«Perché non fai televisione?» mi domandava Joao, il mio vecchio barbiere brasiliano, da tanti anni a Roma. Me lo chiedeva quasi tutte le volte che mi tagliava i capelli, da quando aveva saputo che lavoravo alla Rai. «Ma ti danno soldi anche solo per parlare?» chiedeva lui. «Certo che no» scherzavo io. «Mi pareva» commentava lui.
Una volta chiese: «Forse se sarai più bravo lavorerai in televisione?». E io risposi: «No, io lavoro alla radio perché è molto più bella». Lui scosse la testa e borbottò: «Nessuno ci crede».
Quando facevo il conduttore del 3131 gli sembrava poco, poi ho cominciato a fare il regista del Ruggito del coniglio e non ne parliamo proprio, non si sentiva più nemmeno la voce.
Ora lui è in pensione e io ancora lavoro alla radio, semplicemente perché non c’è niente come la radio.
La radio non la fermi mai perché non sai come prenderla. È inafferrabile, ha mille anime, è sempre un po’ clandestina, è sempre un po’ pirata come la nave di Radio Caroline che negli anni ‘60 trasmetteva dalle acque internazionali per non essere chiusa dallo Stato britannico.
Non esiste una sola radio, esistono mille radio.
Una mia amica fa la deejay in una radio di successo, parla due minuti e mezzo tra una canzone e l’altra che non sceglie lei. Un altro è simpatico – molto – quindi va benissimo per la Radio Visione. Parla un minuto tra un video e l’altro, lo vedono nei bar e nelle stazioni, qualcuno lo riconosce per strada. Due miei amici sono diventati famosi, sono bravissimi a prendere in giro i politici e a parlare con gli ascoltatori, lavorano alla radio nazionale. Altri due invece volevano parlare di libri in un modo nuovo, ma gli hanno detto che alle radio non serve la cultura. Allora sono andati in una radio web e adesso sono tanti gli appassionati che coinvolgono.
Poi c’è uno che gira con un microfono collegato al suo telefonino, intervista la gente e registra i rumori del mondo. Monta quello che fa con un programma gratuito e lo manda in onda in un canale podcast. Qualcuno ha già cominciato a scrivergli. Vieni da noi, gli dicono, qui c’è una storia da raccontare. E oggi se vuoi far sentire la voce vera di una storia vera non c’è niente di meglio di un podcast. Togli di mezzo il fastidio delle immagini, chiudi gli occhi e apri le orecchie, c’è da ascoltare il suono di una storia.
Ecco un altro motivo per cui mi piace la radio, perché è come la scrittura, è piena di storie, come quella di un vecchio barbiere brasiliano, che si chiama Joao e sta ancora aspettando di vedermi spuntare da uno schermo per convincersi che lavoro davvero.
“Caledonian Road” di Andrew O’Hagan – traduzione di Marco Drago (Bompiani)
Una storia senza innocenti o vincitori, ma solo persone ferite che riescono a farcela con quello che resta dopo un evento drammatico destinato a essere uno spartiacque nelle loro vite.