Il castigo dei prediletti

Davide era abituato a fare incubi spaventosi. Ma quella volta era tutto reale.

SINOSSI: Nel paese dolomitico di Val Peron vengono rinvenuti i corpi mutilati due boscaioli. Saranno i primi di una serie di omicidi sui quali indagherà Lee Gold, ispettore della polizia scientifica di Milano. Tutto si complica quando un elemento legherà queste morti al rapimento irrisolto di un bambino, avvenuto mesi prima a Verona.

 

Il soffitto della grotta gli sembrava più basso e aveva l’impressione che un peso lo tenesse schiacciato a terra. Qualcosa di rigido, che non gli permetteva di muoversi, gli pesava sullo stomaco e sulle cosce. Le tempie gli pulsavano al ritmo del suo battito accelerato e non riusciva a deglutire. Quel posto non era mai stato così buio, così freddo, così sconosciuto. Per la prima volta, da quando il bambino era rinchiuso là sotto, la lampadina ingiallita era spenta e il nero che lo avvolgeva era intervallato solo dal bagliore di alcuni fiammiferi che venivano accesi e presto si spegnevano.

Stava sognando. Era certo che stava sognando. Non era nemmeno il peggiore dei suoi incubi e avrebbe solo dovuto aspettare di svegliarsi. Tante volte erano venuti a fargli visita mostri affamati, assassini dagli occhi solcati di sangue e soprattutto suo padre. Sbucava dal nulla e si fermava sulla porta, vestito in giacca e cravatta. Stava lì fermo a fissarlo e poi, dopo essersi fatto una risata, si voltava e se ne andava, chiudendo il catenaccio. Doveva scuotersi dal sonno. Si sforzò di farlo, di aprire gli occhi e di alzarsi ma veniva trafitto, ogni volta, da un dolore acuto alla testa.

Quando capì di essere già sveglio, Davide sentì un respiro che non era il suo.

Rimase immobile e incapace di qualsiasi reazione. La pelle delle labbra gli tirava, immobilizzata dal nastro adesivo che gli arrivava quasi fino alle orecchie. Giaceva nella sua urina che gli era risalita dalla schiena sino alle spalle. Dovevano essere delle catene che gli premevano sul petto e sulle gambe, sentiva il freddo del metallo nonostante fosse vestito. La pelle era gelida e le sue membra erano scosse da fremiti.

Il respiro non suo era ancora lì. Ora che gli prestava attenzione, lo avvertiva più forte, lo sentiva di fianco a lui. Percepiva il calore di un corpo, lo sfregamento dei suoi vestiti e un soffio di alito caldo vicino al suo orecchio destro.

C’era qualcuno e capì che non stava sognando.

“Stai tranquillo. Va tutto bene”, gli sussurrò una voce.

Davide avrebbe voluto urlare se solo gli fosse uscito dalla bocca un filo di fiato. Ma il suo tentativo si concretizzò in un rantolo incomprensibile. Con il braccio destro fece un movimento all’indietro cercando di divincolarsi dalle catene ma erano troppo pesanti. Ogni volta che si muoveva il puzzo della sua urina si mischiava a quello dell’alito dell’uomo, che ora si era fatto sopra di lui.

“Non fare così, piccolo. Ti farai male”, gli disse comprimendogli le ginocchia sulle quali si era seduto.

Era proprio cattivo. Non riusciva a vederlo ma aveva capito che quella non era la voce di colui che lo cibava, che gli portava i vestiti quando aveva freddo.

Lui non gli avrebbe mai fatto del male. No, non era lui.

Con uno strappo l’uomo gli tolse il nastro dalla bocca e sollevò il suo corpo. Lo scavalcò e si allontanò di qualche passo. Il torace del ragazzo riuscì a espandersi e cominciò a tossire ma le labbra secche e disidratate si spaccarono e cominciarono a sanguinare. Si passò due o tre volte la lingua attorno alla bocca cercando di recuperare la poca saliva che ancora aveva in corpo ma la sensazione di sollievo svanì in un attimo.

Un altro fiammifero venne acceso e un odore di zolfo invase la stanza. La grotta era illuminata solo dall’instabile fiammella e il ragazzo si sforzò di intravedere il volto di chi era con lui nella grotta. Ma cominciò ad avere dei conati e vomitò. Per la prima volta sperò di morire.

Davide non aveva il coraggio di muoversi ma ebbe la forza di sussurrare: “Chi sei?”

L’uomo, senza voltarsi, soffiò sul fiammifero e gli rispose: “Sono un amico di tuo papà. Questa volta vedrai che viene a prenderti”.

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Elena Zambelli

Nasce a Bologna Il 13 giugno 1973, da padre ferroviere e madre assicuratrice. Consegue il diploma di Ragioneria nel 1992 e la laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Modena e Reggio Emilia nel 1999. Segue da subito le orme materne, diventando Agente di Assicurazioni nel 2005. Sposata e con un figlio, vive attualmente a Castelfranco Emilia, in provincia di Modena. Amante della lettura e della scrittura, condivide questa passione frequentando la scuola di scrittura Genius.

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