Int. 5 – Siediti

Ginevra, tornando a casa, trova il marito tormentato, con in mano la lettera di uno studio legale: è una comunicazione che scombussolerà la loro famiglia.

Prese il cappotto appoggiato sul bancone, spense le luci e, prima di chiudere la porta, aspirò, come ogni sera, l’odore delle storie d’inchiostro volate via dalla carta dei libri sfogliati e andate a riempire l’aria della libreria. Ogni volta che vedeva qualcuno aprire un libro, avvicinarselo al viso e voltarne le pagine, lei sentiva l’odore della carta nel naso. A volte era acre, a volte legnoso, a volte aveva un gusto di petrolio. Ma quello dipendeva dalla storia che voleva raccontarsi. E oggi era rassicurante corteccia di legno.
Sorrise, abbassò la serranda e, con passo lento, si avviò verso casa. Suo marito non sarebbe rientrato prima di un’ora, sua figlia stava ultimando le prove dal parrucchiere e lei non doveva preparare la cena, ci avrebbe pensato il ristorante per quella sera.
Arrivata a casa, dunque, non si stupì di trovarla immersa nel silenzio. Canticchiando, chiuse la porta e si avviò verso la cucina.

«Siediti».

Quell’ordine arrivato dal buio la fece sobbalzare. Lui se ne stava lì, seduto, con i gomiti appoggiati sul tavolo della cucina, nella penombra serale che già volgeva alla notte, una mano su alcuni fogli e l’altra stretta su una tazza piena di tè, o forse era tisana al timo dall’odore di miele di bosco, scorza d’albero fresca e fieno – e qualcos’altro che non riusciva a identificare – che aleggiava nell’aria. Vedeva, illuminate dagli ultimi sprazzi di luce, spire di fumo che salivano verso il volto dell’uomo e che subito venivano risucchiate dalle sue narici. E vedeva lui fissare, senza battere le ciglia, il liquido nella tazza. Le sembrava che rimanere incollato a quella tazza fosse per lui ragione di sopravvivenza.
Con il cappotto ancora indosso, appoggiò la borsetta sul tavolo, scostò una sedia e gli si sedette di fronte. Se ne rimase lì, in silenzio, a guardare la calvizie ancora solo accennata sulla sommità della testa del marito, aspettando il momento in cui lui fosse pronto a parlarle. Il profumo delle storie di carta era sparito e lei cominciava a sentire freddo.
Ma rimaneva lì senza muoversi. Poi, lui la guardò.
I suoi occhi la scrutavano da dietro un velo di umidità ed erano circondati da un’aureola bluastra. Non aveva pianto, non lo faceva mai, ma una ruga gli solcava la fronte a testimoniare preoccupazione.
Senza dire nulla, allungò verso di lei i fogli su cui la mano sembrava incollata. Lo strusciare della carta la fece rabbrividire: sentiva ogni fibra di cellulosa sbattere contro le venature del legno del tavolo mentre il marito le avvicinava i fogli. Con una mano lei si chiuse sul collo il bavero del cappotto e con l’altra li prese.
«Che cos’è?», non era sicura di averlo detto ad alta voce.
Con un cenno del mento lui le fece capire che doveva leggere.
La carta era di grana grossa, del tipo di quelle che trasportavano un messaggio importante o che tale pretendeva di essere.
«Accendo la luce, che così non vedo nulla», disse lei, alzandosi con i fogli in mano. Lui la guardò con un accenno di sorpresa, quasi non si fosse accorto di essere immerso nel buio della sera. Allungò la mano, come per trattenerla, ma la mano ricadde sul tavolo senza prendere nulla e una goccia di liquido
volò fuori dalla tazza. Era ancora piena.
La luce illuminò l’intestazione del primo foglio del plico.
“Studio Associato Avv. Colantonio & Figli”. Stava tornando verso il tavolo quando la gamba destra le cedette. Si appoggiò alla spalliera della sedia, gli occhi fissi sui fogli che si andavano sempre più arricciando nella morsa delle dita. Si sedette.

