Freddo: Capitolo 26 – Fotografia

La foto di famiglia sul pianoforte non ha più vetri a comprimerla, sono frantumati e distrutti. Il bambino ritratto è rimasto pieno di graffi.

Nei capitoli precedenti:

 

Ventiseiesimo capitolo – Fotografia

 

Natale ’95

Insomma, è solo caduta una cornice di vetro a terra durante la cena di Natale.

Il tavolo nel salotto, un tavolino basso contornato da un grosso divano, ha una ventina di regali impacchettati e sparpagliati. Saltello in attesa che si possano aprire. Mia madre la sera di Natale non c’è da un paio d’anni, posso alzarmi e sgarrare all’educazione a cui lei è più attenta. Tanto sono io il centro di tutto lo stesso, alla fine sono l’unico bambino. Quindi, che non rispetti la regola di alzarmi solo a fine pasto o che stia seduto in silenzio a tavola, qui non interessa a nessuno. Anche se ora si parla di gelateria, ho la sensazione non se ne parli come un’attività commerciale.

– La gelateria cammina a rilento. – Dice mio nonno – L’inverno dobbiamo andare in pari.

Un corpo vivo, senziente, capace di mostrare il peggio di ognuno dei miei familiari.

– Dovremmo limitare le promozioni, ci costano molto. – Aggiunge mio padre.

Vedo mio nonno velarsi di uno strato di rabbia.

La gelateria è un essere che prima scalda i cuori e li infervora, poi li congela. Io già la odio. Però quanti regali dillà sul tavolo.

– Tra un po’ ci alziamo! – Sospira mia nonna per interrompere sul nascere la discussione.

– Sapete che Andrea quest’anno inizia a fare teatro?

Nessuno sembra sentirla, inoltre ho fatto la lezione di prova e non ci andrò mai più. Mi vergogno da morire.

Mio padre guarda prima lei, poi di nuovo mio nonno.

Mio zio Fabrizio mi dà un buffetto sulla spalla. È il fratello più piccolo dopo mio padre e dopo mia zia.

Lo riguardo.

– Dovresti fare uno scherzo a tuo padre. Ti va? – Mi dice – Vai lì e gli fai quella battuta che ti ho insegnato, quella di De Niro in Taxi driver.

– Zio, dai, non me la ricordo.

– Sì che te la ricordi, vai vai.

Mi imbarazza tantissimo. Eppure mio zio è intelligente e mi fa ridere, così accetto sentendo le guance scaldarsi. Mi avvicino a mio padre.

– Hey, – Lui si gira, – Con chi stai parlando? Dici a me? Eh, non ci sono che io qui. Di’, ma con chi credi di parlare tu?

Mi mangio un po’ le ultime parole.

– Andrea, su, un attimo. Vai da tua nonna.

Mio nonno mi guarda, poi guarda mia nonna.

Io guardo papà.

– Papà, – Fa lui a mio nonno appoggiandomi una mano sulla spalla – Meno promozioni e prezzi un po’ più alti, non abbiamo molte alternative.

– Se voi non sapete lavorare e dovete alzare i prezzi per far quadrare i conti, è un problema vostro. Mio padre ha aperto con l’idea del gelato di lusso a buon mercato. E voi tre non siete buoni a far altro che parlare parlare e parlare. Se non ci fossi io qua, stareste per stracci.

Tossisce togliendosi il sigaro dalla bocca.

Mio padre resta in silenzio e mi toglie la mano dalla spalla.

Mi giro verso mio zio, lui mi guarda, alza le spalle e prende la forchetta in mano per tirare su un boccone di insalata russa, quella che a me fa schifo. Mentre porta la forchetta alla bocca, guarda mio nonno. Mi sembra che il suo volto si dipinga di odio, ma è solo un istante.

Io corro via sul divano.

Lo sapevo. Attirare l’attenzione toglie a tutti tempo prezioso per parlare di gelato. Anche se è la cena di Natale.

I regali! Non vedo l’ora di aprire i regali.

– Papà, li apriamo? – Grido.

– Tra un attimo, Andrea, certo.

Parlano di un bancone del gelato da rifare; mio nonno lamenta verso tutti e tre incapacità. Guardo mia zia che sembra patirlo, sopportarlo. Come quando io mi trovo a dover fare finta di essere a mio agio ai boy scout. Li odio. C’è da dire che durante le uscite in campagna con il gruppo sto lì che canto, quando il capo del gruppo ci fa cantare alzo gli occhi al cielo perché mi vergogno e mi dico che tanto devo farlo perché ormai mi hanno iscritto. C’è una ragazzina carina, Chiara.

