“Trofeo” di Emanuela Cocco (Zona 42)

Un romanzo che ci mostra una mente umana piena di crepe, un cacciatore di umanità vulnerabili, che mette a confronto con la sua stessa vulnerabilità.

Che succede quando la normalità della vita, che sembra destinata a scorrere placida, a tratti persino scontata, si scontra con un accadimento eccezionale e mostruoso?

Una ragazza qualunque entra in un negozio e compra una gonna color blu scuro, con effetto metallizzato, una tonalità fredda, che all’inizio non le sembra adatta cromaticamente al primo appuntamento con uno sconosciuto. La palpa, la prova, la valuta.  Chiede consiglio sul lavaggio. E, dopo una certa incertezza dovuta al colore, la compra. La commessa, con la gentile sollecitudine delle commesse, le chiede com’è quest’uomo che deve incontrare. La ragazza, pelle chiara e chioma rossa, risponde quietamente che non lo sa. È piena di curiosità e di aspettative. Paga, esce dal negozio. Va all’appuntamento. E viene uccisa dall’uomo che aspettava di conoscere. Il suo appuntamento è un serial killer che le strappa la gonna e la porta nel suo rifugio. Un trofeo di caccia. La gonna, impregnata di sperma e di sangue, sudore, lacrime e muco della ragazza viva, diventata ragazza morta, oggetto scartabile, racconta la storia che sa, che ricorda, i frammenti luminosi della sua permanenza sul corpo. Condotta nella casa del killer, incontra altri trofei come lei, oggetti spogliati ai proprietari, ognuno ansioso di raccontare, con la sua voce personale, roca, incrinata, o profonda, la storia della persona alla quale è stato portato via. Così come noi ci ricordiamo degli oggetti, anche gli oggetti si ricordano di noi. Ed è attraverso la voce dei trofei, gelosamente custoditi, che cercano le parole adatte a descrivere spaesamento e rabbia, sconforto e delusione, che vediamo le persone alle quali quegli oggetti sono appartenuti, che fluttuano nel limbo della terra dei non vivi ma non dei dimenticati. Vogliono essere visti, vogliono prepotentemente non scomparire, prima che una qualche traccia della loro fine sia stata resa visibile a occhi e mente umana.

In qualche modo noi umani, con la nostra fragile e illusoria vita, siamo legati agli oggetti che indossiamo e che a loro volta indossano le nostre più riposte speranze, e che continuano a raccontare di noi, oltre la disgregazione delle nostre friabili ossa. Non c’è altro. Siamo vivi quando respiriamo e quando smettiamo lasciamo vivere altri organismi.

I trofei dialogano tra loro, gelosi e talvolta poco espansivi, indecisi su quale sia il valore da dare alla parola adatta per rendere comprensibile la storia che raccontano con la loro stessa essenza.

In questa novella l’autrice, in maniera impeccabile e lucida, ci mostra una mente umana piena di crepe, un cacciatore di umanità vulnerabile, che confronta con la sua stessa vulnerabilità quando la ferocia si è esaurita. La speranza tradita, l’innocenza calpestata e brutalizzata ci sbatte addosso con le parole degli oggetti, alcuni simboli di gioco e amore. Senza giudizio, senza una catalogazione del bene e del male che non appartenga al lettore stesso, la narrazione serrata si aggancia al filo di sangue, denso e scuro, che ricopre come una patina di polvere l’anima smarrita del killer. Ogni parola fa da contraltare a una ferita inflitta, a un proposito maniaco e omicida, alla furia cieca e insensata, al bisogno struggente degli oggetti di non cedere all’oblio.

Solo un evento può far perdere la voce personale ai trofei, e per scoprirlo dobbiamo leggere la storia fino all’ultima riga dove, oltre a una forma di soluzione, troviamo anche una certa, forse momentanea, forma di consolazione. Perché la tenacia dei sentimenti umani supera la corporeità e la limitatezza che ogni corpo ha, per il semplice fatto di essere corpo.

 

“Sei entrata nel negozio. Questo è il mio primo ricordo. Sono io. Sono io quella che fa per te. Prendimi. Non passarmi davanti senza fare niente. È vero forse sono fredda, ma non lasciarmi qui. Dalla prima volta in cui sei entrata nel negozio sono stata subito tua. Tu ci hai messo di più a capirlo. Pensavi fossi troppo fredda.

Fredda? – ha chiesto la ragazza.

Il colore, – hai risposto, e poi mi hai messa via.

Questo è stato il nostro primo incontro. Ora ricordo il dolore intenso di quando mi hai lasciata andare. È stato come venire spogliata di tutto. Come guardare indietro e vedere che ogni cosa era appena stata cancellata.  Posso raccontarlo perché ho il tuo cuore dentro. Penetra nelle mie fibre, mi dà questa voce che sibila ferite e ferisce. Un dolore che prima non avrei potuto riconoscere. Mi fa male eppure non voglio che smetta”.

 

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Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti Equilibri sospesi, La ragazza di miele e altre storie (Progetto Cultura, 2016) e Diastema (Ensemble, 2020), e la raccolta di poesie Estate (Progetto Cultura, 2019). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, Stati di desiderio, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

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