No surprises

Un racconto sul confine sottile fra il meglio e il peggio di un momento drammatico.

Mi dispiace, ragazzi. Non basterebbero nemmeno tutti i punti del mondo per ricucirmi. È finita. Mi metteranno nel negozio di pompe funebri di Fernandez sulla 109esima strada. Ho sempre saputo che prima o poi sarei finito lì, però molto più tardi di quanto pensava un sacco di gente. L’ultimo… dei Mohiricani. Beh, forse non proprio l’ultimo. Gail sarà una brava mamma, di un nuovo e migliore Carlito Brigante. Spero che li userà per andarsene, quei soldi: in questa città non c’è posto per una che ha il cuore grande come il suo. Mi dispiace, amore, ho fatto quello che potevo, davvero… Non ti posso portare con me in questo viaggio… Me ne sto andando, lo sento. Ultimo giro di bevute, il bar sta chiudendo. Il sole se ne va. Dove andiamo per colazione? Non troppo lontano. Che nottata… Sono stanco… stanco…

 

Il suono del telefono interrompe un sonno disturbato. Accendo la luce, fuori è ancora buio. È un numero sconosciuto che chiama, ma so già di cosa si tratta. Riconosco la voce dell’infermiere dell’hospice. È lo stesso enorme infermiere con cui avevo parlato il giorno prima, era stato estremamente gentile. Il momento che aspettavamo da giorni è arrivato. Mi diverto con un po’ di vergogna nel constatare che mio padre è morto alle 4 del mattino del primo del mese. Ha tenuto duro abbastanza da riuscire a prendere la mensilità di pensione, non se ne sarebbe mai andato facendosi scappare la possibilità di ricevere dei soldi. Chiamo mia sorella, anche lei vede l’ora e capisce subito perché la sto chiamando. Subito dopo chiamo l’agenzia funebre. Appena salita in macchina vengo pervasa da una sensazione di calma: il silenzio della mattina, le strade vuote, la tranquillità che arriva quando qualcosa di inesorabile finalmente accade. Non c’è più preoccupazione, solo tranquilla rassegnazione. Prima di accendere il motore metto No surprises dei Radiohead. È la canzone che mi ha accompagnato nei mesi scorsi, la mettevo nel tragitto verso l’ospedale, prima delle visite. Nessuna sorpresa. Fin dalla prima radiografia conoscevo il verdetto, me lo ha confidato un amico che fa il medico: “Tuo padre non arriva all’estate, i dottori non te lo diranno mai in questi termini, ma sappi che è così’’. Sei mesi dalla prima diagnosi. Nessuna sorpresa.

 

Quando arrivo a casa di mio padre mia sorella è già lì, ma mi aspetta fuori, “Io là da sola non ci entro”. Svegliata dalla serratura difettosa del portone, si affaccia la vicina di casa impicciona. “Chi è?” Chiede da due piani più in alto. “Siamo le figlie di Riccardo” sbottiamo. “Come sta?”, mia sorella esplode: “È morto stanotte!”, poi come per giustificarsi di aver risposto in modo così schietto mi bisbiglia “Ma che pensa che ci facciamo qui alle cinque di mattina?”

Una volta entrate ci mettiamo a cercare i vestiti per la camera ardente. “Dobbiamo prendere la sciarpina nera da anarchico, sono anni che dice che vuole essere seppellito con quella”. Guardando nell’armadio trovo la sua camicia hawaiana, quella che indossava in estate sentendosi Hemingway. La tiro fuori. “Mettiamogli questa!” Rido “Sicuramente apprezzerebbe”. Alla fine optiamo per il suo abbigliamento più classico, quello che ha religiosamente tenuto negli ultimi 20 anni: maglioncino nero, pantaloni neri a taglio classico, scarpe Clark e fazzoletto nero da anarchico. Mio padre si rifiutava categoricamente di indossare jeans, scarpe da ginnastica, magliette a mezze maniche. Vestiva praticamente solo di nero, fatta eccezione per le camicie bianche e la camicia hawaiana, e di questo era estremamente orgoglioso, molto più di quanto si dovrebbe essere orgogliosi per delle semplici scelte di abbigliamento: il suo era un manifesto contro tutto ciò che è medio, ordinario.

