Le figlie perdute della Cina

Tante madri vagano per il quartiere Esquilino e non si arrendono. Fang Li cerca la sua XinXin.

Il Centottantaquattro parte da Casalotti e arriva alla stazione Termini.

Cerco di aprire il finestrino per fare entrare un po’ d’aria, ma è bloccato. Dal vetro sporco vedo palazzi tutti uguali e strade polverose. C’è rumore di motori, odore di smog, caldo che appiccica. Abbasso le palpebre ed entro in uno stato di dormiveglia.

Affiora il ricordo del villaggio, dove l’afa veniva di tanto in tanto rinvigorita dai temporali e le bucce di frutta ai lati della strada marcivano, attirando nugoli di mosche che noi donne allontanavamo con ventagli di foglie di giunco intrecciate.

L’appuntamento è in un quartiere che si chiama Esquilino con un tipo, mio connazionale. Se riuscissi a fare tutti i passaggi che mi ha indicato Yi Min, potrei chiedere di partecipare a qualche affare, ottenere il visto e prendermi il tempo necessario per trovare XinXin. Ho lavorato sodo per anni nei campi e adesso è arrivato il momento di investire. Quello che ho in mente è uno di quei negozi pieni zeppi di oggetti che semplificano la vita. Il frullatore a sei velocità, i mini-disinfettanti per le mani, le scatole di plastica di ogni dimensione, il ferro da stiro che entra in valigia, il portachiavi con la lucina. La gente ha bisogno di essere rassicurata, vuole sapere che se deve prendere un volo può acquistare contenitori da 50 ml e cuscini per la cervicale a un prezzo conveniente rispetto all’aeroporto.

Ho intenzione di occuparmi io delle vetrine del negozio. Le voglio sfarzose come quelle del fashion store di Via Cossombrato, fatte apposta per essere contemplate. Copiare è un’arte, diceva mia nonna.

Il Centottantaquattro ha finito la sua corsa. Scendo e imposto il navigatore. Devo raggiungere piazza Vittorio, mi ha detto Yi Min. Vedo che la mappa riporta Vittorio Emanuele e mi domando se l’indirizzo è giusto, se c’è un altro Vittorio, se si tratta del nome o del cognome. Ma ormai sono qui e provo ad arrivare.

Farei di tutto per mangiare una zuppa fredda di pollo e verza, o dei ravioli al vapore. Trovo indigesto il cibo italiano: troppo pane, pasta e pizza. In attesa che la proprietaria dell’appartamento di Casalotti mi autorizzi a utilizzare la cucina, consumo i pasti in locali alla buona e mastico aglio per digerire. Oppure spilucco frutta secca e zenzero, nella speranza che questa sensazione fissa di ingorgo nello stomaco si attenui.

Le strade sono affollate. Il caldo e la luce eccessiva sullo schermo del telefono mi confondono: sto girando a vuoto, maledetto navigatore. Sono in via di Santa Prassede e noto una folla di turisti che si addentra nel piccolo portone di una chiesa. Spossata dall’afa, entro anch’io e mi siedo su una panca di legno. Fa fresco qui. Osservo una ragazza che pulisce il pavimento sotto la navata centrale; ha tratti asiatici, forse è filippina, potrebbe avere l’età di XinXin.

Ho il magone per non essere riuscita a tenere mia figlia con me. Avevo escogitato ogni possibile macchinazione burocratica per non perderla e ce l’avevo quasi fatta. Poi, dopo tre anni, i compagni dell’ufficio adozioni me l’hanno portata via. E solo molto tempo dopo, con l’aiuto di Yi Min, sono riuscita a scoprire che era partita dal villaggio con un volo diretto a Roma. Forse è stata adottata e abita ancora con i nuovi genitori, oppure ha una propria vita. Magari mi sta cercando.

