Torre Annunziata

Nel luogo in cui ciò che vive ha vita breve.

“A Torre Annunziata non c’è più nulla di salvabile.” Ecco il nostro motto di provincia.

Fatti un giro in città. Lo borbotteranno alle tue spalle, mentre siedi a un tavolo del bar all’angolo di via Gino Alfani. Suona come una sentenza densa e fumosa, che non scompare sparpagliandosi come coriandoli il 22 ottobre. Al massimo ce la si passa di mano in mano per paura del suo peso, poi fa un bel giro della rotonda, e con una rovesciata all’indietro casca dritta nel sugo della domenica. E da lì la ritroverai in bocca al nonno, all’operaio sotto casa, al pescivendolo giù al porto che, per imparare la lingua del mare, s’è scordato l’italiano. Poi d’improvviso smetterai di pensarci e, mentre ti ritiri a tarda notte, lungo il corso principale ti sentirai osservato, o meglio, perseguitato. Aspetti il rombo dei motorini che, a quell’ora, trasformano la città nel loro personale circuito di Monza. Ma poi, svoltando su Via Vesuvio, non noterai altro che un gatto, pelo irto e nero, e occhi gialli, piccoli e rotondi, come i venti centesimi. Restano sospesi nel buio, posseduti da una luce bianca, famelica. Ti seguirà fino al portone, si renderà conto che non ne vali la pena, e ritornerà alle tenebre da cui è emerso, simile alle barche nell’alba nebbiosa. La mattina seguente, mentre torni ai fatti tuoi, qualcosa tra i rifiuti ti sembrerà familiare. Ci sono i suoi simili appollaiati sul cofano delle automobili, ti fissano senza muoversi, infastiditi dal tuo ingenuo stupore. Eppure sembra che vi stiate tutti chiedendo la stessa cosa: “Chissà se ha lottato fino alla fine?” Non giunge alcuna risposta, se non una gelida folata di vento dall’alto, in cui risuona, spietato, il garrito dei gabbiani.

Così funziona Torre, ciò che vive ha vita breve.

Lo sanno bene i naufraghi del Politeama, un semplice “Cinema teatro” che per loro costituiva la fuga dalla bruttura della scuola. Oppure un premio ambito, da riscuotere il sabato sera, prima di riunirsi in otto attorno a un tavolo da quattro dal “paninaro” di fiducia, a Piazza Ernesto Cesaro. Pensa che non ha mai avuto l’aspetto di un teatro! Così sgangherato e decadente, proprio come i ragazzini che accoglieva – e ti assicuro che ce ne entravano un bel po’, in quelle tre amate sale. Quella più grande era una vera e propria platea dove tutti abbiamo pianto, applaudito, urlato, mangiato di nascosto. Su quel palco inclinato verso il basso, qualcuno ha scoperto la pace dopo tanto brancolare, gli applausi per le recite scolastiche scacciavano i fantasmi del passato. Qualcun altro, invece, non ci è più ritornato, ma non avrebbe mai compreso di volere altro, se non avesse dimenticato il copione in un battito di ciglia. Se ti capita di intrufolarti là dentro, cerca bene nei camerini, nei bagni, persino nel cortile sul retro: da qualche parte c’è un bracciale, da tempo smarrito. Avresti dovuto vederla, quella poverina della sua padrona, che usciva dal teatro col naso rosso per il freddo e le guance cremisi di rabbia. “Tanto poi torniamo a prenderlo”, le hanno detto. Che cosa c’è di più spaventoso di una promessa?

Chi lo sa? Dal canto nostro, forse, il fatto che, dopo due anni di baratro, a tradirla sarebbe stato proprio il Politeama. D’altronde, così funziona Torre.