 

Quando arriviamo all’impresa funebre ci avvisano che anche lui è arrivato, che lo stanno preparando. Rabbrividisco al pensiero che possa essere completamente inerme in compagnia di estranei.  Consegniamo la busta con i vestiti e ci sediamo all’altro capo di una scrivania di uno zelante e inaspettatamente attraente impiegato funebre. Ha un tono sommesso, forzatamente formale, che cozza molto con la spensierata tristezza mia e di mia sorella; c’è un’inaspettata libertà nell’essere profondamente addolorati per qualcosa. L’impiegato ci presenta con estrema serietà alcune questioni di cui a noi non potrebbe importare meno: “Di che colore sarà vestito vostro padre?’’ “Di nero!” Rispondiamo come se fosse la cosa più ovvia del mondo, quasi infastidite al pensiero che qualcuno possa dubitarne. E poi perplesse: “Perché?” Con il solito tono sommesso l’impiegato risponde che è “Per la scelta del tessuto interno della bara, perché si intoni”. Io e mia sorella ci guardiamo sbigottite. Lui ancora perfettamente serio ci porge dei campioni di tessuto. Li prendiamo con lo stesso finto interesse di quando i bambini ti mostrano i loro disegni e con lo stesso automatismo di chi anche in una situazione assurda non riesce a fare a meno di rispondere con cortesia al gesto di qualcuno che gli porge qualcosa. “Se lui è vestito di scuro vi consiglierei dei colori chiari, come il grigio avorio”, ce lo indica fra i campioni. “Sì, grigio avorio va benissimo”. Noi vogliamo solo uscire di lì, così possiamo smettere di far finta che ci interessi essere cordiali. Ci avvisano che non sarà pronto prima di un’ora, così decidiamo di andare a prendere un caffè. Mentre ci sganasciamo per la storia dei tessuti mi squilla il telefono. Sobbalzo, è un riflesso dei mesi scorsi: se squilla il telefono non sono buone notizie. È l’impiegato di prima, è serissimo. Penso che nostro padre non possa esser morto di nuovo, semmai si è svegliato mentre lo vestivano e ha spaventato a morte gli operatori. “Salve signorina, sono dell’impresa funebre, mi scusi se la disturbo, sono molto desolato, ma le devo comunicare che il tessuto grigio avorio è terminato, mi spiace moltissimo. Potrei suggerirle il bianco giglio, è molto simile e si intona comunque con i vestiti scuri” “Ah sì, certo, nessun problema”, spiego a mia sorella il perché della telefonata, il tono serissimo con cui mi hanno comunicato questa notizia insignificante. Ricominciamo a ridere.

 

Ci facciamo coraggio per entrare nella camera ardente. Ci avviciniamo alla bara a piccoli passi, come ci si avvicina a una persona che dorme. I capelli bianchi, lisci, ricadono sul cuscino, sulla fronte un cerotto copre il taglio che si era fatto nei giorni scorsi. Aveva sognato che qualcuno entrava nella sua stanza per derubarlo, si era messo a gridare, si era strappato la flebo dal braccio e aveva cercato di scendere dal letto, ci avevano detto le infermiere. È così che abbiamo acconsentito a metterlo in sedazione profonda, per impedirgli di farsi ancora male e di soffrire più del dovuto: in un certo senso lo vedevamo così immobile già da qualche giorno, con l’unica differenza che adesso aveva una specie di sorriso sornione in volto. “Va’ com’è contento, ci prende per il culo anche da morto” commentiamo caustiche. Mia sorella gli accarezza la fronte attraverso il velo, scoppia a piangere. Io non riesco. Non riesco mai a piangere con qualcuno intorno, anche se è mia sorella. Accarezzo lei a mia volta. Decidiamo di mettere nella camera ardente una sua foto da giovane, che abbiamo preso a casa insieme ai vestiti, in cui sorride appoggiato a una terrazza a Madrid. È bellissimo. Mentre guardo la foto mi si riempiono gli occhi di lacrime. Il giovane Riccardo, spensierato, sbruffone, completamente ignaro di come gli sarebbe andata la vita, non si sarebbe mai aspettato che la foto che gli stanno scattando sarebbe stata usata alla sua veglia funebre. Mi chiedo se anche la foto che sarà usata alla mia veglia funebre sia già stata scattata. Cerco di non pensarci. “Certo però che profuma più ora che nei giorni scorsi, l’hanno riempito di pot-pourri?”. Mia sorella scoppia a ridere fra le lacrime. Volere bene a mio padre è sempre stato così, come ridere nel pianto. “Siamo pessime”. “Avrebbe apprezzato questo tipo di umorismo, lo sai”.