– Io non ne posso più, più. Mi avete rotto il cazzo. Tutto vi ho dato. Questa cazzo di gelateria va avanti da sola, se foste poco più intelligenti, poco di più eh, stareste in vacanza a giro quattro mesi l’anno. Io da solo l’ho portata avanti, dopo vostro nonno e invece voi, in tre, la state affossando. Affossando. E come si dice, il pesce puzza dalla testa? Certo, infatti è colpa mia, mia che vi ci ho voluto, mia che vi ho fatti tre generali a capo di un’azienda che non capite e non capirete mai. Ma vedrete che botto quando non ci sarò più.

Mio nonno, gridando, sbatte un pugno sul tavolo.

Guardo mia nonna che abbassa gli occhi, io mi attivo. Mi prudono le braccia.

– Sapete che a scuola ho vinto il torneo di calcio con un gol incredibile?

Mia nonna Anna mi sorride,

– Andrea, ma tu sei bravissimo a calcio, lo sappiamo, pure tuo papà era bravo negli sport. Vero, Gianni?

Mio padre si gira, la guarda e annuisce. Mio nonno si alza, guarda mia nonna.

– Anna, scusami, fammi finire, perché non ho ancora finito. Se non ci fossi tu questi tre lo sai dove starebbero?

– Ma i regali quando li apriamo? – Insisto.

– Tra poco, Andrea, abbi pazienza, finiamo il dolce e ci spostiamo.

Nessuno si sta divertendo, penso.

– Se non capite un cazzo di come fare, è inutile parlarne, perdo tempo.

– Leo, per favore.

Mia nonna guarda mio nonno e poi me.

– Papà, perché non pensiamo al Natale?

Mia zia prova a inserirsi.

– Te che vuoi fare Babingtons giù in gelateria, giusto al Natale si può pensare. Fate come vi pare.

Mio nonno prende il sigaro da tavola ed esce dalla sala da pranzo. Segue qualche istante di silenzio.

Io senza pensarci, o capire perché, saltello verso i regali e inizio a toccarli. Non voglio guardare nessuno negli occhi, non mi va di sentire quello che sentono loro adesso.

Vicino al tavolo basso, con tutti i colori delle carte regalo, c’è il pianoforte di mia nonna con sopra una foto. Tutta la famiglia riunita, siamo pochi, gli stessi di questa sera. Penso alle famiglie dei miei amici che a Natale si riuniscono, sembrano classi intere di persone. Chissà se sono felici.

Io domani sarò solo con mia mamma e l’altra mia nonna e mia zia, ancora meno di oggi. Però la foto sul pianoforte non ha cornice, solo due vetrini appoggiati.

La prendo, è in alto quindi mi metto in punta di piedi, la sfioro con i polpastrelli, mi scivola tra le dita, si sposta sul dorso del pianoforte e cade rimbalzando sui tasti del pianoforte e poi a terra; io provo a prenderla al volo, ma i vetri si frantumano all’impatto e una scheggia mi taglia. Un piccolo taglio profondo sul palmo della mano. Il sangue rossastro e nero gocciola, da nero diventa blu e inizia a scorrere come una fontanella. Io mi guardo intorno, tutto diventa bluastro, il sangue scorre dalla mano, la pelle si apre del tutto e come un torrente rosso violaceo il flusso aumenta, poi sento la testa girare, pesarmi fino a vedere tutto buio.

Sbatto gli occhi, sono passati pochi istanti, o minuti, mi guardo intorno.

– Papà?

La voce è diversa, mi esce più profonda, gutturale quasi.

Sono seduto a tavola. Vedo solo le mie mani, grandi. Com’è possibile? Tutte tagliate da piccoli solchi vivi di sangue.

Accanto a me, sul tavolo, è appoggiato un coso. Un coso con sopra un rettangolo che sembra un piccolo schermo. Muovo il braccio per toccarlo e lo schermo si illumina. Venti e trenta del ventiquattro dodici duemiladiciassette. Mi alzo dalla sedia.

– Papà??

Sono in un piccolo appartamento da solo. Natale da solo?

– Mamma? Papà?

Ho le mani tutte tagliate, mi guardo sopra i polsi e pure le braccia hanno ferite da cui esce sangue.

– Mamma, papà?

Mi giro sulla sedia, stritolo i jeans con le mani. Il coso rettangolare con lo schermo fa un bip. Si illumina. Un rettangolo appare sullo schermo. Leggo benino, ma non ancora benissimo. In fondo ho undici anni.

Il coso dice così:

Giorgia: “Vuoi venire a cena da noi? Non fare il cretino, mio padre ti aspetta, non voglio tu stia da solo a casa la notte di Natale.”

So leggere. So leggere bene, oddio, ma ho undici anni. Chi è Giorgia?

Mi alzo in piedi, il tavolo di vetro si muove. Il pavimento celeste è di grosse mattonelle lucide, il tetto spiovente ha grossi solchi di vernice in cui il bianco è sbiadito nel marrone. È un appartamento, una mansarda forse. “Mansarda” che parola è?

