“Ho una specie di ossessione nei confronti di ciò che mi circonda” con Federico Violato

Parla l'autore di un romanzo che affronta spettri del suo passato con spietatezza e li trasforma in narrativa.

Abbiamo fatto dieci domande a Federico Violato. Un autore audace. Il suo primo romanzo si intitola Tracce, edito da Dialoghi. La storia è quella di un giovane designer specializzato nell’arredamento degli hotel di lusso, con una speciale predilezione per i bagni. Ci si rinchiude nei momenti di disperazione e riesce a trarne un piccolo sollievo quasi erotico. Lui si chiama Luca Vidali e lo seguiamo ad Amsterdam mentre scivola nelle crepe del suo cuore, quasi costantemente stordito dall’alcool. In questo libro Violato affronta spettri del suo passato con spietatezza e li trasforma in narrativa e così ci troviamo a seguirlo in un presente dove compare una donna che lui sembra desiderare, ma con tante remore. Pagina dopo pagina scopriamo chi lo ha reso così crudelmente fragile. Federico è stato uno degli allievi della nostra scuola e vi invitiamo a scoprire alcuni dettagli della sua visione della scrittura e del mondo.

 

Il tuo libro si intitola Tracce, cosa sta cercando il protagonista, Luca Vidali?

Non sono sicuro che Luca stia veramente cercando qualcosa. Forse sta solo cercando un modo per sopravvivere e, di conseguenza, un modo per dare un senso al suo passato – le tracce – e a se stesso.  Le tracce che riaffiorano in continuazione e che sente intorno a lui non sono delle presenze ma delle assenze, qualcosa che non c’è più o che non c’è mai stato, e che si rendono presenti attraverso la loro assenza. La Traccia è la presenza dell’assenza e, forse, il protagonista sta proprio cercando di confrontarsi con questa.

 

In questo romanzo le descrizioni degli oggetti e dei corpi sono molto vivide, quasi carnali, è un tuo modo di osservare il mondo oppure è una mediazione col tuo essere scrittore?

È decisamente il mio modo di osservare il mondo. Ho una specie di ossessione nei confronti di ciò che mi circonda. Sono un osservatore, ma non mi sono mai fermato solo a guardare, ho sempre avuto un impulso quasi morboso nell’andare oltre la superficie. Nell’osservare, faccio mio ciò che mi circonda, diventa personale, e forse è per questo che le descrizioni nel romanzo sfociano nel carnale. È il mio modo di guardarmi intorno.

 

Luca ha una passione per i bagni degli alberghi, sono dei veri e propri rifugi, cosa c’è di tanto attraente in questi posti intimi e un po’ patinati?

Mi ha sempre affascinato il cambio d’uso degli spazi, soprattutto di quelli pubblici. Ognuno di noi, in questi, ha un’esperienza unica, diversa e irripetibile, da quelle degli altri.

 

Come è nata l’idea di questa storia?

Penso sia nata dopo aver letto il filosofo Jaques Derrida. Da tempo volevo raccontare una storia sulle tracce che ci portiamo dietro, solo che non riuscivo a trovare la giusta prospettiva. Poi ho scoperto Derrida e ho cercato di fare mia la sua idea di Traccia. Una volta definita come la presenza di un’assenza, ho capito come potevo muovermi nella storia che volevo raccontare.

 

Luca è un designer italiano che si trasferisce ad Amsterdam, proprio come te… quanto c’è di autobiografico in questa storia?

C’è sicuramente molto. Ho sempre creduto di dover parlare di ciò che conosco, quindi partire dalla mia esperienza personale è sempre sembrata la scelta più ovvia. Poi, questa è andata a intrecciarsi con le esperienze che ho vissuto intorno a me, esperienze forse universali per un espatriato. Quindi spero di aver dato voce non solo alla mia di esperienza, ma anche di averla, parzialmente, resa universale.

 

Quanto sono importanti le donne per Luca Vidali?

Sono molto importanti, rappresentano per Luca la metafora dell’esterno, di tutto quello che è altro da lui. Sono il tramite per connettersi con la realtà che lo circonda, l’ultimo appiglio a una quotidianità che sente sempre di più sfuggirgli.

 

Quali sono letture che hanno influenzato Federico Violato scrittore?

Su tutti c’è Bret Easton Ellis e il suo romanzo “Meno di zero”. Poi c’è Michael Houellebecq, che ammiro per la capacità di entrare nel profondo dell’animo umano contemporaneo come nessun altro. Jean-Philippe Touissant e Raymond Carver hanno svolto un ruolo fondamentale nella mia formazione, così come i filosofi Jaques Derrida e Jean-Luc Nancy, insieme a Sartre e Kierkegaard. Breece D’J. Pancake è stato anche lui, per certi versi, una fonte di ispirazione.

 

Qual è stata la parte più difficile da scrivere?

L’angoscia e l’alienazione del protagonista. Cercare di tradurre in parole stati d’animo così complessi, profondi e individuali è stata sicuramente la più difficile delle cose da fare durante la stesura del romanzo.

 

In che modo la Scuola di scrittura Genius ti ha aiutato come scrittore?

L’esperienza con la scuola è stata fondamentale per due motivi. Il primo, e forse più importante, è stato quello di avermi concesso il tempo per dedicarmi solo al romanzo. Durante la full-immersion di una settimana, non ho fatto e pensato ad altro se non a scrivere. Il secondo è stato sicuramente il confronto con altri scrittori. Condividere le proprie idee ma anche e soprattutto i propri dubbi mi ha aiutato molto nel capire cosa volevo dire.

 

Stai lavorando a un nuovo romanzo?

Sì. Ho molte idee e sento di avere ancora molto da raccontare. Inoltre, scrivere è il mio modo di pensare, di capire quello che ho intorno e quello che mi succede. E questa, è una cosa che non voglio smettere di fare.

 

 

 

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Lucia Pappalardo

Giornalista e filmaker per RaiUno, RaiDue e RaiGulp, ha insegnato “Film and Television Language” all’Università Link Campus. È tra gli autori di Nesssuna Speranza Nessuna Paura (Festival di Roma 2011), Finestre Rotte: Francesco De Gregori (Festival di Venezia 2012). Nel 2016 con il corto Nata viva ha vinto il premio Capodarco L'Altro Festival - L'Anello Debole. Per Radio 24 del Sole 24 Ore è stata la regista del programma Melog.

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