La voce della memoria

Scene, musiche, fotografie, volti, gesti si confondono nel canto a due voci di passato e presente.

Quando ti avvicini ai cinquant’anni, ti senti a metà strada e sai che non è vero.

Fai il conto di quante cose hai realizzato e sai che ormai importa poco.

C’è una cosa, però, che dovresti chiederti e non lo fai.

Quanto hai parlato, nella tua vita?

Non quello che hai detto, ma che voce hai avuto?

Da bambino la tua voce era una cantilena: ripetevi le cose che sentivi dire dai grandi.

Da ragazzo era sospesa: parlavi per capire quello che dicevi.

Da adulto la appoggiavi sul finale della frase, per simulare esperienza.

A cinquant’anni, però, inizia un fenomeno strano; in pochi se ne accorgono.

Guardi fuori dalla finestra, o sei al tavolino di un bar: vedi due quindicenni per mano; un bimbo, che cammina a malapena, con un cagnolino al guinzaglio; due amiche che versano spritz sui loro cuori delusi.

In momenti come quelli, inizi a sentire una voce, che somiglia alla tua, e racconta cose che già sai.

Ti racconta la stessa scena di due ragazzini per mano che ti fecero piangere di gelosia; del cagnolino di tua nonna che ti aiutava, di nascosto, a finire la fettina di carne indurita; di quando hai assaggiato un Margarita e non ti reggevi dritta sul sellino dello scooter.

Ma chi è che parla dentro di te, con la tua voce, senza lasciarti la libertà di scegliere cosa pensare, cosa ascoltare, cosa dire?

È la memoria.

L’hai coltivata per anni, con dedizione e sacrificio, e quella, adesso, prende il sopravvento. Prima ti serviva per imparare, comunicare, lavorare, viaggiare; adesso è una scheggia impazzita: interviene su qualsiasi cosa; ti fa distrarre; ti interrompe i discorsi; ti blocca mentre ti allacci le scarpe e ti tiene lì, immobile, a guardare e ascoltare scene della tua vita, proiettate nella sala buia della tua testa.

Prendiamo in giro i vecchi, fermi avanti ai cantieri, ma chissà a quali spettacoli stanno assistendo, dietro le loro cataratte.

Fanno tutto lentamente, i vecchi; forse perché a ogni gesto, la memoria racconta loro qualcosa.

Che confusione deve esserci in quelle loro teste: le cose che percepiscono, che pensano, che dicono, più tutto quello che ricordano. Collegano un luogo del presente allo stesso luogo nel passato; trovano la somiglianza tra il giovane volto, accanto a loro sull’autobus, e quello adagiato sul cuscino a fianco, quarant’anni fa.

La voce della mia memoria ha già iniziato a farsi sentire e parla talmente, che non riesco a contenerla; allora ogni tanto, anzi, spesso, lo confesso, cerco un povero cristo che mi ascolti; telefono a un amico; prendo in ostaggio i miei figli e i loro amici adolescenti, declamando aneddoti ed elargendo consigli di vita non richiesti; traumatizzo una collega di trent’anni che mi confida i suoi affari di cuore, predicendole, secondo la mia indiscutibile esperienza, come andrà a finire: male! Andrà a finire male!

Se prima parlavo tanto, ora, in due, siamo un flagello di Dio.

Ma non so quanto durerà. Quanto riuscirò a gestire questa situazione così.

Riesco ancora a dialogare con i miei ricordi, ma ho paura di stancarmi e restare a fissare i lacci delle mie scarpe, bloccata da una compilation anni Ottanta che schiaccia il play su un lungo monologo della mia memoria.

E temo di confondere le due voci; oddio, da un lato credo che sarebbe un’esperienza psichedelica stupefacente; ma se non riuscissi più a stare nel presente?

In realtà sarei più addolorata per chi si troverebbe intorno a me, perché forse io neanche me ne accorgerei, così impegnata a confondere scene, musiche, fotografie, volti, gesti.

 

Le sentite anche voi le due voci? Fa un po’ paura, è vero, ma, per ora, è anche molto divertente.

I cantieri ci aspettano, però intanto; intanto, abbiamo pazienza con la nostra memoria; lasciamola raccontare!

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