“Perché sono da sempre un corso d’acqua” di Kim de l’Horizon (Il Saggiatore)

Un romanzo che racconta come dev’essere vivere senza un genere definito in un mondo che ti urla che ti devi conformare.

Quando la nonna, la sua Grossmeer, inizia a perdere la memoria, Kim inizia a scrivere una sorta di memoir, mescolando eventi realmente accaduti e desideri, sogni e possibilità, in un parallelismo tra linguaggio e storia del corpo. Kim è una persona non binaria, agender, con una passione per i maschi, il sesso rapido, violento e privo di conseguenze, e rifugge dall’intimità dell’amore, dal calore tra persone. Come dice, “La mia anima ha molte porte d’entrata, ma nessuna buona per l’uscita”, e la stabilità non è una possibilità da prendere in considerazione. Il rischio di restare fermi, appassiti e statici non è la vita che Kim ha scelto e vuole.

Dal suo sentirsi fuori posto in una società creata per il binarismo di genere, alla ricerca delle storie sparse sui quaderni della nonna che ripercorre l’albero genealogico del ramo femminile della famiglia, guaritrici e streghe, donne appassionate e curiose di rimedi e guarigioni per il corpo e per l’anima, Kim cerca il suo posto, la sua identità che sfugge alle catalogazioni, perché, come scrive Oscar Wilde, “Definire è limitare”. Nel dialetto bernese della nonna, nel tentativo di rendere visibile il riscatto di ragazze stuprate, la memoria cancellata, rinchiuse nei manicomi, per ordine e volontà dei padri, dei mariti, dei fratelli, Kim ricrea il riscatto della nonna e della madre, che è rimasta incinta a 17 anni e la cui vita è stata interrotta, privata della possibilità di studiare, ma con la curiosità accesa verso lo studio dell’alchimia.

Come dev’essere vivere senza un genere definito in un mondo che ti urla che ti devi conformare? E la paura di essere fatt* a pezzi, a volte anche fisicamente, se metti lo smalto sulle unghie, senza neanche una particolare rivendicazione, ma solo perché ti piace, ed esitare a farlo? Io non lo so, non ho mai sperimentato questo tipo particolare di paura verso i mei simili umani, al sicuro nella mia identità di genere femminile, quello avuto alla nascita, che solo per avventura corrisponde a me, al mio essere. Ma sono da sempre affascinata da chi risulta persona non conforme agli occhi del mondo, senza sentirsi poi diversa dentro, perché è una persona fatta in quel modo e non può essere altro che così. Kim è un corso d’acqua per la sua identità fluida ma non solo, è una persona fluida perché non è a casa se non nelle parole, piuttosto che in un luogo, e se ha un luogo da chiamare casa non si tratta di un posto fisico, ma il ricordo della sua infanzia vissuta con Grossmeer, il cui sguardo opaco e appannato continua a fare male, ogni volta che la vede e la tocca. Come tessere disordinate di un mosaico, Kim tenta di ricondurre la storia dentro un percorso comprensibile, e, mentre lo fa, comprende anche le ombre della nonna e della madre, che hanno tentato di amare e vivere come potevano.

Il mondo esplorato da Kim ci porta dall’Europa afflitta dalla peste nera del 1348, fino alla Germania nazista, dove avere un faggio rosso piantato in giardino era, per la società bernese che tentava di ricreare il modello tedesco, un emblema di benessere borghese.

Cosa resta delle nostre storie, dei nostri corpi destinati all’oblio, se non il miracolo incandescente delle parole, la loro potenza salvifica, che è in grado di tradurre i desideri di chi scrive in azioni visibili a chi legge. Questo è lo sforzo di Kim, che, mentre cerca di raccontare la storia della sua famiglia, racconta il proprio bisogno di esistere, senza chiedere scusa o, peggio ancora, approvazione. Essere. Esistere. Siamo tutte Persone avvolte nel bozzolo estremo di ambivalenze e contraddizioni, con possibilità intatta di creare mondi, mentre cerchiamo di districare quel nucleo intimo di difficoltà che ci stringe alla gola, come un cappio. E, in questo tentativo, esistiamo.

 

“Io ho sempre sentito questa acquaticità della mia esistenza. Sono una fluidità, il mio corpo risuona, sono in costante e profonda risonanza con voi, con il passato, con i fantasmi che non avete seppellito, con i sentimenti che non avete vissuto.

Nella maggior parte delle lingue europee si distingue tra un essere e il suo corpo. Si parla di avere un corpo bello, magro, piccolo, grasso, brutto – non di essere un corpo, il vecchio concetto greco-romano-cristiano mens sana in corpore sano. Per me questo dualismo corpo-mente è sempre stato dolorosamente vero, anche se non ci ho mai creduto: non sono mai stato il mio corpo. Ero anche questo o quello ma mai «io». Naturalmente, il corpo non è solo una scatola in cui ci portiamo dentro. Essere un corpo, essere qui, è essere acqua al 75 per cento, ma è anche una pratica costante.

La mia lingua madre è il parlare. La mia lingua paterna è il silenzio. E la mia lingua è lingua, e la mia lingua è gocciolare, cadere, confondersi, scorrere, radicarsi, fluire”.

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Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti Equilibri sospesi, La ragazza di miele e altre storie (Progetto Cultura, 2016) e Diastema (Ensemble, 2020), e la raccolta di poesie Estate (Progetto Cultura, 2019). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, Stati di desiderio, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

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