Uno dopo l’altro, tutti i porti cui i naufraghi del Politeama erano approdati sprofondano senza far rumore. Chiude il paninaro, sbiadisce l’unica libreria, non possono nemmeno rifugiarsi nelle classi del liceo, che tanto avevano faticato per lasciarsele alle spalle. Tocca attraccare altrove, e il ritorno in patria risuona come un tedioso contrappasso quando, alle nove passate, riscoprono il corso e il lungomare deserti. In questo silenzio profondo, su cui ondeggia incessante l’eco del mare, fa paura non distinguere più i contorni delle ombre sull’asfalto, la curva della rampa, il binario sottostante lungo cui non fischia alcun treno. Fa paura trovarsi di fronte al proprio mare, ascoltarne il boato, non ricordarne più il sapore sulla lingua. Che sarà mai, stavolta? Arrivederci o addio?

Così funziona Torre: prima sei a casa, l’attimo dopo sei solo uno spirito errante. A quel punto non resta che risalire al principio, nell’entroterra della memoria.

Tutti sanno che esiste un’invisibile linea di confine: varcata questa soglia, delle dimensioni di un marciapiede, l’aria si imprime di un’altra lingua, tessitrice di una cultura sconosciuta e primordiale. La Chiesa del Carmine, arroccata alla fine della scalinata che si srotola verso il porto, con la sua mano gelida recide Torre Nord – il bello che è falso, la calunnia ingioiellata – e intreccia Torre Sud – il brutto che è vero, la moina trasparente. Quasi nessuno, però, sa che nel mezzo esiste e resiste uno spazio rettangolare che è terra di nessuno, e pertanto è di chiunque. Per i naufraghi del Politeama, essere qui significa tornare alla spiaggia da cui sono sbarcati per la prima volta. Proprio in questo piccolo e caloroso locale, infatti, prendevano vita i copioni dei loro spettacoli, tra una pausa caffè e un dialogo che non andava proprio. I giochi di società, tutti ben impilati sulle mensole all’ingresso, non aiutavano solo a ingannare il tempo, in attesa delle idee, ma erano un vero e proprio addestramento. Tutte quelle ore passate a sfilare i mattoncini di Jenga… qualcuno dice che giocavamo e basta. Io vi dico che ci allenavamo a campare, perché ci sarebbe crollato tutto addosso, se non avessimo mantenuto la calma e il sangue freddo. “Nonsolocaffé”, un nome, una formula magica. Ti appare in testa e senza volerlo ti trovi lì… quando becchi l’orario esatto! Perché è imprevedibile, come le scale di Harry Potter, e non capisci mai davvero quando è aperto. Ma pure se le prime volte fai cilecca, quando la saracinesca si alza, puoi contare sul fatto che c’è un posto lì pronto per te.

Oggi come allora, la mistura è molto simile. Ci si siede al tavolo, quello che capita, sedia o divanetto che sia, ciò che conta è trovarsi qui. Un tempo eravamo di più, alcuni di noi sono salpati verso altre isole, altri ci hanno spinto tra gli squali per alleggerire la zattera nella tempesta. Talvolta ritornano, sono spettri sbiaditi che abitano le parti ombrate della sclera. Quanto a chi è rimasto, qualcuno non parla senza prima aver bevuto; qualcun altro attacca bottone ancora prima di aver varcato la soglia. Mentre uno di noi armeggia tra gli scaffali, alla ricerca del gioco giusto, una bevanda calda ci tira di bocca un sospiro di sollievo. A villa Parnaso ora ci sono due panchine, sulla prima si scrive di giustizia, sulla seconda si incide l’amore. Dalla sua terrazza si sente il mare, ci richiama di continuo, e noi non siamo gente che si fa pregare assai.

Conosciamo bene le nostre acque torbide. Anche quando si scuriscono e reclamano vittime, anche quando non si placano per aiutare noi, che attendiamo un segno dal bagnasciuga, abbiamo la certezza che prima o poi salperemo ancora, e ancora. Questo mare, plasma del nostro sangue, scurito dalla sabbia vulcanica, trattiene sul fondo un fondale di meraviglie. Ed ecco che dallo scuro i torresi sanno tirar fuori i santi, incastonati in cornici di legno.

Adesso sai che, a Torre Annunziata, non c’è niente di più salvabile.

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