Napoli

Le impressioni di una bambina del nord diretta a 'Nuova York' in una città fatta di caos e mancanza di spazio.

Ottobre 1977

Siamo arrivati a Napoli in un pomeriggio di sole quasi estivo. Mio fratello e io eravamo stati affidati alle cure della nostra nonna paterna, nonna Lucia, o nonna Lucina come la chiamavo io, che ci aspettava davanti alle vetrate all’entrata del grande palazzo al Vomero. Dovevamo infatti trascorrere a Napoli qualche mese prima di trasferirci a New York dove avremmo raggiunto nostro padre.

Il primo impatto con Napoli è stato il rumore e la mancanza di spazio. La sensazione era di caos, ma un caos con una sua logica. Nella confusione, la città manteneva una sua armonia anche se causata da un errore di calcolo. Infatti, era come se non ci fosse posto per tutte le cose e le persone che dovevano stare in quella città che era quindi costretta a cercare nuovi spazi espandendosi in salita.

Nonna Lucia era rimasta vedova da poco e, per non vivere sola dopo la morte di nonno Alfredo, andò a vivere con sua sorella Lina e la sua famiglia. Una volta si usava così. Il rimedio al dolore era la distrazione, la morte di una persona cara richiedeva nuovi equilibri, nuovi assetti da ricercare possibilmente fuori da sé.

Era ospite in quel nucleo famigliare, e noi con lei.

Era molto religiosa, ma di una religiosità quasi pagana fatta di gesti ripetitivi e ricorrenze.

Nel mese di maggio, il mese della Madonna, visitava tutte le chiese di Napoli con una organizzazione meticolosa. Alcune necessitavano un percorso in ginocchio perché la statua della madonna di quella chiesa voleva accussì. Mi chiedevo quale madonnina pretendesse un simile supplizio da parte dei suoi devoti. Durante gli altri mesi dell’anno, si recava nella chiesa vicino casa dove vi era una statua di Sant’Antonio a cui era particolarmente devota, per accendere un cero. C’era sempre qualche guaio da risolvere con il suo aiuto o un ringraziamento da fare. Non tutti i santi e le statue avevano gli stessi poteri. Mi spiegava minuziosamente l’ordine gerarchico dei santi e delle relative statue:

“San Gennaro è molto potente ma a’ statua chiù potente si trova dint’à basilica di San Gennaro ad Antignano. Le altre statue non sono accussì potenti!”

Mi spiegò che Sant’Antonio era come il medico generico. Poi se ci fosse stato bisogno di risolvere un problema specifico ci sarebbero stati gli specialisti da consultare: Santa Lucia, Santa Maria Francesca, Santa Rita…

Gesù, Giuseppe, Sant’Anna e Maria erano chiamati spesso in causa seguiti dal segno della croce.

Tornava a casa da quel rituale quotidiano con animo lieve, leggero come quando qualcuno di fiducia si prende carico al tuo posto di risolvere un problema. Tutte le preghiere e le raccomandazioni venivano rafforzate dal rosario serale, perché la madonna ci ‘mette na’ buona parola!’

Iniziai a Napoli la quarta elementare. Il primo giorno di scuola andai con lo scuolabus. Anche se era autunno, faceva caldissimo sotto il grembiule un po’ stretto dell’anno prima che nessuno aveva pensato di farmi misurare in tempo per capire se mi andasse ancora bene. Lo stesso valeva per le scarpe, troppo pesanti per quel clima ancora estivo, e troppo strette. Nessuno si preoccupava dei miei disagi, e quindi non me ne prendevo cura neanche io.

Durante il percorso per arrivare alla fermata dello scuolabus, dovevo attraversare una piazzola che era spesso stracolma di immondizia che emanava un tanfo nauseabondo sotto il sole forte di quell’ottobre. Ogni giorno restavo in apnea per qualche secondo in più.

Arrivai in classe e la maestra mi fece presentare ai miei compagni che non interruppero le loro chiacchiere e il lancio di areoplanini e gomme, spiegando che venivo dal nord, e che ero lì solo per qualche mese perché poi sarei andata a vivere a Nuova York, assai lontano. Insomma, una marziana per quella scuola di quartiere sgangherata costruita in un piazzale impolverato. Mi fece leggere una pagina di un testo per tastare il mio livello scolastico e commentò incredula:

“U Gesù Gesù, sta guagliuncell’ sape pure leggere!”

La scuola aveva troppi allievi per lo spazio disponibile per cui facevamo i turni: una settimana si andava la mattina e una il pomeriggio. L’orario in cui il pullmino veniva a prenderci variava a seconda del traffico e degli impegni dell’autista che qualche volta aveva una ‘commissione’ da sbrigare.

Napoli era molto diversa da tutte le città in cui ero vissuta. Non aveva il profumo di ginepro delle sere a Firenze, né il silenzio assonnato di Vercelli. Napoli era rumore. Napoli era disordine. Napoli era cibo. Sole caldo anche a ottobre. E musica. A Napoli non ero mai sola, nel chiacchiericcio di fondo di quella famiglia che non mi apparteneva, scoprivo il disordine di una città viva, l’odore delle melanzane fritte di prima mattina, la pasta al forno con le polpette immancabile ogni domenica, la cucina al centro della casa e della famiglia. Tutto si svolgeva lì oppure sul balcone dove si scambiavano notizie e pettegolezzi da un palazzo all’altro mentre si stendevano i panni e si provvedeva a un primordiale sistema di delivery della spesa ordinata alle botteghe per telefono attraverso un cestino che veniva fatto scendere dal balcone con una corda con maestria affinché non si attorcigliasse o si capovolgesse e veniva, una volta raggiunto il piano terra, riempito di latte, caffè e ogni provvista che i negozianti provvedevano a consegnare.

Era particolarmente importante che scendesse senza capovolgersi quando conteneva i soldi per il commerciante che aspettava sotto. Tutta l’operazione veniva gestita attraverso gli‘allucchi’– urla – a me incomprensibili ma che permettevano una perfetta riuscita di quei commerci.

Avrebbero probabilmente potuto usare l’ascensore, ma quel rituale era molto di più di una consegna della spesa. Era il legame tra le persone del rione, attraverso quegli scambi di corde si intrecciavano pettegolezzi e segreti. A volte, infatti, quei cestini non contenevano solo beni materiali ma messaggi d’amore segreti, che non potevano essere rivelati al telefono che era sempre strategicamente posizionato al centro della casa per le comunicazioni di servizio, non per le telefonate d’amore.

Non avevo in quella casa un posto in cui giocare o colorare. Le camere da letto venivano rassettate e utilizzate solo per dormire, non ci si poteva neanche sedere sui letti che dovevano avere il copriletto perfettamente teso né tantomeno giocare, ritenuta una attività inutile.

I compiti si facevano al dopo-scuola ed erano praticamente inesistenti. La mia stanza per i giochi era la mia fantasia.

Arrivò una telefonata di mio padre nel cuore della notte che ci comunicava che tutto era pronto per il nostro arrivo a New York. Quei pochi mesi a Napoli hanno portato nella mia vita il colore. Ho fatto mie le parole di un dialetto che è una lingua a sé. Napoli mi ha insegnato la contraddizione apparente dell’allegria e la malinconia, che possono coesistere e creare sfumature emotive. Appocundria, la profonda malinconia, legata a doppio filo alla condizione della ‘napoletaneità’.

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