 

Gentilissimo Sig. Arnoldo Varani,
con la presente, esprimendole le nostre più sentite condoglianze, le comunichiamo il decesso di suo fratello, sig. Giulio Varani, nato a … il… Il nostro studio è stato incaricato di contattarla… testamento olografo… figlia naturale… in modo che lei e sua moglie possiate decidere se…

Sbatté più volte le palpebre mentre infilava un foglio sotto l’altro. E poi ricominciava. Li lesse per tre volte come se fosse una sceneggiatura e lei dovesse imparare la sua parte. Non riusciva a terminare le frasi mentre leggeva, ma il senso le era chiaro. Molto chiaro.
Appoggiò i fogli sul tavolo e piantò gli occhi addosso al marito: «Dobbiamo dirglielo».
Dietro il velo di lacrime, vide che lui la guardava, la bocca semi aperta da cui non usciva alcun suono.
«Dobbiamo. È un suo diritto sapere.»
Era sua quella voce? Quasi urlava, Ginevra.
La tazza aveva smesso di emanare spire.
«Sapere che cosa…?» La voce di lui era un sussurro che evocava la potenza del tuono in arrivo da lontano quando il cielo è carico di pioggia e di elettricità. «Cosa dovremmo dirle? Eh? Dimmelo tu! Forse che aveva uno zio di cui ignorava l’esistenza? Forse che suo zio non era suo zio? Figlia mia, sai, lo zio che non sapevi di avere era tuo padre. Oh, ma non preoccuparti, tanto è morto!»
«Non urlare, ti prego!»
«O le potrei dire che è scappato quando ha saputo che tu eri incinta! Che vi ha mollate così, senza neanche parlare con la sua famiglia!»
«Non è andata proprio così, lo sai…»
«Ancora lo difendi! Quando smetterai di giustificarlo? Quando, dimmelo! Ti ha costretta a bussare alla porta di uno sconosciuto! Ma certo, le potrei dire che, però, ti è andata bene perché quell’uomo ero io!»
«Sì, glielo devi dire! Glielo devi dire che l’hai amata ancor prima di conoscerla! Che la volevi una figlia! Che volevi lei! Glielo devi dire che è stata lei a farci innamorare mentre l’aspettavamo insieme!»
«IO mi sono innamorato di te! Solo IO, non tu!»
«Sei ingiusto. E lo sai.»
«Ingiusto? Sarei io a essere ingiusto? Tu pensi ancora a lui, continui a difenderlo! E cosa sei, tu, allora?»
L’eco di quelle parole rimbalzava tra le pareti della cucina e riempiva il silenzio. Fino al successivo grido di dolore dell’uomo: «Ecco le parole giuste! Figlia mia, non è cambiato niente e poi, lo vedi, tuo padre in fondo ti amava, ti ha lasciato un sacco di soldi!!!»
«Ti prego, smettila ora!»
«Non li voglio i suoi soldi, cazzo! Dopo diciassette anni, solo questo da lui, una lettera di un avvocato… codardo fino alla morte!»
Ginevra tremò quando il pugno dell’uomo si abbatté sul tavolo con tutto il peso del dolore e della frustrazione dentro. «E ora non potrò più dirglielo», lo sentì sussurrare. E tutte insieme piovvero via le parole che erano rimaste addensate sopra le loro teste.
Ginevra s’infilò le mani tra i capelli, incurante del fatto che così facendo distruggeva il lavoro del parrucchiere di qualche ora prima. Avevano deciso di andare a cena fuori tutti e tre, lei, lui e la loro figlia. Mezz’ora prima Ginevra chiudeva la libreria e si avviava verso casa con nel naso l’odore della carta di storie e nella testa solo la preoccupazione di quale vestito scegliere per la festa di compleanno della figlia.
Diciotto anni la settimana successiva, il 14 febbraio. Un traguardo importante. Li avrebbero festeggiati in un locale sulla spiaggia, scelto dopo mesi di ricerche. Le prove dell’acconciatura – perché bisognava essere attenti a ogni dettaglio – lei le aveva fatte all’ora di pranzo, in orario di chiusura della libreria. Sua figlia nel tardo pomeriggio, dopo la scuola.
Ginevra, i gomiti piantati sul tavolo e le mani tra i capelli, teneva gli occhi sulla goccia di bevanda che poco prima era fuoriuscita dalla tazza e che ora faceva da lente di ingrandimento al buco lasciato lì da un tarlo un paio di anni prima. Il tarlo lo avevano eliminato, ma il buco era ancora lì.
Prese la tazza e diede un sorso. Fece una smorfia. Era timo, freddo, con whiskey. Tanto whiskey.
Ginevra guardò il marito e incrociò lo sguardo di lui che la stava già guardando. Se ne stettero così ad ascoltare senza sentirlo il ronzio del frigo, unico rumore che segnava lo scorrere del tempo.
Il cane del vicino iniziò ad abbaiare e un momento dopo la porta dell’ingresso sbatté. Sussultarono. Lui le strappò i fogli di mano e se li mise, accartocciati, nella tasca interna della giacca.

