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Ogni storia è un desiderio e qualche volta ci vuole il genio della lampada per farla avverare. Genius ti accompagna nella scrittura della tua storia. Che sia un racconto, un romanzo, un copione, una sceneggiatura, un articolo, la storia della tua vita o della tua famiglia, accanto a te c’è Genius.

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Via dal mare di Ben Marcus (Edizioni Blackcoffee)

Sopravvissuti in cerca di terra. Potrebbe anche avere un sottotitolo così, questo libro di racconti, dove lo spaesamento è il sentimento che domina, e che galleggia, affiorando alla gola di chi legge, come una formula magica che attenda il momento giusto per essere rivelata. Sono storie progressive di famiglie sperimentali e di sopravvivenza. Il nocciolo duro che rimane quando non c’è più polpa né buccia. Solo una nuova forma di verità. 

Hai la sensazione che qualcosa di indicibile, di drammatico e di brutto sia accaduto prima dell’inizio della storia, qualcosa che renderebbe i personaggi, se esplicitata, meno amabili, meno empatici. Eppure. Le storie di Ben Marcus sono le conseguenze di azioni avvenute prima, quelle che appartengono all’infinita possibilità della scrittura prima di tramutarsi in segni tracciati su carta. 

Nel primo racconto, “Che cosa hai fatto?”, il protagonista è un ex ragazzone quarantenne che oscilla tra sovrappeso e obesità, che torna a casa per una riunione di famiglia dopo parecchio tempo. Sotto la superficie dell’iniziale giocosità vediamo presto equilibri frantumati. In passato lui doveva essere stato violento con la madre, visto il modo in cui lei preoccupata gli chiede di stare calmo. 

Una ritrosia del corpo che rivela più di quello che nasconde. E perché mai Paul non riesce a parlare in maniera normale della famiglia che ha? Quando butta casualmente nella conversazione che ha una moglie e un bambino piccolo lui sa che i genitori e la sorella non gli credono. Ma noi sappiamo che è vero perché sentiamo le conversazioni telefoniche di Paul con sua moglie, assistiamo alle loro rivendicazioni scherzose, ascoltiamo notizie sul sonno e la pappa del bambino. 

Cose normali che hanno il sapore metallico delle stoviglie messe ad asciugare. 

E che pure hanno un’estrema potenzialità di ferire. 

Paul stabilì che a chiunque gliel’avesse chiesto negli anni a venire, avrebbe risposto che se mai nella vita, anche per sbaglio o per scherzo, ti fosse capitato di spaventare qualcuno, poi quel qualcuno si sarebbe per sempre ritratto dalla tua vita. Anche se era successo perché eri tu stesso ad aver paura, perché avevi il cervello, o il cuore, piccolo come un fagiolo, o perché avevi zero ambizioni e da piccolo non avrebbero mai dovuto farti uscire dalla gabbia. 

Allora dovevi attraversare la strada e girargli alla larga. Era la cosa più saggia da fare. Lasciarlo passare.”

Le storie poi virano verso una sensibilità fantastica. Mondi in crisi, assediati da malattie misteriose, adeguatamente nascoste per non scatenare il panico. 

In “Protocollo lealtà” assistiamo alle efficienti prove di evacuazione di un’intera cittadina, con tanto di elenchi di ammessi e rifiutati, mentre il protagonista del racconto tenta, con qualcosa che somiglia alla tenerezza, di imbucare i suoi genitori, ormai smarriti nelle nebbie delle malattie mentali, verso i pullman che conducono alla salvezza. L’epilogo è intriso di una bellezza triste, qualcosa che commuove “i finestrini erano oscurati, ovviamente, non si vedeva niente dentro, ma in uno dei pullman, forse premuto contro il vetro, magari con la mano sollevata a dire ciao, o meglio addio, c’era suo padre. Così Edward, per sicurezza, alzò la mano a sua volta. La alzò e la agitò-pensando Addio papà, almeno per ora mentre i pullman acquistavano velocità e scomparivano alla vista, abbandonando lui e gli altri sul ciglio della strada.”

Questo succede al mondo che conosciamo. Cambia. E cambiano anche i corpi degli umani che sono costretti ad assumere forme diverse per poter sopravvivere con scarse risorse. Accade all’improvviso. Un giorno siamo qualcosa e poi siamo qualcos’altro. E per quanto tentiamo di restare aggrapati alle nostre piccole vite, magari insignificanti, eppure gelosamente nostre, veniamo spazzati via, se non siamo disposti a rinunciare alle certezze che diventano moneta fuori corso. 

Ho una foto di mio fratello che ritrae semplicemente un campo desolato. Faccio la collezione di spazi vuoti che penso possano piacergli, spazi sicuri. Fra le tante foto ce n’è una di un campo di erbacce ingiallite ed ispide, da un lato una pozza di fango sbianchito, sopra un cielo inanimato. Non c’è nessuno, men che meno mio fratello, e ancora meno una traccia dei suoi tanti costumi. Niente vestiti. Potrebbe vivere in quel campo, se solo trovassi il modo di farcelo crescere.

Non esistono più mondi sicuri al di là di un filo spinato, l’essenza propria del mondo è il filo spinato. La nostra tristezza, forse, ci salverà. Il nostro tentativo di ricreare qualcosa che somiglia all’amore.