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“La notte delle farfalle” di Aimee Bender (Minimumfax)

Ti imbatti in un libro intriso di fantareale e ti ci immergi sicura di trovare, nel modo misterioso che hanno certi libri di fornirti risposte proprio quando sei a un bivio, consolazione e turbamento, qualcosa destinato a scuoterti. Anche questa volta Aimee Bender, dopo L’inconfondibile tristezza della torta al limone, mi dà esili fili che diventano corde argentate, alle quali aggrapparmi.

Io ho sempre sostenuto, e lo racconto a chi la pazienza anche di leggermi, che come noi ci ricordiamo degli oggetti, anche gli oggetti si ricordano di noi, conservando al loro interno memoria delle emozioni che ci attraversano. La storia di Francie è un pochino una storia così, un romanzo di formazione familiare, dove la domanda narrativa su chi siamo veramente, la nostra saldezza nell’esistere nel qui e ora, si intreccia con la sensibilità esasperata, la solitudine e la malattia mentale.

Francie ha 8 anni quando la madre, Elaine, ha un violento episodio psicotico, che la porta al ricovero in una clinica psichiatrica, e la bambina, non sorpresa dalla vicenda (l’instabilità mentale della madre è una costante con la quale tutti convivono cercando di aiutarla) deve intraprendere un lungo viaggio per andare a vivere dalla sorella della madre, Minn, che sta per avere una bambina. Francie è silenziosa e introversa, sente la realtà come brandelli di colori e di emozioni che si attaccano addosso alle persone e agli oggetti, e odia viaggiare in aereo. Così, con la gentilezza paziente di cui alcuni adulti sono dotati nell’ascoltare i disagi infantili, lo zio Stan, marito di zia Minn, le trova un accompagnatore adulto e le organizza il viaggio in treno.

Nei due giorni che mancano alla partenza Francie va a stare dalla sua babysitter, e qui rimane incantata dal senso di armonia che le dà il paralume di una lampada interamente ricoperto di farfalle. In maniera imprevista la bambina trova una farfalla identica a quelle disegnate sul paralume che galleggia morta in un bicchiere d’acqua. Decisa a portare con sé la sensazione di incanto che le dà quell’oggetto, Francie inghiotte la farfalla. La cosa strana è che la primavera di Portland non è la stagione adatta per le farfalle, e tutte le finestre sono chiuse. Quindi quella farfalla ha attraversato il muro tra il mondo che abitiamo e quello degli oggetti per acquistare vita e farle compagnia? E’ questo che pensa Francie, che alcuni oggetti superano quella barriera ma non hanno abbastanza forza da arrivare vivi fino a lei. Alcuni episodi si ripetono, come le rose che affiorano secche, praticamente dal nulla, identiche a quelle disegnate sulla tenda dove da adolescente ha dormito con una sua amica.

Quando va a vivere con la sua nuova famiglia, Francie diventa praticamente una figlia per Stan e Minn, e una sorella per la cuginetta Victoria, detta Vicky; tuttavia, il suo sentirsi diversa non si attenua. Sentendo dentro di sé un’ansia crescente e violenta, che crede possa sfociare nel far male alla piccola, Francie chiede agli adulti di chiuderla dentro la sua stanza di notte, in modo che non possa fare del male.

La troviamo da adulta, nella nuova dimensione lavorativa di chi recupera oggetti usati dai mercatini e ridà loro nuova vita prima di rivenderli sul web. Questa scelta lavorativa è una vera e propria vocazione, ripulire gli oggetti dal dolore e dai residui appiccicosi di emozioni e ridare speranza a chi li acquista.

Tuttavia la sua vita è ancora sospesa nei ricordi e nelle stranezze del viaggio da Portland alla California, punteggiata di incontri con personaggi spuntati dal nulla e che sul treno non sono stati visti da altri che da lei e dal suo accompagnatore, un cugino di secondo grado dello zio.

Decisa a recuperare tutti i suoi ricordi come le disordinate tessere di un puzzle Francie si costruisce una tenda del ricordo, l’equivalente di una capanna di sudazione indiana e si chiude dentro. In attesa.

Il suo viaggio doloroso e luminoso e intriso tra il tempo passato e il tempo presente è, chiaramente, un viaggio intimo, del tipo che fanno quelli che si chiedono se, con la loro intensità difficile da comunicare hanno il diritto di vivere e di avere una casa in questo mondo.

Non te ne sparirai con qualche alieno in un’altra dimensione, no, Francie?”

No, faccio io, vivo qui adesso.

Lei scuote la testa, ridendo di nuovo. “Lo dici come se avessi vissuto da un’altra parte, su un piano diverso”, e io le sorrido in risposta. Cosa posso dire a Vicky? Lei ha vissuto tutta la vita qui.

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