Un uragano di freschezza entrò nella cucina e fece una piroetta.
«Che fate qui seduti? È ora di uscire!!! Guardate che spettacolo di acconciatura m’ha fatto Manuel! Dai che la voglio mostrare a tutti! È perfetta col vestito, vero papi?»
Ginevra lo vide voltarsi verso di lei, ne vide lo sguardo farsi carezza e un sorriso nascergli sulle labbra.
«Sei bellissima…»
La ragazza corse ad abbracciarlo e gli schioccò un bacio al lucidalabbra sulla guancia, rasata al mattino, che già vedeva ricrescere un’ombra scura.
«Pizzichi!», gli rise nell’orecchio.
Ginevra li guardava: una figlia che abbracciava il padre che ancora era il suo eroe, un padre che sorrideva all’irruenza del suo tesoro. Scostò la ciocca di capelli che le ostacolava la vista. Gli occhi del marito le gettarono addosso una supplica. Lei abbassò lo sguardo sul gonfiore della giacca di lui. Prese la tazza e bevve quel che rimaneva del liquido che sapeva di timo e di oblio.
Si alzò e appoggiò la tazza dentro il lavello.
Dietro di lei sentiva la figlia raccontare al padre della giornata a scuola, del professore strano che raccontava i fatti suoi in classe, di quella del secondo banco che si era addormentata durante la spiegazione della professoressa di filosofia, la più severa e autoritaria che avessero, e di come tutti fossero rimasti in silenzio, quasi senza respirare, mentre la prof. si alzava e andava vicino alla bella addormentata, di come si aspettassero un urlo da parte sua che, invece, l’aveva svegliata con una carezza, tornandosene in cattedra a spiegare il pensiero del tal filosofo, come se nulla fosse successo. Gli stava raccontando, senza prendere fiato, come faceva quando era felice, di come le persone a volte la stupivano, perché quella prof., che loro credevano fredda e distante, mi sa che lo sapeva che quella compagna di classe doveva lavorare il pomeriggio e studiare di notte. Mentre la figlia raccontava la vita di altri, Ginevra pensò, guardando la tazza sporca nel lavello, che non voleva macchiare la sua limpidezza, che non c’era bisogno che sapesse. In fondo, che cosa sarebbe cambiato?
Aprì il rubinetto e il getto d’acqua, sbattendo sul fondo della tazza, ne rimbalzò via tutto il contenuto.
Chiuse il rubinetto con uno schiaffo.
Nella tazza non c’era più alcun residuo di bevanda, solo un dito di acqua trasparente, come doveva essere. Sorrideva, ora, Ginevra.
«Papà, ti è caduto questo. Aspetta che te lo alliscio un po’ che è tutto spiegazzato! Ecco qui… oh… che significa?»
Si girò di scatto, in tempo per vedere suo marito strappare il foglio dalle mani della figlia. Gli occhi le caddero sulla giacca, il rigonfiamento era sparito.
«Che cos’è? Perché me lo strappi? Papà? Mamma? Perché non dite niente?»
Ginevra guardò il marito, le pupille erano dilatate, gli occhi sembravano due buchi neri. Guardò sua figlia che se ne stava lì, in piedi, con un’acconciatura perfetta e lucente a fissare ora l’uno, ora l’altra e non diceva più una parola. Guardò di nuovo il marito: un abbraccio, alla fine, aveva deciso per loro.
Lui annuì e si voltò verso la figlia: «Tesoro, siediti».

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