“Pearl” di Siân Hughes (Atlantide)

La protagonista di questa storia si scontra con ogni minaccia di conformismo, arriva a rinunciare al cibo, a fare uso di cannabis, in parte per stordirsi, in parte per far diventare reale il suo strisciante senso di vergogna per non aver capito sua madre.

Un giorno una madre, una moglie, una donna, che sembrava felice, esce di casa e scompare nel nulla. Un freddo e piovoso pomeriggio di febbraio, le sue impronte accanto al fiume, impresse nel fango, come una mappa che segna un confine, fanno pensar al peggio. Chi è Margaret, la donna scomparsa che lascia dietro di sé frammenti di una famiglia, Edward, Marianne, la figlia di 8 anni, e il neonato Joe. Attraverso la voce ferita e intrisa di una dolente lucidità attraversiamo, insieme ai dubbi, al senso di colpa e di inadeguatezza di Marianne, la voce narrante, l’intero percorso stordente e magico di Margaret.

Dopo la scomparsa e le invadenti indagini, che non forniscono nessuna certezza ma alimentano i dubbi e i sospetti verso le scelte originali di vita di Edward e Margaret, tra cui quella di educare a casa la bambina, Marianne, privata del suo legame con la madre, perde contemporaneamente ogni appiglio con il mondo e la sua stabilità. Dimentica come si fa a leggere, si rifiuta di iniziare un percorso scolastico che, senza la presenza a casa della madre, diventa necessario, durante la giornata lavorativa del padre. Marianne si rifiuta di sottostare alle regole di quel mondo che le ha portato via la madre, il suo pezzo di incanto e felicità. Nel tentativo, incessante come la pioggia inglese di fine inverno, cerca risposte nei libri che la madre le leggeva, in particolare nel poema epico-cavalleresco Pearl, contenuto in Sir Gawain e il Cavaliere Verde.

Durante la vita che avanza, nella fine dell’infanzia e nell’adolescenza, Marianne si scontrerà con ogni minaccia di conformismo, arrivando a rinunciare al cibo, a fare uso di cannabis, in parte per stordirsi, in parte per far diventare reale il suo strisciante senso di vergogna per non aver capito sua madre. Sarà una rivelazione, detta con la cattiveria e la noncuranza di una ragazza che l’ha usata per vincere la noia, nel modo a tratti violento degli adolescenti che sanno di poter esercitare potere in una relazione, a farle iniziare un percorso, dolorosissimo, di autoconsapevolezza. Solo nella sua vita adulta, dopo aver perso e ritrovato se stessa un numero notevole di volte, dopo relazioni fatte di fame e poco altro, e una maternità imprevista e desiderata, una chiusura ideale del cerchio, le darà, forse, una serie di possibili risposte. Forse.

Le persone che amiamo, il cui respiro ci ha nutrito, spesso sono quelle che ci eludono con più facilità. Non sappiamo nulla della vita segreta e dei dolori dei nostri genitori. E dei buchi che ci lasciano dentro l’anima, quando scompaiono. Questo è un libro sul dolore, sulla nostalgia, sul tentativo di sopravvivere al tempo che cancella le impronte e le parole, gli odori familiari di legno marcio, cannella, paglia, arancia e pane tostato. Il cerchio giallo di luce che si accende le sere d’inverno, dove dalla finestra, a chi cammina veloce, non può sfuggire l’immagine di una bambina che ascolta una storia e una mamma che la racconta.

 

“L’anno in cui mia madre scomparve il letto del fiume era diventato di fango rosso, per tutti gli stivali che l’avevano calpestato. L’acqua era densa e rossa e sabbiosa. Sulla curva gli argini erano stati schiacciati, riducendosi a bordi dalle buche profonde.

Non trovarono mai un biglietto d’addio. Non c’era bisogno di trovarlo. Ogni cosa che mia madre ci lasciò era un biglietto d’addio. Le canzoni che lasciò nella mia testa, le favole, le filastrocche in rima che intonavamo quando saltavamo la corda, le conversazioni con i morti. La teiera marrone al centro del tavolo, al sicuro dai suoi bambini. Il pane che lievitava nell’ultimo cassetto della stufa. Il profumo di menta fresca dalla finestra aperta.

Il biglietto era in ogni cosa, e ogni cosa fu distrutta, il suo significato perduto, il profumo della menta seppellito dal fango, l’odore buono del pane trasformato in lievitazione sterile, i cataloghi stropicciati per l’acqua, le pagine incollate l’una all’altra, Alice nel paese delle meraviglie dimenticato, la pagina mai girata, il maglione disfatto.

Ogni cosa nella mia vita fino al giorno in cui lei scomparve era la prova della felicità”.

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Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti Equilibri sospesi, La ragazza di miele e altre storie (Progetto Cultura, 2016) e Diastema (Ensemble, 2020), e la raccolta di poesie Estate (Progetto Cultura, 2019). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, Stati di desiderio, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

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