Ci sono due grandi finestre. Mentre cammino mi sento mancare le gambe e ho freddo. Dove sono tutti? Guardo le mani tagliuzzate, giro i palmi, uno ha il taglio causato dalla cornice sul pianoforte di mia nonna. Devo essere svenuto, dal taglio esce ancora del liquido blu.

Mi guardo di nuovo intorno, una grossa vetrata da sopra una terrazza. Incrocio le braccia per scaldarmi.

Una terrazza? Ma io la conosco. È la terrazza del Palazzo del Freddo. Gli altri saranno giù a casa dei miei nonni, allora. Perché sono solo a Natale? Come sono finito solo a Natale? Non so se a questa età dovrei piangere, sì forse dovrei, ma non mi viene proprio. Apro la porticina che dà sulla terrazza. Vedo il mio riflesso mentre la porta a vetri si muove: ho i capelli ricci mossi, neri, mi coprono la fronte; gli occhi intravedo hanno lo stesso sguardo ma il mio viso è diverso, adulto. Faccio un passo fuori ma non c’è più niente, niente terrazza, niente vetri, c’è il vuoto tutto intorno, il piede non trova aderenze e io cado risucchiato nel nulla.

– Andrea, non è successo niente. Mi senti?

Apro gli occhi. Mia nonna Anna ha la voce angosciata, c’è un po’ di sangue sulla sua camicia.

Sbatto gli occhi.

– Ti sei solo spaventato! È un taglietto.

– Sono stato in terrazza.

– Cosa, Andrea?

Sento freddo, ma vedere mia nonna mi tranquillizza.

– Ti va di aprire i regali? Ti bendo la mano, può succedere, devi stare attento.

Mia nonna prende benda e cerotto.

– Un piccolo incidente, dai, in piedi e si scartano i regali!

Penso che i regali siano necessari, adesso. Mia nonna mi disinfetta e mi mette il cerotto sulla mano.

– Al nostro piccolo eroe che non ha paura di un taglio, – Lo dice mentre spazza a terra con mia zia dopo avermi medicato, – Un bacetto e via verso il tavolo dei regali!

Mi stampa un bacio sulla fronte, io mi alzo. Sento anche altri piccoli tagli sulla pelle, mi guardo intorno, braccia, gambe, tiro su la maglietta. Niente. Non ce ne è traccia. Almeno di quelli visibili.

La foto di famiglia non ha più vetri a comprimerla, sono frantumati e distrutti, un vetro ha graffiato la mia faccia sulla foto. Mi tocco le guance, calde.

Cosa dovrà inventarmi per non restare solo a Natale? Fa freddo da soli a Natale.

Condividi su Facebook

Andrea Fassi

Pronipote del fondatore del Palazzo del Freddo, Andrea rappresenta la quinta generazione della famiglia Fassi. Si laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali coltivando l’interesse per la scrittura. Prima di seguire la passione di famiglia, gira il mondo ricoprendo diversi ruoli nel settore della ristorazione ed entrando in contatto con culture lontane. Cresciuto con il gelato nel sangue, ama applicare le sue esperienze di viaggiatore alla produzione di gusti rari e sperimentali che propone durante showcooking e corsi al Palazzo del Freddo. Ritorna al passato dando spazio al valore dell’intuito invece dei rigidi schemi matematici in cui spesso oggi è racchiuso il mondo del gelato. Combina la passione per il laboratorio con il controllo di gestione: è l’unico responsabile del Palazzo del Freddo in qualità di Amministratore Delegato e segue la produzione dei locali esteri in franchising dell’azienda. In costante aggiornamento, ha conseguito il Master del Sole 24 Ore in Food and Beverage Management. La passione per la lettura e la scrittura lo porta alla fondazione della Scuola di scrittura Genius nel 2019 insieme a Paolo Restuccia, Lucia Pappalardo, Luigi Annibaldi e ad altri editor e scrittori. Premiato al concorso “Bukowsky” per il racconto “La macchina del giovane Saleri”, riceve il primo premio al concorso “Esquilino” per il racconto “Osso di Seppia” e due menzioni speciali nei rispettivi concorsi “Premio città di Latina” e “Concorso Mario Berrino”. Il suo racconto “Quando smette di piovere”, dedicato alla compagna, viene scelto tra i migliori racconti al concorso “Michelangelo Buonarroti”. Ogni martedì segue la sua rubrica per la scuola Genius in cui propone racconti brevi, pagine scelte sui sensi e aneddoti dietro le materie prime di tutto il mondo. Per la testata “Il cielo Sopra Esquilino” segue la rubrica “Esquisito” e ha collaborato con il sito web “La cucina italiana” scrivendo di gelato. Docente Genius di scrittura sensoriale, organizza con gli altri insegnanti “Il gusto per le storie”, cena evento di degustazione di gelato in cui le portate si ispirano a libri e film.

Tag

Potrebbe piacerti anche...

Apri la chat
Dubbi? Chatta con noi
Ciao! Scrivimi un messaggio per dirmi come posso aiutarti :)