Calvario

A “X”, per giocare, c'erano solo la fantasia, i piedi e le mani. Anche la voce, ma bassa, finché si era per le strade.

Per arrivare a “X” dovevamo passare attraverso la “strada dei Briganti”.

Si faceva buio all’improvviso. I rami intrecciati degli alberi chiudevano la vista del cielo e i tronchi sembravano nascondere le ombre di furfanti, pronti ad assalirci nel caso ci fossimo fermati. La carcassa di una vecchia Bianchina, lasciata lì nel dirupo, ne sembrava la conferma.

Una volta a casa, cominciava la processione dei cesti di vimini tenuti sulla testa, pieni di prodotti freschi della terra, la nostra generosa terra, che era curata da mani con ossa nodose, da gonne che strusciando si orlavano di fili d’erba e rametti, da bretelle che tenevano i calzoni, perché la cinta era una frusta da usare sugli animali e talvolta sugli esseri umani.

A “X”, per giocare, potevamo usare solo la fantasia, i piedi e le mani. Anche la voce, a dire il vero, ma bassa, finché giravamo per le strade.

Poi, superato il ponte dopo la Chiesa Madre, potevamo liberarla, mentre i passi da lenti diventavano corsa verso i campi, verso quella che ci sembrava la libertà. Lontano dai grandi, lontano dai loro occhi ammonitori.

“Non sta bene, ricordatevi chi siete”.

Pensavamo di essere bambini come gli altri, ma lì a “X” era tutto diverso e anche noi, evidentemente, lo eravamo.

“Chi siete? A chi appartenete?”, qualcuno ce lo chiedeva per strada.

Nico, il figlio del Farmacista, diceva: “E che non lo sapete? I nipoti dell’Avvocato, i figli del Dottore e della Sorella del Dottore”.

Allora, ci salutavano con una specie di inchino, alzando leggermente il cappello dalla testa.

Noi ricambiavamo con uno stiracchiato “Buongiorno”, per educazione come ci avevano insegnato, e poi riprendevamo il nostro cammino verso la meta che avevamo deciso seduti sulle scale interne di casa, perché nessuno potesse ascoltare i nostri piani.

“Cimitero o Calvario?”

“Facciamo la conta. Anghingo’… Calvario! Sì, dai, è uscito Calvario, andiamo”.

Uscivamo in formazione serrata, i maschi all’esterno, noi bambine tra di loro. Così restavamo fino a superare l’abitato. Poi, le fila si scioglievano e la nostra uscita riacquistava il sapore di una passeggiata.

Il ponte sul ruscello aveva le sponde basse: ci affacciavamo restando un po’ distanti, mica come Nico che ci saliva sopra e faceva l’equilibrista, mentre ci canzonava: “Voi di città, mica ce lo avete il coraggio che c’abbiamo noi”.

Facevamo spallucce, guardavamo i gorghi dell’acqua che passava rapida tra i sassi levigati e le donne, col fazzoletto in testa e il grembiule bagnato, che stendevano sulla riva le lenzuola appena lavate. Le salutavamo con la mano, poi andavamo oltre. La strada era costeggiata da ulivi dai grossi tronchi nodosi e storti, come fossero stati deformati dal carico dei tanti anni che avevano sulle spalle. Erano secolari ma, nonostante le bacchettate che ricevevano quando era il tempo della raccolta, non smettevano di nascondere le loro piccole gemme verdi tra le foglie argentate.

Uno dietro l’altro arrivavano fino alla cima della collina e tra quegli alberi, noi giocavamo a nascondino.

“Tana per te. Tana per tutti”.

Con lo scricchiolare, sotto i nostri piedi, del tappeto di foglie, erba, rami e sassi e con le nostre urla, violavamo il silenzio della natura a cui il frinire delle cicale faceva da sottofondo.

“Non vale, Nico, hai barato. Ti sei voltato prima”.

“Io ho contato. Siete voi che siete lenti”.

Ma lo sapevamo che saltava le decine, e quando succedeva ci rimanevamo male.

Quel luogo non era più un uliveto, ma l’Orto di Getzemani.

Il malumore, però, passava in fretta. Sudati e stanchi ci sedevamo sulle panchine a ridosso della biforcazione della strada. La domanda era sempre la stessa.

“Calvario o Cimitero?”

Ci piacevano entrambi, come meta per le nostre scorribande. Al Cimitero, in silenzio, controllavamo le lapidi alla ricerca di quelle più vecchie, guardavamo le fotografie, immaginavamo storie. Poi come ci avevano insegnato, recitavamo l’Eterno riposo per i nostri morti e per tutte le altre anime.

“È uscito Calvario, no? Andiamo lì, sennò che l’abbiamo fatta a fare la conta”.

La strada del Calvario era in salita, facile da fare finché a un certo punto le nostre gambe diventavano pesanti. Così, ci sedevamo ai piedi di una delle edicole, variabilmente tra la sesta e l’ottava, tiravamo fuori la nostra merenda e, in silenzio, mangiavamo.

Già, in silenzio. Perché quello era il Calvario.

Poi, riprendevamo la salita, fino ad arrivare in cima alla collina dove la croce svettava e abbracciava il cielo e la valle.

Era uno spettacolo tutto. Il verde delle colline, l’azzurro del cielo, il sole che lentamente scendeva ammorbidendo il suo bagliore, e noi, che immersi nell’aria, nella brezza estiva, nei profumi della natura, sembrava respirassimo veramente per la prima volta.

I giorni a “X” passavano così, quando noi eravamo bambini e dei fatti dei grandi non ne sapevamo nulla.

Ma il tempo cambia gli uomini e le cose.

Ti avevo visto sostare nell’Orto di Getzemani, guardare le piante di ulivo, accarezzare le foglie, scostare i rami per vedere le gemme.

“Avremo una buona raccolta”, avevi detto.

Ma, poi, avevo visto i tuoi occhi oscurarsi, parlando con quegli uomini.

“Sono dei briganti, dei furfanti, dei…”, le tue parole diventavano sempre meno gentili.

Ti avevo accompagnato per l’inerpicata del Calvario. Mi avevi preso per mano, quando avevo cominciato a restare indietro, e, raggiunta la cima, avevamo guardato la terra che tu amavi tanto.

“Pensano di potersela prendere, adducendo l’usucapione. Vatti a fidare degli amici”.

Il tradimento era la croce che ti sei portato dentro, fino alla fine.

Ci sono voluti anni di lotte, dopo le tue, perché la tua terra tornasse a noi.

Ma tu, già riposavi nel Cimitero di “X”, perché, nonostante gli uomini, non avevi mai smesso di amare quei luoghi.

Per arrivare a “X”, la strada è sempre la stessa. La Bianchina, però, l’hanno rimossa dal dirupo, mentre ora, lungo la “strada dei Briganti”, ci si può fermare e, nel silenzio delle voci umane, immergersi nella dolcezza del sottobosco: il tappeto di ciclamini, il vociare delle fronde, degli uccelli e, in lontananza, lo scorrere fresco dell’acqua di un ruscello. Ora sa di pace.

 

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Ester Arena

Medico legale, vive a Roma. Abituata a cercare e osservare i dettagli patologici, scrive raccontando la vita e l’animo umano, dopo averne sezionato ed esaminato gli angoli bui. Ha pubblicato racconti su magazine letterari e su antologie, il romanzo “Il piano cartesiano dell’amore” (Il seme bianco, 2018) e la raccolta di racconti “Ground Zero” (Ensemble, 2022)

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