchiati per il ricevimento infiocchettata come una prostituta babilonese. Le avevano fatto portare le fedi agli sposi in chiesa e sembrava ne fosse consapevole.
La sala ricevimento luccicava di argenti, cristalli e ceramiche preziose. Svolazzando in una nuvola di chiffon rosa, la madre di Lavinia passò a controllare che fosse tutto a posto. Mi squadrò come se non mi avesse riconosciuto e sibilò mi raccomando, che sia tutto a posto. E niente sorprese. Sorrisi. Costa così poco.
Fino agli antipasti andò tutto bene. Alternammo antipasti freddi e caldi e anche quella iena della madre mi guardò con bonomia, annuendo appena con la testa.
Poi arrivò il momento del primo. Portai personalmente un timballo di pasta speciale agli sposi. Ci avevo messo tutta la mia arte ed era, credetemi, uno spettacolo: dentro un guscio dorato e fragrante di pasta brisée dei paccheri ripieni di ragù speciale spandevano un profumo indimenticabile.
Quando Lavinia vide il timballo fumante arricciò il naso. Cos’è questa roba, disse indicando il piatto, è così volgare! E non era nel menu che avevamo concordato.
Assaggia, le ho detto io, vedrai che ti piacerà. Affondò il coltello nel timballo e aprì l’involucro di brisée. Pescò un paio di paccheri, e ne portò uno alla bocca masticandolo piano. Ma è fantastico, disse, affrettandosi a mettere in bocca il secondo.
Nel giro di pochi minuti lei e il suo degno consorte dall’occhio bovino finirono il timballo mugolando. Avevo davvero superato me stesso. Alla fine mi guardò. Era fantastico, grazie. Però me lo devi dire, ti prego, di cosa è fatto questo ragù meraviglioso. È stato in quel momento che la mia vanità ha preso il sopravvento. Mi sono avvicinato a lei e arrivato a portata di orecchio le ho sussurrato. “Beh Bastet ti è sempre piaciuta, no?
In un attimo fu il delirio. Lavinia vomitò sul neo marito che sbarrò gli occhi e rinculò tirandosi dietro sedia e tovaglia e tutto quanto c’era sopra. Il fragore delle stoviglie richiamò l’attenzione del resto della sala. Resasi conto di quello che era successo la madre di Lavinia, sentendo l’odore del vomito della figlia rivomitò gli antipasti sul vicino che a sua volta coinvolse il dirimpettaio rigettando su di lui l’intero pranzo fino ad allora ingoiato.
Fu l’inizio di una guerra tutti contro tutti, combattuta a colpi di vomito, che finì dopo cinque minuti di puro caos senza né vinti né vincitori. E io? Io ero sulla porta della cucina a godermi la scena.
Sono passati tre anni da quel pomeriggio. Ho perso la Stella, la fama e anche il ristorante e nessuno mi chiama più per cucinare, ma mi sono ripreso Bastet, ovviamente viva e vegeta. Cucino alla Caritas e sono tornato povero come agli inizi. Mi sono pentito? No. Lo rifarei? Sì, mille volte, se solo ricordassi la ricetta di quel ragù.