“Il babbo di Pinocchio” con Paolo Ciampi

Parla l'autore di un libro che racconta l'incontro in una notte fiorentina con un uomo che dice di essere (o forse è) Carlo Lorenzini.

Mi chiedo talvolta cosa sarebbe stata la letteratura italiana se invece del Manzoni, o magari insieme ai Promessi Sposi, a scuola avessimo letto per un intero anno Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi, cioè Carlo Lorenzini. Me lo chiedo perché la nostra letteratura, che ancora mi pare moraleggiante e sempre un filino ideologica, sarebbe stata illuminata dall’invenzione fantastica del genio fiorentino che solo apparentemente parla ai “bambini” (certo pure lui moraleggiando, però al contrario). E comunque, la sua fortuna – soprattutto all’estero – sopravanza di gran lunga quasi tutto il resto delle nostre opere letterarie. Basti pensare che in un film sull’intelligenza artificiale del 2001, IA – Intelligenza artificiale, opera sorta in collaborazione involontaria tra Kubrick (deceduto) e Spielberg (regista effettivo), viene citato esplicitamente e offre alla trama la svolta della vicenda. E come dimenticare Pinocchio di Guillermo del Toro che è stata l’ultima – per ora – bellissima rivisitazione dell’opera e del personaggio? E compare anche in un bel romanzo recente tra quelli che abbiamo presentato nel Palazzo del Freddo a Roma, sede della Scuola Genius, Paquito e la Juma di Marco Rinaldi.

Così, quando vedo un Pinocchio nuovo tra i libri, lo cerco subito.

Quando è uscito Il babbo di Pinocchio di Paolo Ciampi (Arkadia 2023) l’ho letto con gran piacere. Ciampi è un giornalista e scrittore fiorentino che ha scritto una trentina di libri (alcuni candidati allo Strega) e che in questa sua opera immagina lo strano incontro tra un comune cittadino fiorentino e Carlo Lorenzini, ma non ai tempi del Pinocchio, bensì oggi. Sarà proprio lui quello che gli narra la sua esistenza non facile, uomo fragile e disilluso, oppure è un impostore, un poveretto fuori di testa? Sta al lettore scoprirlo, noi intanto ci facciamo una chiacchierata con Paolo Ciampi (che potete vedere nella foto di una sua suggestiva presentazione fiorentina).

 

Hai scelto di parlare dell’autore di Pinocchio perché lo consideri un capolavoro (come del resto molti di noi)?

Non direi che sia stata questa la molla. Il Pinocchio è certamente un capolavoro, direi anzi un libro universale, il più tradotto nel mondo assieme al Piccolo Principe e allo stesso tempo un libro per tutte le età. Ma io ero intrigato dall’uomo che c’è dietro al Pinocchio, tanto dietro che in effetti si è nascosto dietro uno pseudonimo. A Carlo Lorenzini, per tutti Collodi, peraltro c’ero arrivato per altra strada, inseguendo il suo straordinario lavoro di giornalista all’epoca di Firenze capitale.

La voce narrante di questa storia si rivolge a qualcuno, che si rivela solo alla fine. Perché questa scelta?

Premetto che non si tratta di una biografia, benché credo di essermi mantenuto fedele a ciò che della vita di Collodi è possibile conoscere: che poi non è moltissimo. Ma in ogni caso il libro è soprattutto  la storia di un incontro tra la voce narrante e Collodi, in una notte d’estate a Firenze, incontro che consente di incrociare due vite e scoprire somiglianze e affinità. Tutto questo si fa racconto e quel ‘tu’ è figura importante per Collodi, per la voce narrante e anche per il sottoscritto.

 

Come hai lavorato nel romanzo sulla voce, sul linguaggio di Carlo Lorenzini?

Era inevitabile cercare di adoperare la voce di Carlo Lorenzini, in un libro che si interroga anche sul rapporto tra un autore e la sua opera. Ci ho provato assimilando prima ancora che la lingua del Pinocchio, la lingua del Collodi giornalista, con la sua penna sempre pronta alla battuta ma anche a mettere il dito nella piaga, da grande moralista capace come pochi di raccontare i vizi e le virtù della gente. Ci sono articoli che mantengono intatta la loro freschezza, a cui non aggiungerei o leverei nulla. Ci sono espressioni e invenzioni linguistiche memorabili come quelle che nel Novecento ci hanno consegnato Indro Montanelli o Gianni Brera. Di alcune mi sono appropriato per riconsegnarle al personaggio del mio libro.

 

Il tuo è anche un modo per parlare di Firenze?