Seguo la ragazza asiatica che va verso la cappella con i mosaici dorati. La minuta bellezza dei disegni che vedo attorno mi riporta al mio mondo. Questo posto deve avere radici millenarie. C’è odore buono di incenso e un senso di pace. Mi sembra di essere in un tempio, dalle mie parti, a meditare. Mi abbandono al ricordo per qualche minuto; poi, quando guardo l’ora sul telefono, realizzo che l’appuntamento è fra pochi minuti. Devo affrettarmi, accelero il passo, controllando continuamente il navigatore.

La freccetta mi segnala che sono arrivata. Guardo in giro, lo strano spazio del piazzale e dei suoi portici mi scompagina, penso che fatica capire dove andare, in questa città. Mi hanno detto che troverò il tipo seduto su una panchina, dentro il giardino al centro della piazza, vicino alle altalene. Finalmente lo vedo, avrà circa la mia età e anche lui si sta guardando attorno. Mi avvicino.

–  Sei qui per il negozio?

– Sì.

– Ce l’hai i soldi?

– Sì. Ho dei soldi da parte e potrei anche lavorarci, al negozio. Però devo anche dedicare tempo alla ricerca di mia figlia.

– Tua figlia è a Roma? Come si chiama?

– Sta per compiere vent’anni.

– Hai una sua foto?

– Sì, ecco. Qui era ancora bambina. Me l’hanno portata via e ne ho perso le tracce.

Estraggo l’immagine sgualcita di XinXin dalla tasca interna dello zainetto e gliela mostro. Lo supplico di darmi qualche informazione, se ne avesse. Lo so, siamo tanti, ma qualcuno avrà pure il controllo sulle presenze qui in città.

Apre un registro.

– Come hai detto che si chiama, la ragazza?

– XinXin, La conosci? È nel tuo elenco? Sai dirmi come posso fare per trovarla?

Ripeto alzando la voce di un tono.

– Signora… tu come ti chiami?

– Fang Li.

– Ascolta, Fang Li, farò il possibile per capire dove si trova tua figlia. Sappi però che il tuo non è un caso singolo. Ci sono tante altre madri e figlie disperse. E famiglie senza padri. Siete in molti a vagare per questo quartiere alla ricerca di familiari dispersi.

Mentre ci incamminiamo verso il negozio, mi spiega alcuni dettagli. Non c’è altro personale, oltre ai soci. E l’alternanza dei turni deve avvenire secondo certe regole.

– La domenica siamo in due, gli altri giorni in tre. Di notte una sola persona, che ha a disposizione un allarme per segnalare agli altri se si trova in pericolo. Per adesso siamo solo noi soci a coprire i turni. Senza assumere personale si fa prima a fare soldi.

– Ha senso – rispondo – La ricerca del denaro in breve tempo deve essere il primo valore.

Annuisce, sorride, apre il cassetto di una piccola scrivania vicina alla cassa e prende dei fogli.

– Allora, accetti?

– Era quello che stavo cercando – dico convinta.

– Dunque, manca qualche firma e poi dovrai anche fare dei documenti. Sai com’è, la burocrazia qui in Italia è complicata.

Firmo delle carte. Una volta finito, il tizio posa lo sguardo su una pila di giornali accatastati sulla scrivania. Sembra avere avuto un guizzo, ha da mostrarmi qualcosa. Sopra la pila c’è una pagina con la fotografia di una ragazza: magra, occhi spenti, lineamenti delicati. Me la mostra.

– Carina, chi è?

Lui gira la foto e leggo XinXin: 1991-2011. Porto le mani alle tempie, stringo i denti, schiaccio i gomiti stretti contro il petto. Con gli occhi umidi guardo verso il basso, le scarpe che ho ai piedi sono consumate, dovrò comprarne un paio nuovo.

Chiedo se posso fare un giro per gli scaffali, tanto per rendermi conto della merce.

Il tipo annuisce e allunga la mano verso l’interno del negozio, che significa vai pure.

Sola tra gli scaffali, mantengo lo sguardo distratto, verso una mensola piena di candele di ogni forma e dimensione. Mia figlia ha avuto un necrologio, è un buon segnale, vuol dire che la famiglia che l’ha adottata le ha voluto bene.

Il giorno dopo inizio a lavorare, facendo finta che XinXin non sia mai esistita.

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