Mentre mia sorella si allontana per comprare le sigarette ho l’occasione di rimanere sola con lui. Forse adesso riuscirò a piangere, penso, gli occhi mi si riempiono, ma le lacrime rimangono intrappolate. Mi metto a sedere accanto alla bara, provo a toccargli la mano, mimando la noncuranza con cui mia sorella gli aveva toccato la fronte ore prima. È assurdo come fino a 24 ore prima tenergli la mano fosse l’unica cosa che mi dava conforto, l’unica cosa che pensavo riuscisse a passare attraverso gli antidolorifici per fargli percepire la mia presenza, per fornire a lui conforto. Lui sembrava capire, rendersi conto della mia presenza nella stanza. Questo legame tattile adesso però si è interrotto, non riesco a toccargli la mano. È tutto così composto, così profumato, così asettico che ho paura che se faccio qualcosa di sbagliato gli artifici che lo tengono così presentabile vadano in frantumi e la morte si presenti in tutta la sua autentica ferocia. La morte non è così ordinata, così pulita. Lo so perché 24 ore prima le ero più vicina di quanto non lo sia adesso, ne ho visti i lineamenti, ne ho sentito l’odore, ne ho udito il suono. A suo modo era bellissima, potente, inevitabile.

 

“Scherzando ho detto spesso che avrei iniziato questo discorso con Riccardo Piras, pessimo padre, ottimo cuoco. Ma non è vero, era anche un pessimo cuoco”. Le persone presenti ridono disorientate, non si aspettavano che avrei iniziato l’elogio funebre di mio padre con una battuta.  Continuo seria “No, non è vero. Non era un pessimo padre”. Abbasso leggermente lo sguardo, faccio una pausa “Era un uomo complicato, ma non era un pessimo padre. Nonostante le sue contraddizioni mi ha insegnato tanto, non mi ha mai fatta sentire non amata. Mi ha insegnato a trovare il bello nei posti in cui nessuno sembra trovarlo, mi ha aiutata a capire cosa voglio, ma soprattutto cosa non voglio. Aveva l’abitudine di fare delle orecchie ai libri che amava, di segnare a matita le poesie che più gli piacevano. È uno dei modi che ho avuto per conoscerlo, leggere nei suoi libri le poesie e le frasi col segno. Questa è una di quelle poesie, il peggio e il meglio, di Bukowski.

 

il peggio è
all’ospedale e in prigione
il peggio è
in manicomio
il peggio è
nelle soffitte
il peggio è
ai dormitori pubblici
il peggio è
quando i poeti leggono in pubblico le loro poesie
il peggio è
ai concerti rock
alle feste di beneficenza per gli handicappati
il peggio è
ai funerali
ai matrimoni
il peggio è
alle sfilate
sulle piste di pattinaggio
durante le orge
il peggio è
a mezzanotte
alle 3 del mattino
alle 5 e 45 del pomeriggio

cadere dal cielo
plotoni d’esecuzione
ecco il meglio

pensare all’India
guardare i chioschi di popcorn
osservare il toro che colpisce il matador
ecco il meglio

lampadine protette da fil di ferro
un vecchio cane che si gratta
noccioline in una busta di plastica
ecco il meglio

spruzzare gli scarafaggi
un paio di calzini puliti

avere tanto fegato da sconfiggere i talenti naturali
ecco il meglio

di fronte al plotone d’esecuzione
gettare croste di pane ai gabbiani
affettare i pomodori
ecco il meglio

tappeti con bruciature di sigarette
crepe nei marciapiedi
cameriere ancora sane di mente
ecco il meglio

le mie mani morte
il mio cuore morto
silenzioso
un adagio di sassi
il mondo in fiamme
ecco il meglio
per me.

 

Nella sala qualcuno piange, io con gli occhi lucidi passo la parola a mia sorella che legge una lettera indirizzata a lui, su come lo ritroverà ogni volta che assaporerà le piccole cose belle che ci ha insegnato ad apprezzare: un bicchiere di vino, un pezzo di cioccolata, un buon libro. Congediamo i presenti mentre abbraccio mia sorella che singhiozza.

Mentre le persone escono dalla sala vedo mio zio che si avvicina alla bara con una penna, ci scrive sopra qualcosa.

Durante i saluti e i ringraziamenti ai presenti mi conforto al pensiero che gli sarebbe piaciuto un funerale del genere, niente preti, niente messe, solo le sue figlie che esprimono quanto ci tenessero a lui nonostante tutto e una poesia che gli piaceva.

Dopo aver salutato gli ultimi amici mi avvicino alla bara per leggere cosa ha scritto mio zio. La scritta a penna, incisa nel legno morbido, dice “Al meglio non c’è mai fine!!!” Finalmente scoppio a piangere.

 

 

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