Sì, racconto un vagabondaggio notturno che ridisegna una mappa di Firenze. Mi misuro con la città vetrina turistica, ma provo a rifugiarmi anche in una città meno conosciuta e frequentata. Sto nel presente ma mi aggancio alla Firenze dell’Ottocento, in un gioco di rimandi. Di sicuro questo è anche un atto di amore, ma alla fiorentina. E i fiorentini, si sa, devono parlare male di ciò a cui vogliono bene.

 

Che rapporto hai scoperto tra Carlo Lorenzini e Geppetto? C’è qualcosa che li accomuna?

In fondo entrambi hanno dato vita a un burattino. E il Pinocchio è un libro dove il tema della ricerca del padre è forte. Il rimando in questo caso è anche alla vita di Carlo Lorenzini stesso, uomo che ha perso presto il padre, ma che non ha potuto essere padre a sua volta: il burattino è il suo unico figlio.

 

E tu, dovendo scegliere, ti senti più Geppetto o Pinocchio?

Senz’altro Pinocchio, con la stessa inclinazione a resistere poco alle tentazioni che peraltro accomuna il Pinocchio a Oscar Wilde. Però Geppetto è un personaggio di una straordinaria tenerezza. Avremmo bisogno della sua umanità – incardinata nella modestia e nella dignità del lavoro – in questo nostro mondo.

 

Pinocchio è il simbolo del bugiardo, cosa pensi delle sue bugie?

Penso che tutti in fondo si costruiscono un’immagine di se stessi che ha più a che vedere con un intreccio di interessi, presunzioni e convincimenti assolutamente discutibili. E penso che in realtà la storia di Pinocchio non sia la storia di un bugiardo, ma la storia di un personaggio che riesce a diventare se stesso. Tanto che il burattino di legno alla fine diviene il bambino in carne e ossa.

 

E della bugia, in genere, cosa pensi? Ti fa ribrezzo o la giustifichi in certe occasioni? Da giornalista la usi mai, per esempio nelle interviste per raggiungere qualche scopo?

Sono convinto che l’intenzione valga sempre di più della parola. E il problema semmai è che tante volte la parola non è all’altezza dell’intenzione. Diffido dai fondamentalisti della verità a ogni costo, che poi in genere hanno da imporre solo la loro verità.

Quanto al mio lavoro di giornalista, posso aver commesso sbagli, ma non adoperato bugie intenzionali. Piuttosto certe volte ho optato per il silenzio, che può essere una forma di delicatezza e rispetto.

La deontologia professionale domanda giustamente di perseguire la verità, ma la verità poi non è mai una sola e non è mai data una volta per tutte. Alla fine è solo una questione di onestà, in primo luogo con se stessi. Diceva un grande reporter come Ryszard Kapuscinski: «Credo che per fare del buon giornalismo si debba innanzitutto essere degli uomini buoni». Ne sono convinto.

 

Non temi di poter essere accusato di passatismo? In fondo chi si occupa oggi di uno scrittore per bambini dell’Ottocento e dei suoi temi?

No, perché non credo a un’età dell’oro precedente, così come non ci credeva Collodi, che pure vagheggiava una “Firenze prima della decadenza”. Però dal passato si possono trarre buone indicazioni per il presente. Tanto più che certe questioni di allora sono sempre attuali. Così come lo sono tante questioni che ci sollecita la vita di Collodi. Un uomo, ricordiamo, che arrivò alla letteratura per l’infanzia perché a essa affidava l’unica speranza di cambiare in meglio il mondo. Grazie ai bambini, cioè agli adulti del futuro. Prima era stato tra coloro che avevano provato a fare l’Italia, solo che non gli era riuscita molto bene.


A un certo punto, parlando con Lorenzini, il tuo protagonista dice: “Solita miseria per gli scrittori, gli editori, i librai”, allora perché scrivere?

Meno male che non ci sono solo motivazione economiche. Per quanto mi riguarda sento che scrivere, e ancora di più leggere, mi fa bene. E poi un libro è anche un modo per sentirsi parte di una comunità che dà un senso alla parola e per cucire una rete di intenti e relazioni da cui, chissà, potrà scaturire qualcosa. L’importante è saper tenere a bada la propria vanità.

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Paolo Restuccia

Scrittore e regista. Cura la regia della trasmissione Il Ruggito del Coniglio su Rai Radio2. Ha pubblicato i romanzi La strategia del tango (Gaffi), Io sono Kurt (Fazi), Il colore del tuo sangue (Arkadia) e Il sorriso di chi ha vinto (Arkadia). Ha insegnato nel corso di Scrittura Generale dell’università La Sapienza Università di Roma e insegna Scrittura e Radio all’Università Pontificia Salesiana. È stato co-fondatore e direttore della rivista Omero. Ha tradotto i manuali Story e Dialoghi di Robert McKee e Guida di Snoopy alla vita dello scrittore di C. Barnaby, M. Schulz.

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